Patricia

Patricia, lunghi capelli neri, vitino da vespa e un generoso sedere, se ne stava alla finestra per guardare il confuso via vai delle persone. Era un piacere per lei osservare dall’alto della sua posizione lo sciame grigio che si accalcava lungo le vie del centro, tutti camminavano veloci, la loro frustrazione si poteva respirare fino ai piani alti. Macchine, persone, buste della spesa, corrieri, cani che avrebbero voluto stare altrove, era quella la bellezza della città rinascimentale appena fuori dalla zona pedonale, il casino concentrato tutto intorno. Patricia si sentiva la pietra preziosa di quel mesto anello.  Amava toccarsi pensando alla fatica del garzone che, fra gli autisti arrabbiati, doveva fare le corse per scaricare la merce, la sua era una perversione semplice che poteva attuare ogni qual volta aveva del tempo libero.

Quel pomeriggio avvertiva una particolare sete di soddisfare le proprie voglie, si sarebbe divertita con il suo compagno di giochi mentre spiava i passanti noncuranti della libido dell’inquilina del  III piano di viale Ariosto n° 23. Una voyeur al contrario.

Si era preparata con cura, indossava solo una leggera sottoveste rossa sul suo corpo liscio e profumato, aveva aperto la finestra e aveva cominciato a guardare. Il traffico quella sera era ancora più intenso del solito come intensa era la sua voglia, ma non voleva cominciare a toccarsi solo per accumulare la giusta energia sessuale da sfruttare quando fosse arrivato il suo uomo. I minuti passavano, il lattaio che litigava con il tizio della macchina in doppia fila, il vecchietto che bestemmiava contro la moto che lo aveva quasi investito, la fretta degli impiegati, tutta quella confusione accresceva  il suo stato febbrile, ma lui dov’era? Le ruote dell’autobus che avevano schizzato di fango quella signora tanto per bene, i clacson urlanti, la bicicletta sui marciapiedi e gli insulti dei passanti, era tutto meraviglioso se solo ci fosse stato il suo compagno a penetrarla da dietro, ma lui non poteva essere li con lei, era rimasto bloccato nel traffico.

il solito Vettriano

Limitante traffico

Piove, ho lasciato l’ombrello in casa ma ormai sono in strada, corro verso la macchina … dove cazzo ho parcheggiato la macchina? Già il lavaggio strade, devo fare 600 metri sotto questa pioggia che aumenta ad ogni mio passo e non c’è neanche un tetto che mi protegga. Dove ho messo la chiave? Frugo nella borsa, mi cade di tutto, compresa quella lettera che conservo ancora (perché in fondo ci spero sempre), è tutto bagnato, anche i fazzoletti di carta, carta bagnata. Entro nell’auto, è tutto appannato, accendo, accendo, accendo e alla fine si decide, ma non posso partire se quest’aria non si sbriga a schiarire il parabrezza. Non faccio in tempo a mettere la freccia che un auto dietro mi suona … neanche ti concedono l’intenzione di uscire dal parcheggio. Pioggia e code, formaggio e pere, fichi e salame, dovevo fare la spesa ma con tutta quest’acqua non ce la farò mai. Arriverò in ritardo al lavoro, limitante traffico. Non vedo un cazzo, ma tanto chi si muove? Sono incastrata come gli altri che suonano, suonano, perché suonano? Il clacson strumento maschio, suoni per dimostrare che ce l’hai più lungo? Per chi suona la campana? Suona, suona, suona … è la sveglia. Devo alzarmi è tardi, ma quanto avrà suonato? Non me n’ero accorta e adesso non ho il tempo di fare colazione. Scendo di corsa, piove, non ho un ombrello. Cerco la macchina, ma dov’è la macchina? Già il lavaggio strade … devo fare almeno 600 metri senza un tetto che mi protegga. Dove ho messo la chiave?

La velocità è ormai lamento che porterà alla morte di questo impazzito mondo”. Gianni Bellini bellinimusic.it

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