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Patrizio61

Le 20:00 erano già passate da un pezzo e di quell’uomo nessuna traccia. Mi ci era voluto tutto il coraggio che ero riuscita a raccogliere per invitarlo a cena e mi sentivo orgogliosa della mia azione andata a buon fine. Non sono una persona che prende facilmente l’iniziativa, mi faccio mille paranoie. Sapete non sono più giovane e bella come un tempo, il mio corpo sta perdendo un po’ di tonicità e, anche se posso vantare ancora un seno florido e un sedere magnanimamente sodo, non sono più tanto sicura del mio fascino. Generalmente non frequento i locali, preferisco i forestieri. Mi piacciono gli uomini soli … Dio delle città e dell’immensità, quanta mestizia trovo in loro. Li avvicino con una scusa, mi faccio raccontare delle loro vicissitudini, gli offro comprensione in saldo per poi svendere loro la mia tenerezza.

Si chiamava Patrizio, veniva dal sud, l’avevo approcciato in un gruppo di auto/aiuto per i giocatori compulsivi di Ruzzle. Ci vedevamo il giovedì sera durante le riunioni, l’avevo notato subito per il suo fisico statuario che si contrapponeva alla sua aria un po’ dimessa e per quello sguardo un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi a Genova.  Non interveniva mai, se ne stava spesso a capo chino come se si vergognasse di essere  li in quel momento. Avevo preso a mettermi vicino a lui, ogni tanto gli sorridevo e gli tenevo la mano facendogliela posare delicatamente sulle mie cosce. Una sera dopo la riunione lo invitai a bere qualcosa al bar del circolino che ci ospitava, all’inizio faticai non poco a cavargli le parole di bocca. Parlava a monosillabi, non riusciva più di tanto a sostenere il mio sguardo, dovetti usare tutto il mio tatto affinché si aprisse con me. Dopo un paio di bicchieri cominciò a raccontarmi tutto della  sua vita, dell’infanzia trascorsa nella masseria di suo nonno nelle Murge, del padre alcolizzato, della madre depressa e della sua prima partita a Ruzzle. Ogni  tanto interrompeva i suoi racconti come se avesse paura di scoppiare in lacrime e allora io m’inventavo una battuta per distrarlo e farlo sorridere. Nei giovedì successivi il ritrovarsi a bere al bar dopo le riunioni era diventato per noi una  bella consuetudine. Sapevo di piacergli, non che mi avesse mai detto qualcosa direttamente a tal proposito, ma lo intuivo dal fatto che ogni scusa era buona per lui per  abbracciarmi, per toccarmi. Fu la sera che si fermò in macchina a chiacchierare con me che trovai il coraggio d’invitarlo a cena. Parlammo per ore, finimmo per baciarci dolcemente per poi abbandonarci ad ispezionare l’uno il corpo dell’altra. Aveva un buonissimo odore, le miei mani avevano percepito quanto la natura fosse stata generosa con il suo sesso, desideravo che mi prendesse e che mi facesse sua, ma non volevo affrettare le cose. La cena al ristorante, del buon vino e l’invito a casa mia sarebbero stati la giusta cornice per la nostra prima notte di amore.

Non mi era neanche sfiorato il minimo dubbio che lui potesse cambiare idea, l’avevo sentito eccitato e pronto ad abbandonarsi con me alla passione più sfrenata. Non so quante volte mi era venuta voglia di toccarmi pensando a lui, ma m’impegnavo a trattenermi per accumulare energia sessuale da disperdere gioiosamente insieme in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi.

Riflettendoci bene credo che avrei dovuto far caso ad alcune delle piccole avvisaglie che sicuramente potevano farmi intuire quello che veramente gli passava dalla testa, ad esempio  il suo silenzio alle riunioni del gruppo di auto/aiuto che alla lunga cominciava ad essere davvero strano. Quando stavamo insieme spesso mi parlava con vocaboli inesistenti e si rallegrava in modo esagerato quando riusciva a tirare fuori lunghi paroloni. Ma forse ero io che non volevo accettare la realtà, mi ero infatuata del suo fascino apulo-lucano, avevo scambiato la sua malattia per una timida dolcezza.

Lo aspettai ancora per un altro quarto d’ora, poi sconsolata mi alzai dal tavolo e me ne andai. Lui non rispondeva al telefono che sentivo squillare libero. Non sapevo dove abitasse, non potevo rintracciarlo. Una volta tornata a casa mi attaccai al rhum invecchiato che avevo comprato con l’intenzione di offrirglielo, dopo un po’, in lacrime, mi stesi sul divano allungai la mano e presi lo smartphone. Ero debole, mi sentivo in qualche modo tradita e in preda ad uno stato febbrile, quasi non fossi del tutto conscia di me, scaricai nuovamente quella debilitante applicazione. Mi sorpresi a ricordarmi il mio nick name e la mia password, in pochi secondi avevo già scelto la ricerca di un avversario casuale, ma non ebbi neanche il tempo di sistemarmi comodamente che sentii quel trillo che tanto mi aveva sussultare, presi il telefono, sulla schermata apparve il messaggio: “Patrizio61 ha accettato il tuo invito a giocare”. Mi sembrava di aver improvvisamente ricevuto una secchiata d’acqua fredda, tutto quello che ero riuscita a conquistare ultimamente e i miei sogni furono spazzati via in un istante, c’eravamo ricaduti entrambi.

Domenica in cerca di emozioni

Gli stessi visi di sempre, uomini, donne, persone non troppo giovani, anziani, cappotti marroni, giacconi sintetici. Fuori il cielo grigio di un autunno che sta lasciando il posto a quello che si preannuncia un freddo inverno. Forse non sarei dovuta tornare, ma ho sentito che  in fondo non sarebbe stata un’idea cattiva vestirmi di tutto punto e recarmi in quel luogo pieno di alcol e odori particolari. Fuori persone che fumano, chiacchiere, saluti, sguardi. Potrei prima fermarmi al bar per  prendere qualcosa di forte oppure un cocktail. Entro, mi guardano, c’è coda. Non credevo che questa particolare occasione potesse destare un interesse così ampio e la cosa, a quanto pare, non ha sorpreso solo me. Qualcuno si lamenta, ha fretta di addentrarsi, sorseggio il mio cocktail  e guardo i visi, non scruto nessuno che può interessarmi, facce conosciute che non mi trasmettono nessuna emozione, saluti formali. Potrei decidermi ad entrare, invece consumo lentamente la mia bevanda fingendo un’altezzosità che non mi appartiene, ho sempre amato distinguermi dalla massa. Il mio rossetto rosso sta lasciando le mie labbra,  preferisce stamparsi sul bicchiere. Tiro fuori lo specchietto, sistemo la bocca, controllo gli occhi. Entra un uomo, interessante penso, sto per lanciargli uno sguardo che nulla lascia a caste interpretazioni, ma vedo che è accompagnato da una donna,  presumo sia sua moglie. La coda scorre, intanto potrei mettermi in fila, mi sa che non vale la pena rimanere ferma al bar. Forse arriverà ancora qualcuno, non so, la casa del popolo è sempre un pullulare di persone.  Mi avvicino in quella grande sala che ha visto consumare tradimenti fra gran feste e impertinenti balli. Ai tavoli persone ormai stanche che non vedono l’ora che tutto questo sia finito, mi  sento chiamare, mi danno un foglio, lo compilo, lo imbuco e me ne vado. Torno a casa sconsolata, mangio qualcosa, mi strucco, accendo la tv. Anche oggi  niente di nuovo sul fronte sentimentale, non vale la pena certe volte di uscire,  neanche per il ballottaggio delle primarie.