Fiduciosa nel futuro, pensavi di costruire la tua vita con obiettivi semplici e adesso ti vedo, segnata dal tempo, che metti i soldi da parte aspettando la pensione. Libera da orari definiti, pensi davvero che la tua vita migliorerà? I soldati migliori vanno avanti col fucile in mano, non si riparano dietro sacchi di sabbia.
Stare in trincea, combattere: vince chi rischia, oppure muore chi rischia. Chi non ha mai rischiato è già morto.
L’autobus è sempre affollato, mai una volta che arrivi puntuale. Oggi, poi, l’autista sembra avere i riflessi di un bradipo in coma. E quel vigile? Non vede la coda infinita che si sta formando? Non sente i clacson? Mi sembra che nessuno senta più niente, e chissà, forse chi vende dispositivi acustici si sta leccando i baffi alle nostre spalle.
Sono stanca, non mi sono ancora ripresa dalla spesa di ieri: una vera impresa. Non riesco più a prendere i prodotti sugli scaffali troppo in alto, né quelli in basso. Mi limito a prendere solo ciò che trovo a portata di mano: rigatoni, semolino, tonno, pelati. Mi sono quasi rassegnata a mangiare sempre le stesse cose. Non mi avvicino nemmeno più al reparto del fresco: l’ultima volta che l’ho fatto, mi sono presa una broncopolmonite. Ho passato giorni terribili e ci ho messo mesi per rimettermi in sesto. Ricordo la corsa in ospedale: ci mancava poco che fossi io a dover aiutare il barelliere a salire sull’ambulanza, tanto male ero ridotto. L’autista mezzo cieco, l’infermiera con le mani tremanti come se avesse il Parkinson, e il medico che sembrava sul punto di addormentarsi. Ma ne sono uscita, più indenne di loro.
Per fortuna i pannoloni li tengono nello scaffale intermedio, e ho ancora un bel po’ di buoni spesa da sfruttare.
A giugno andrò al mare. Aspetto queste ferie da una vita. Spero solo che l’albergo non sia troppo lontano dalla spiaggia e che ci sia una passerella per accedervi col deambulatore. Ho sempre amato il mare, ma ora non mi fido più a buttarmi in acqua. Le forze mi stanno abbandonando, e i bagnini spesso sono messi peggio di me.
Posso ancora considerarmi privilegiata: ho un lavoro stabile e, sebbene con l’età sia sempre più difficile mantenere il ritmo, non corro grossi rischi. Non come Mario, mio vecchio compagno di scuola, che lavorava nell’edilizia come lavoratore in prestito. Diceva di farcela, ma è caduto da una scala di dieci metri, e quella è stata la fine. Poteva restare a casa, ma aveva dilapidato i suoi risparmi, era rimasto l’unico a mantenere la famiglia, figli e nipoti inclusi.
Non reggo più i turni, non ricordo più cosa devo fare, e a volte non ricordo nemmeno chi sono. L’altro giorno ho preso l’autobus sbagliato e ho vagato per ore, in preda all’angoscia. Volevo chiedere aiuto, ma incontravo solo vecchi con l’Alzheimer. I pochi giovani che ho visto per strada erano mendicanti, ridotti in uno stato pietoso. Forse perché nessuno di loro ha un lavoro, né una speranza di trovarne uno. Fino a quando ci saremo noi a remare la barca, non ci sarà spazio per le nuove generazioni. Ho dato a un paio di ragazzi qualche euro e la mia porzione di semolino per farmi accompagnare al lavoro. Quando finalmente sono arrivata, il mio capo mi ha fatto avere un provvedimento disciplinare per il ritardo. Se solo mi ricordassi il numero del sindacato… se solo mi ricordassi a quale sindacato sono iscritta… Ma sono iscritta a un sindacato? Non ricordo.
So solo che anche oggi, 6 dicembre 2044, sto andando al lavoro, e che l’Italia non è un paese per vecchi. Ma neanche per giovani.

Lascia un commento