Dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato

III

Giuseppe Uva

Non ho mai fatto caso ai protocolli, alle buone maniere, mi sentivo un uomo libero da stupide formalità. Lavoravo nei cantieri, pagavo le tasse, amavo stare con gli amici, guardare insieme le partite per poi sfotterci allegramente, questo mi bastava per essere sereno. Mi arrestarono un giorno per il fumo ed il vino, aspettavano l’occasione giusta per farmela pagare cara la mia libertà. Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. E non c’è stata giustizia per la mia vita terrena, colpevole io di aver fatto un po’ di baccano in giro di notte, di non essere come loro avevano deciso che io dovessi essere. Un corpo scomodo urlante di dolore su cui sfogare le proprie frustrazioni rappresentate dai manganelli e dalle pistole, un corpo trasformato da ferite, dalle tumefazioni e dal sangue, un corpo che manifestava l’evidente violenza che si è voluta celare con la complicità di chi la vita te la dovrebbe salvare e con la paura di altri che temevano la mia stessa fine. Il potere effimero delle armi rende schiavo chi non ama la libertà, costringe le anime su binari che non portano a niente, fa vivere la vita con paura e risentimento, non fa godere del buono che c’è.
Ero un uomo libero di giocare, di godermi il sole, la pioggia e la buona compagnia, un uomo per cui sono state versate lacrime sincere. Ogni tanto qualcuno viene a trovare le mie misere e ormai da tempo andate spoglie, mi dice qualche parola sulla giustizia e sui vecchi tempi, ogni tanto mi portano anche dei fiori. Io sulla collina osservo i giorni e le notti, le stagioni che si susseguono, gli amori perduti, la tristezza, l’eterno risentimento, l’amore per la vita che nonostante tutto conservo e che non sono riusciti mai ad ammazzare.