#siamotuttisallusti Il concertone

L’evento era destinato a soppiantare il Live Aid, Bob Geldof si sarebbe mangiato le mani. I vip erano accorsi a centinaia per manifestare la loro solidarietà al povero giornalista reo di aver rivelato le proprie opinioni dietro un articolo falso e diffamatorio firmato da uno pseudonimo che celava l’identità di un ex vice direttore di un giornale, vecchio collaboratore dei servizi segreti a cui forniva informazioni e articoli fasulli.  Che poi tale articolo gettasse merda sulla tutela delle donne, sulla loro libertà e infamasse un giudice era cosa di poco conto di fronte alla scandalosa condanna di un recidivo che aveva usato i propri mezzi d’informazione per scopi loschi.

La fedele compagna del condannato si era spesa in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi per suscitare nell’opinione pubblica la giusta indignazione che occorreva per completare l’outfit di odio verso la magistratura. Da anni  le toghe rosse avevano cercato, con scarsissimo successo, di fermare certi politici vicini al  giornalista accusati di truffa a vari livelli, corruzione e sfruttamento della prostituzione minorile e  anche in nome della libertà di questi suoi cari amici che il povero direttore si adoperava a scrivere ed editare articoli tesi a distorcere la realtà. L’amicizia è un valore assoluto e in base al I emendamento americano, che non c’entra nulla ma che fa sempre figo richiamare, e alla famosa citazione, attribuita erroneamente a Voltaire,  sulla libertà d’opinione, aveva pur sempre il diritto di pubblicare cosa voleva, in fondo era questa la motivazione che l’aveva spinto a diventare direttore del giornale. Ma nel nome della libertà della sua opinione il prezzo che si era ritrovato a  pagare era altissimo: 14 mesi di carcere che non avrebbe mai scontato.

Per fortuna la partecipazione dei suoi colleghi sia di destra che di sinistra, che sulla libertà di espressione degli sfigati bloggers non avevano speso una parola,  non aveva tardato ad arrivare, quando si trattava di un collega che aveva osato pubblicare Farina dal suo sacco, non si poteva certo rimanere in silenzio.

 

Fu lanciato un appello accorato, su twitter aveva iniziato ad  imperversare l’hastag  #siamotuttisallusti, perfino mia cugina Carmelina,  a cui di giustizia e politica non fregava una mazza, si sentiva Sallusti, forse perché anche lei era calva ed aveva una fidanzata di nome Daniela. Anche il parroco del mio paesino durante l’omelia aveva parlato di grave situazione per la democrazia nel nostro paese prima d’ingerire il corpo e il sangue di Cristo. Perfino al supermercato raccoglievano  firme per scagionare il condannato, ogni 10 firme raccolte un pacchetto di figurine dei giornalisti de Il Giornale e di Libero.

L’evento stava avendo una risonanza interplanetaria anche si era un po’ scopiazzato lo storico concerto per Nelson Mandela e cercato acrobaticamente di avvicinare la vicenda di  Sallusti a quella del leader sudafricano. La Santanchè aveva scelto l’eterno ragazzo di Monghidoro  come presentatore della serata, in fondo erano uniti dalla stessa marca di tintura per capelli e per l’artista emiliano questa era una ghiotta occasione per rivalersi dopo il flop sanremese. Molte le adesioni: dall’onnipresente Cardinal Ruini ai Negramaro, da Alessandro Borghese a Sting che quando si trattava di certi diritti non si tirava mai indietro. La Pausini aveva colto l’ennesima occasione per parlare di quanto la sua gravidanza le impedisse con dispiacere di partecipare al concertone. Tiziano Ferro aveva creato per l’evento un brano con il suo classico stile in due ottave.

Già dalle prime battute del concertone Red Ronnie,  in collegamento dal bagno di casa sua,  aveva preso a twittare come un ossesso mettendo in relazione l’affaire Sallusti con le profezie dei Maya. I media tradizionali e i social media si erano dimostrati tutti compatti nel condannare l’ingiustizia e difendere la libertà di opinione, nessuno poteva sfuggire al concertone, ogni canale diffondeva la musica e gli appelli che la Santanché, con il suo fare leggiadro,  vomitava attraverso l’etere. Solo Al Bano riusciva a  tratti a sovrastarla.

Tuttavia alcune persone si ostinavano, inascoltate da quel muro di solidarietà che si era eretto a proteggere il giornalista, a cercare di  capire, e far capire ad altri, la differenza fra diffamazione e libertà di parola. Io ero fra quelli che cercavano di comprendere a che pro un direttore di un giornale avesse affidato un articolo ad  ex agente del Sismi che usava come pseudonimo il nome privo di una S di un celebre attore americano famoso per i suoi incontri ravvicinati del III tipo, ma forse era proprio questo il nesso e Red Ronnie non aveva poi tutti i torti.

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