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Cecca Angiolieri: “S’i’ fosse figa”

« S’i’ fosse fica, ardere’ il mondo;
con la patonza, lo circolerei;
s’i’ fosse bona, i’ lo piglierei;
s’i’ fosse Miss, me farei lo biondo;

s’i’ fosse gnocca, seresti allor giocondo,
ché li villani imbrigarei;
s’i’ fosse ‘na Top, sa’ che farei?
a tutti esporrei lo culo tondo.

S’i’ fosse sveglia, andarei da mi padre;
s’i’ fosse tosta, ruberei da lui:
similemente faria come mi’ madre,

S’i’ fosse Sabrarola, com’i’ sono e fui,
ammirerei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui. »

Lo diceva Neruda (che la notte si suda)

Mi piaci quando taci
(versione originale)
Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.
Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell’anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.
Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla turbante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.
Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.
Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.

Mi piaci quando taci
(versione riveduta e scorretta)

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
or si m’ascolti da lungi e la mia voce al fin rintocca.
Membra e occhi par ti sian volati via
e che un laccio che t’abbia chiuso la bocca.

Poiché tutte le cose infrangesti della mia anima
sfaceli nelle cose, rigurgitanti dell’anima tua.
Baco di ragno, soffocasti la mia anima,
e mi rammenti la parabola de li mortacci tua.

Mi piaci quando taci quando sei distante.
E stai come deteriorandoti, verme inquietante.
Or si m’ascolti da lungi, ma la mia voce non ti raggiunge:
lascia che a me piaccia il tuo silenzio.

Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come il luminol, semplice come un rilievo.
Sei come un’autopsia, esangue e martoriata.
Il tuo silenzio anomalo, così staccato e supplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e corrosa come se fossi morta.
Allora una parola, il mio sorriso bastano.
E son felice, felice che sia così.

Come dissacrare Jacques Prévert: Questo Odore

Questo odore
Così violento
Così forte
Così pungente
Così intenso
Questo fetore
Disperato nel giorno
Cattivo nel tempo
Quanto il tempo è cattivo
Questo olezzo così botticello
Così infelice
Così penoso
Così meschino
Vibrante di escrementi come un poppante non cambiato
Così pieno di se
Come una cloaca satolla nel cuore della notte
Questo effluvio che fa paura
A tutti
E li faceva impallidire e vomitare
Questo tanfo temuto a occhio
Perché noi lo tenevamo d’occhio
Paventato, sofferto, occultato e inutilmente contestato
Perché noi l’abbiamo calpestato e nonostante tutto rinnegato
Deodorato
Questo puzzo tutt’intero
Così vivo ancora
Più imponente al sole
E’ il tuo odore
E’ il mio odore
E’ quel che è stato pestato
Questa scarpa ancora nuova
Non è stata ancor cambiata
Puzza come una capra
Ricorda il letame
Caldo e più vivo d’estate
Sia tu che io non possiamo
Andare e tornare non possiamo
Dimenticare
Per poi riaddormentarci
Svegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Soffocati dall’esalazione
Rinvenire
E poi svegli constatare che questo tanfo non si smuove
Testardo come un mulo
Vivo come le deiezioni
Crudele come una condotta
Immondo come gl’impianti
Squacquerelloso come le feci
Stabile come lo sterco
Puzzolente anche il giorno
Che venne pestato da un bambino
Che ci guardò piangendo
Ci parlò senza dire
E ci ascoltò tremando
E grido
Grido per te
Grido per me
Supplico
Per te per me per tutti quelli che calpestano
Con i sandali nuovi
Oh si io grido
Per te per me per tutti gli altri
Che non conosco
Puzzo di cacca che altro non sei
Devi muoverti
Te ne devi andare
Noi che ormai ci siam smerdati
Maleodoranti
Vogliam dimenticarci
Perché abbiam pestato te sulla terra
Non lasciarci morire assiderati
Lontano sempre più lontano
Come tu voi
Ma non darci più segni di vita
Più tardi, più tardi, di notte
Nella lavanderia del ricordo
Svanisci all’improvviso
E come nuovo
Mutaci il sandalo.

A Silvio (perdonami Giacomo)

Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita immorale,
quando bel topà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e lieto e penoso, il limitare
a spompettar tù salivi? Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intento
si sedevan su di te e eri, assai contento
di quel vago venir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menarlo il giorno. Noi con stipendi leggeri
talor lasciando le sudate carte,
ove il tempo e le cambiali
si spendea la miglior parte,
d’in su du’coglioni del patema ostento
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tele.
Mirava il ciel sereno,
le ville dorate e i condonati orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quando tu palpavi il seno. Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio!
Quale allor ci apparia
la vita umana e “il fatto quotidiano”!
Quando sovviemmi di cotanta rabbia,
un effetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di nostra sventura.
O natura, o natura,
perché ti riprendi poi
quel che ci hai dato allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi? Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
tu chiuso morbo combattivo e vinto,
tu che non perivi, o poverello. E non vedevi
l’appassir degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la pelle flaccida le tue finte chiome,
or degli sguardi innamorati e schiavi;
né teco le compagne dei tuoi festini
ragionavan del gabbatore. Anche perìa fra poco
la speranza mia amara: agli anni miei
ove negavi i fatti
dinnanzi all’evidenza. Ahi come,
come passato sei,
presidente dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
il bungar, la corruzion, l’opre, gli eventi,
onde cotanto con Ghedin ragionasti insieme?
sulla sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misero, cadesti: e con la mano
la fredda pompetta ed una minorenne ignuda
mostravi di lontano.