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Manhã de Carnaval

Piove. Ci ricordiamo che è giorno quando il grigio ci ricopre e lo malediciamo. Non contiamo le giornate di sole, ma ci soffermiamo su quelle fredde e umide, a meno che il sole non diventi troppo pesante e allora tutto è pesante, tutto finisce nella discarica dei ricordi, dell’avrei voluto, avrei potuto, ma non ho potuto e il non ho voluto neanche provarci non è contemplato.  Non di colpe si vive eppure di queste  ne contorniamo la vita, le nostre sono sempre di altri.

Mattina come possibilità nell’azzurro che non si vede ma c’è, nella musica che ci trascina nella pistola fumante di Joni in una domenica di sole, nella penna che senza vergogna si confessa.

Canta o meu coração
alegria voltou
tão feliz a manhã deste amor

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Lagrima

Le ho trattenute a lungo per paura di non sapere più come fermarle, avevo paura di liberarle perché una volta lasciate andare avrei lasciato andare anche te. Adesso scendono lungo il viso e sorrido. 

Il divano, il letto, la televisione, disordine, briciole sparse. Basterebbe una novità per ridestarmi dalla pigrizia che mi tiene legata a questa casa. “Su fatti una doccia, truccati esci!” mi dice la vocetta interiore, ma la mia razionalità mi ha sempre fatto incazzare, spesso perché ha ragione e io mal sopporto chi ha sempre ragione. Perché non finire i mie giorni in accappatoio? In fondo Drugo era un gran figo, ma io in casa non ho neanche gli ingredienti per farmi un White Russian e poi non mi piace neanche il bowling. Ripensandoci una versione femminile di Drugo farebbe un po’ senso anche a me e immagino i miei simpatici amici che commentano su Il Fatto Quotidiano quante accuse farebbero alla mia femminilità perduta. Dovrei proprio darmi una mossa, ma Dulce Pontes mi rapisce ed è meraviglioso sprofondare in una lacrima e questo, cara la mia Vocetta Razionale, non lo potrai mai capire. Allora accendo il pc, metto a loop la canzone e scrivo:

La raccolta del grano – 2013 – olio su tela – 60 x 100 cm http://www.lucadicastri.com/

Teresa amava Giugno, amava i campi di grano e i tramonti rossi, amava un uomo, ma lui non lo sapeva. Teresa aveva paura che il suo amore potesse essere diverso da come se lo era costruito con i suoi pensieri, la realtà poteva non essere così romantica e poi c’era l’aspetto fisico, gli eventuali baci e i rapporti sessuali, i fluidi non la facevano impazzire. Così passava i giorni ad accarezzare il grano e ad aspettare quell’uomo che tornava dal lavoro in bici. Lei si faceva sempre trovare sulla strada vicino al campo, lui la salutava e lei felice tornava a casa ad immaginarsi parole che lui non le avrebbe mai detto, sguardi che non ci sarebbero mai stati. Negli anni aveva anche imparato a conoscere cosa avrebbe indossato lui il lunedì piuttosto che il mercoledì, nel tempo aveva capito che qualcuno lo aspettava alla fine del suo tragitto in bicicletta, prima una donna, poi un figlio e dopo un altro ancora. Teresa attendeva il passaggio di quell’uomo sempre in Giugno, ogni anno, ogni volta che il grano cresceva in un campo piuttosto che in un altro per dar spazio ai girasoli, all’orzo o al granturco. Benché anche in Novembre, quando gli odori del tiglio e del gelsomino erano solo un ricordo lontano, amasse quell’uomo, lei lo aspettava unicamente per quei 30 giorni l’anno, anno dopo anno. Lo aveva visto invecchiare, anche lei era invecchiata ma non se ne rendeva conto imprigionata com’era in quell’amore sognato. L’uomo aveva perso un po’ di capelli, il suo sorriso era incorniciato da qualche ruga ma per Teresa era sempre meraviglioso. Poi venne un Giugno dove quell’uomo non passò per tutto il mese, così l’anno successivo e l’anno dopo ancora, ma Teresa è ancora li che aspetta, me lo ha detto il grano la sera scorsa quando anche io mi ero messa ad aspettare.

Manola

Manola guardava le sue vecchie foto e i suoi vecchi film. 20, 30 anni e poi 40, 50 … la sua sfioritura. Un seno bellissimo, le gambe, i capelli, la pelle, ogni particolare del suo corpo aveva irradiato luce, un corpo che era stato amato e desiderato da tanti. Manola aveva fatto l’amore con molti uomini e con tante donne sulla pellicola, nella sua vita reale e nelle fantasie di chi la venerava, molti tuttora avrebbero voluto possederla, ma forse non com’era adesso. Le era stata regalata l’immortalità che si conferisce alle icone, ma lei non era un qualcosa d’impalpabile come una qualsiasi malinconia, Manola era un corpo e una mente ricca di emozioni e ancora di tanti desideri. Rivedeva le sue prodezze erotiche,  i suoi ménage di gruppo, ricordava la sua infaticabilità nel cavalcare peni instancabilmente dopati, nel dedicarsi con la lingua al sesso altrui, nell’articolare il suo bellissimo corpo nei modi più bizzarri per provare e far provare il piacere. A 20 anni era splendida ma ancora poco esperta, solo intorno ai 40 si sentiva pienamente soddisfatta del suo aspetto e della sua arte.  Invecchiare è inevitabile e per quanto fosse più volte ricorsa alla chirurgia estetica, alle diete e alla ginnastica sentiva di non avere più la piena padronanza del suo corpo, ma non voleva arrendersi, voleva ancora riuscire a realizzare le sue incredibili performance sessuali che tanto l’avevano resa celebre. Gli amanti non le sarebbero certo mancati, ma non aveva voglia di nostalgici attempati o di giovani curiosi, voleva solo provare a sé stessa di essere ancora capace di gioire della penetrazione nei modi più estrosi. Fu così che il giorno dopo la sua cameriera la rinvenne in quella assurda posizione, con un fallo artificiale nella sua vagina e il sorriso di chi ce l’aveva ancora fatta nonostante tutto.

 

František Drtikol Czech Nude #6 1920