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Margherita

Di nuovo una corsa, neanche il tempo di riprendere il fiato che scappa ridendo fra le spighe di grano che si stanno facendo d’oro e i rossi dei papaveri che ancora resistono a questo caldo.

“Dove andremo quando svanirà del tutto questo profumo di tigli e gelsomini?”

“Andremo a caccia dei soldati lucenti che si ergono impettiti e che orgogliosi girano la testa verso  il sole!”

“E dopo,  quando questi soldati lasceranno i nostri campi?”

“Cercheremo l’oro e il rosso delle foglie, seguiremo il loro volo fino a terra, la loro morte, il nostro sonno, la loro rinascita, il nostro risveglio.”

Margherita inno alla vita, Margherita che non sfiorisce e che riluce anche nel piombo dei giorni senza sole, Margherita  che ho rincorso da sempre. Margherita flauto irriverente delle ballate, Margherita che danza leggera mentre io fatico a riprendere fiato. Perché non sono riuscita ad essere come te? Tu sole io ombra,  tu alba io tramonto, in noi il rosso che è tuo nelle novità ma che in me cade scuro nel ricordo dell’abbandono.
Balla Margherita, ridi delle mie tristezze, delle mie pesanti giornate.  Ah se  ti avessi afferrata quando avevo 15 anni e invece ti ho lasciata andare via in sella a quell’assurdo motorino arancione con la tua felpa verde e i lunghi capelli neri che ho sacrificato più volte e che così brillanti non sono più stati.

Margherita dolce e impudente di cui tutti erano innamorati, tu sempre un passo avanti a me.
Margherita nelle tempeste, quando tornerai da me?

Wheat-Field-Woman

Di andare ai cocktails con la pistola non ne posso più

Oh mamaçita Panama dov’è?

Florençia sognava una vita diversa fin da piccola, nata e cresciuta in una famiglia povera e timorata di Dio, aveva sempre desiderato  evadere dal suo ambiente fatto di restrizioni e pentimenti.  Sua nonna Conçhita era l’unica persona al mondo in grado di capirla, con lei poteva parlare di posti lontani, di uomini con la pistola fumante e di donne ammaliatrici, di tesori nascosti e di navi che salpavano lontano.  La quotidianità di Florençia era fatta di lezioni dalle suore presso la Escuela de la Divina Santidad e di pulizie di casa, non stava bene per i suoi genitori che una ragazzina giocasse nelle strade come i suoi fratelli maschi e gli altri bambini di Los Llanos. Le sue uniche distrazioni erano quei pochi libri di cui poteva disporre e la visita la domenica a pranzo dell’abuela Conçhita. Florençia volava con la fantasia grazie ai racconti di sua nonna che diceva di essere nata in una famiglia agiata e di essere fuggita presto di casa per via di un uomo con gli occhi neri e dei lunghi baffi che le aveva fatto perdere la testa. Guai se i genitori della piccola avessero saputo cosa la vecchia raccontava alla nipote. Conçhita, che aveva vissuto una gioventù ricca di emozioni e di catastrofi, ad un certo punto della sua esistenza si era ritrovata sola e incinta a vagare in quella piccola nazione che collegava le due Americhe.  Aveva conosciuto un contadino povero ormai senza più speranze di trovare moglie che l’aveva tenuta con sé. A 27 anni a quei tempi non c’erano molto scelte se si era sole e con un bimbo in arrivo, Conçhita aveva accettato il suo destino, aveva represso i suoi ricordi e la sua voglia di avventura fino alla nascita di quella bambina divenuta poi una ragazzina dai lunghi capelli neri e dagli occhi brillanti che le ricordava tanto com’era lei da piccola. Una delle tante domeniche di pranzi con la nonna, Florençia e Conçhita si erano ritrovate, come spesso accadeva, sole in veranda a ricamare sulle lenzuola del corredo della ragazzina e sulle storie di viaggi su navi di lusso frequentate da donne con le labbra laccate.
Una di queste donne, raccontava la nonna, si faceva chiamare Dolores Del Rio, era una grande artista, era bellissima come lo erano tutte le creature dei suoi fantasiosi ricordi,  aveva tanti amanti che la coprivano di gioielli e di altre cose preziose, ma il suo grande amore restava il palcoscenico. Amava regalare l’energia erotica che scaturiva dall’ondeggiare del suo corpo morbido dalla pelle bianchissima.  Conçhita descriveva minuziosamente le movenze con cui Dolores incantava i suoi spettatori, Florençia cercava di ripetere quei movimenti sinuosi con il suo corpo ancora acerbo. Il risultato procurava ad entrambe delle fragorose risate, tant’è che nel sentire quel chiasso era intervenuto il padre che aveva pregato la vecchia di finirla con quelle storie altrimenti non le avrebbe fatto più rimettere piede in casa loro.  Ovviamente Conçhita non poteva far a meno dei suoi racconti fantastici da condividere con l’unica luce ancora accesa nella sua vita ormai stanca e Florençia non poteva fare a meno di evadere dalla sua misera routine.  Fu così che una mattina molto presto, il giorno dopo l’ennesima scenata in famiglia, le due decisero di fuggire in pullman verso la capitale con quei pochi spiccioli che la vecchia possedeva.  Arrivate in città si diressero verso il porto, salirono su una grande nave e si ritrovarono in un grande salone. Niente a detta di Conçhita era cambiato, le luci, i camerini, l’odore. Conçhita si fermò sul palco, estrasse dalla sua valigia un boa rosso di struzzo e cominciò a ballare, Florençia guardò sua nonna sorridendo: Dolores era tornata.

Legendary Burlesque dancer Dixie Evans, known as the "Marilyn Monroe of Burlesque" photographed at "Exotic World" the strippers museum she runs in Helendale, Calfornia on March 20, 1993

Legendary Burlesque dancer Dixie Evans, known as the “Marilyn Monroe of Burlesque” photographed at “Exotic World” the strippers museum she runs in Helendale, Calfornia on March 20, 1993

Cecilia, una piccola storia maledetta

It’s a god-awful small affair

Jessica_Lange_Freak_Show_animated_gifCecilia era stata una bambina triste e da adulta lo era diventata ancora di più. Non aveva mai avuto amici e da piccola ci aveva sofferto molto, per carità non è che avesse chissà quali difetti fisici o caratteriali, era solo una persona che non si notava. Anche a scuola le maestre non la interrogavano mai, nessuno le chiedeva di giocare con lei, nessun ragazzo l’aveva poi corteggiata. Fu la sua sociale trasparenza a renderla amara come il fiele, più cresceva e più coltivava odio verso tutti, animali compresi. Uccideva e feriva per il gusto di veder soffrire, ma l’aveva sempre fatta franca, non era stata mai denunciata da nessuno, pure la giustizia la schifava. Eppure in tempi lontani aveva anche avuto qualche barlume di sentimento, aveva desiderato essere amata, aveva sognato di sentirsi importante per un uomo, un cane o un gatto. Non aveva mai avuto alcuna riconoscenza, neanche un mezzo sorriso da un barista o il saluto cordiale di una cassiera di un supermercato. Era diventata così consapevole della sua inconsistenza che  ne approfittava per salire sugli autobus e sui treni senza pagare il biglietto, tanto nessun controllore avrebbe fatto caso a lei. Nel tempo la sua amarezza e il suo odio accrebbero in lei un grande potere, l’esclusione dal mondo divenne la sua forza, poteva ingannare gli eventi, umiliare chi l’aveva o chi l’avrebbe umiliata per la sua non presenza.

Quando crebbe abbastanza decise di lasciare la casa paterna, i suoi genitori non obbiettarono la sua scelta, averla o non averla fra i piedi non cambiava molto in famiglia. Riuscì a laurearsi, a vincere un concorso come impiegata statale, si comprò casa ad un’asta, un’asta a cui nessuno si era presentato, non ebbe mai da litigare con i vicini, nemmeno un inquilino del palazzo dove abitava aveva fatto caso a lei. Usciva per andare al lavoro, ogni tanto andava al cinema per vedere le pellicole di grandi storie d’amore che avrebbe odiato, mangiava con parsimonia, si metteva al computer e cercava inutilmente amici. Aveva anche provato nei siti d’incontro, quelli dove è scontato solo l’interesse sessuale, ma niente. Cominciò con uccidere un gatto che aveva adottato, reo di non essersi mai avvicinato a lei, uccise poi un commesso di un botteghino del cinema che aveva fatto passare avanti a lei tutte le altre persone in coda. Ogni volta che uccideva si sentiva crescere dentro questo potere assurdo, sapeva che l’avrebbe sempre fatta franca  e più uccideva più aumentava questa eccitazione. Aveva seminato intorno a sé un gran numero di cadaveri, ma mai nessun sospetto, tant’è che aveva ucciso anche un paio di detective che indagavano sul caso di queste morti misteriose. Decise allora che sarebbe stata la sua morte l’epilogo più giusto della sua opera di distruzione, organizzò un grande evento, la sua fine si sarebbe svolta in circostanze spettacolari. Comprò la dinamite, lasciò intorno a sé numerose tracce e iniziò a mandare lettere alla polizia in cui diceva dove e quando ci sarebbe stato l’attentato. La sua morte fu veramente grandiosa, il boato nel parcheggio di quel centro commerciale si era potuto sentire a chilometri di distanza. La dinamite che aveva disintegrato il suo corpo aveva creato un cratere gigantesco. Ma fu tutto inutile, pochi secondi dopo la sua esplosione un meteorite aveva colpito proprio il punto in cui si era così epicamente immolata.

Carla (Lullaby of birdland)

 

Questa sera non ho niente in testa che lo scat di Dee Dee, vorrei parlare di amore, vorrei parlare di sesso, di tramonti rossi che già odorano di settembre, di poesia, vorrei scrivere racconti cinici, vorrei liberare la mente, ma le note m’imprigionano cullandomi.

Stachdappiriuwah … babbiurabbiscabutte … schet … teddadubayeh .. aduyeehehehehh dih dihddih  … ♫
Dopo lo scat c’è il solo di piano e poi il contrabbasso e si continua a volare, dolcezza, sensualità, ninna nanna dell’isola degli uccelli. Eppure il titolo  potrebbe suggerirmi anche un qualcosa di diverso da un porno vintage danese dei primi anni ’70 … o no?

Conceptual photography by Brooke Shaden
Conceptual photography by Brooke Shaden

La bella stagione era al termine e l’isola si stava svuotando di quei pochi turisti che erano arrivati là attratti dalla bellezza del mare e dalla sua natura ancora poco piegata alle masse. La cameriera tuttofare dell’unico albergo del posto sognava ancora un incontro piacevole da portarsi dietro fino all’inizio dell’estate successiva. Lei non era bella ma nemmeno brutta, si truccava raramente, vestiva some le capitava sotto il suo grembiule ma la sera, quando era di turno al bar, scioglieva i suoi lunghi capelli neri e regalava larghi sorrisi ai pochi avventori che si fermavano da lei per una birra o perché semplicemente in quel luogo non c’era altro da fare. Si chiamava Carla, era nata su quell’isola e su quell’isola stava invecchiando. Lei  non desiderava andare altrove,  non perché il continente o altri luoghi le facessero paura, ma perché i viaggi li faceva di continuo con la sua mente e  altro non le interessava.  Di uomini ne aveva conosciuti tanti, i suoi erano tutti grandi amori di quelli che s’immaginava fossero per sempre e con la stessa facilità con cui s’innamorava riusciva a dimenticarsi dei dolori degli addii. Faceva l’amore come se fosse stato l’ultimo giorno della sua vita, questo affascinava e allo stesso tempo metteva  un po’  a disagio i suoi amanti. Ogni volta metteva a disposizione il suo cuore e il suo corpo con generosità come aveva fatto con Hans, un viaggiatore tedesco con cui si era intrattenuta il mese prima,  e come avrebbe fatto quella sera stessa con Donato, un giovane pugliese squattrinato portato il quel luogo dal suo vagabondare senza meta.  Lei conosceva ogni posto segreto dell’isola e lui, un po’ per curiosità e un po’ per noia, aveva cominciato a corteggiarla.
Si era preparata con cura a quell’incontro, Carla desiderava perdersi negli occhi neri di Donato, esplorare il suo giovane corpo e la sua anima.  Si sarebbero visti vicino al molo dopo l’orario di chiusura del bar, avrebbero fatto l’amore sotto le stelle, lei lo avrebbe fatto sognare nell’illusione che si portasse il suo profumo e il suo ricordo anche al di là del mare. Donato avrebbe  passato una serata diversa, sarebbe ripartito e forse non sarebbe mai più tornato, Carla lo avrebbe sognato fino all’estate successiva quando ci sarebbero stati altri uomini da amare.

Valentina

Valentina indossava il suo particolare sorriso anche nei momenti meno opportuni, lei aveva il sole dentro e non poteva fare a meno di farlo brillare con la sua bocca ed i suoi occhi. Se ne andava in giro con quella enorme borsa e quelle strambe scarpe spagnole di un rosso cappuccetto rosso. Sembrava una donna senza tempo, ogni particolare del suo viso dava da pensare ad una creatura di un’imprecisata epoca lontana. Non era particolarmente bella, i suoi capelli erano un po’ stopposi e non era particolarmente aggraziata nel muoversi. Eppure la gente che incrociava non poteva fare a meno di guardarla, di rimanere incantata e rispondere a quel suo strano sorriso. Lei sembrava avvolta dall’eterno entusiasmo di un turista in gita, eppure i suoi giri erano sempre i soliti: lo stesso bar, la stessa colazione, lo stesso giornale, lo stesso monotono lavoro, gli stessi orari di sempre. Si alzava la mattina, si lavava e si vestiva come capitava, salutava e andava via. Riusciva a dare quel minimo di gioia a chiunque si relazionasse con lei, il barista le faceva sempre un cappuccino con il cuore e regalava a lei l’unico sorriso della sua giornata, poi continuava a sbuffare fino alla chiusura del bar. Il giornalaio le passava il giornale immediatamente anche se c’erano altri clienti prima di lei. Al lavoro tutti avevano un debole per Valentina, eppure non era la migliore ma non si poteva fare a meno di volerle bene. L’inverno arrivava avvolta con la sua sciarpa rossa, in estate indossava sempre camicette bianche, ogni suo passo sembrava uno strano balletto, usciva sempre alle 8 e rincasava nell’OPG alle 17. Aveva commesso un delitto, ma quello era successo un’altra vita fa.

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