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#COSTUIREILFUTURO

Credo fermamente che le persone più giovani abbiano una straordinaria creatività  gioiosamente rivoluzionaria ed è con entusiasmo che ha scelto di aderire a questa nuova gara d’idee dell’Aied  #COSTRUIREILFUTURO dove i ragazzi fra i 18 e i 35 anni potranno presentare i propri progetti riguardo alla salute, ai diritti e l’innovazione sociale, l’educazione e la cultura, l’occupazione e lo sviluppo sia economico che  tecnologico, il futuro appunto.

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#COSTRUIREILFUTURO – VOCE AI GIOVANI: UNA GARA DI IDEE

L’obiettivo della nuova edizione della nostra gara di idee nazionale rivolta a chi ha dai 18 ai 35 anniè capire di cosa hanno bisogno i giovani per innescare la loro spinta innovativa e affrontare in maniera consapevole la costruzione di un nuovo futuro.

I Millennials e la Generazione Z, cioè i nati tra gli anni ‘80 e il 2010, sono la prima e la seconda generazione della storia che conosce il linguaggio dei nuovi media e che sta affrontando le conseguenze della globalizzazione e di tutti i cambiamenti portati dalla digitalizzazione.

Il contesto in cui vivono regala poche certezze e grandi sfide. Ad esempio dovranno affrontare temi come l’esaurimento delle risorse naturali, l’avvento dell’intelligenza artificiale, le nuove forme della parola “lavoro” e “famiglia”, e dovranno farlo in un contesto ben poco prevedibile.

Se è vero che hanno a disposizione una fonte inesauribile di risorse – internet e i nuovi media per potersi connettere velocemente con chiunque nel mondo, la possibilità di spostarsi facilmente, la grande varietà di informazioni a cui attingere per sviluppare creatività e nuove idee – è altrettanto vero che dovranno dare forma al loro futuro con mezzi e modalità del tutto nuove. I giovani dovranno essere sempre più capaci di cavalcare l’onda del cambiamento e farne opportunità di crescita e sviluppo personale e sociale.

Tante le domande che ci siamo posti e che hanno dato il via alla nostra gara di idee, in particolare:

  • È possibile preparare e aiutare i giovani ad affrontare in maniera sana e consapevole le grandi trasformazioni che li attendono?
  • Cosa può servirgli per affacciarsi a questo nuovo mondo contribuendo a renderlo migliore?

Se hai dai 18 ai 35 anni, leggi il regolamento e partecipa!
In palio ben 2.500 € e, soprattutto, la possibilità di avere un ruolo attivo nell’iniziare a immaginare e realizzare un futuro di valore, che risponda a nuovi bisogni e desideri, facendo leva su opportunità e potenzialità.

http://www.aied-roma.it/costruireilfuturo/

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Dos gardenias

Accendo il sole del silenzio e mi lascio accarezzare da voci latine che cantano di visioni e verità. E’ ancora troppo caldo in questo pesante agosto di grano tagliato e di girasoli stanchi. Polvere e staticità si addensano di giorno, ma quando il rosso del tramonto invade la mia stanza mi accendo. Eccitata attendo al buio lui che non conosco,  lui che riconoscerò.  Omara mi benedice con la sua saggia sensualità facendomi respirare ancora quella Cuba magica nascosta ai più. Nessuna candela, nessun profumo artificiale,  che nell’aria si senta solo il profumo delle mie gardenie e l’odore del mio corpo accaldato. 
Mi accomodo seduta perdendomi nel tempo senza tempo di brani ripetuti come mantra, un incanto questo in cui m’immergo talmente rapita da non sentire la porta che si apre, i suoi passi.  La sua presenza l’avverto dal suo odore: la sua essenza. Avvicino le mie mani per imparare il suo volto, il suo corpo, la sua eccitazione. Respirarlo a lungo mentre le mie mani apprendono e riconoscono. La musica si mescola ai nostri leggeri affanni, così come si mescolano le nostre lingue che lasciamo  poi libere di esplorare i nostri corpi. C’è un’entità più vera del reale nel sesso, gli umori non possono mentire, l’abbandono è un  atto sincero che ci regaliamo quando ci gustiamo bramosamente. Un corpo morbido, il mio, contro il suo asciutto e a tratti spigoloso, due mondi lontani che si uniscono gemendo.  La generosità con cui ci scambiamo il piacere, anche quando entra in me e comincia a  spingere giocando sapientemente ad imbrogliare il ritmo, ci fa gioire. E’ bello conoscersi così. 

Cucinare

Ci sono diversi segreti per realizzare  un qualcosa di veramente buono. La selezione degli ingredienti, che devono essere sempre di prim’ordine, è solo uno dei tanti aspetti. Occorre avere una precisione meticolosa nel calcolare i tempi e poi rispettarli al secondo,  per non parlare poi della giusta misura  dei componenti, non si può assolutamente sbagliare neanche di un milligrammo. Potrei sembrarvi esagerata, estremamente meticolosa, una maniaca e forse un po’ lo sono, ma per cucinare nel migliore dei modi non posso fare a meno di rispettare dettagliatamente quello che il professore mi ha insegnato. D’altra parte la disciplina appartiene a chi sa veramente realizzare un qualcosa di sbalorditamente gustoso, sia che cucini un primo, un secondo o un dolce o della meravigliosa metanfetamina.
W.W.

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Deep black

E’ inutile agitarsi, tanto da qui non esci 

Gli errori si pagano, non possono essere cancellati, non puoi bannare  quello che non ti piace di te  o ciò che hai fatto. E’ tutto registrato e non da quella stronzata chiamata magazzino della coscienza,  tutto resta qua nei byte dei nostri supporti digitali e tutto torna utile al momento, quanto c’è sete di giustizia, sete di sangue. La vendetta non è un piatto che va servito solo freddo,  il calore è spesso necessario per moltiplicare  l’effetto del gusto, per questo motivo dobbiamo essere vigili,  dobbiamo affrettarci e esserci, dobbiamo dimostrare che esistiamo e per farlo dobbiamo diffondere la nostra morale, il nostro preziosissimo punto di vista in ogni spazio possibile del web. Noi siamo la ragione, gli infallibili e lo grideremo forte, sprezzanti delle critiche che  quegli imbecilli dei buonisti, dei laureati e dei radical chic ci riservano. Ma che ne sanno loro di vita vera, di bambini, di alimentazione, mafia, medicina o terrorismo? Noi che tutti i giorni resistiamo nei nostri posti di lavoro, noi che ci adoperiamo per i nostri figli, per il calcio e che lottiamo anche per il nostro peso forma sappiamo come si sta al mondo, come ci si deve comportare.  A noi non potrà mai accadere di avere un congiunto invalido o assassino, di avere una madre instabile o un padre delinquente, non potrà mai capitarci di avere relazioni con persone problematiche o manesche.
Impossibile, per la gente come noi, ritrovarsi vittime di stalking perché sappiamo scegliere,  noi non potremmo mai avremo mai fregature perché siamo furbi, noi capiamo al volo ciò che è bene e ciò che è male. La nostra esperienza, quello che abbiamo vissuto  e che non trovate scritto sui libri o nelle parole di quelli che chiamate saggi, è quello che ci rende forti, infallibili, noi non  abbiamo commesso né commetteremo  mai errori … forse …
Forse è successo che qualcosa ho dimenticato o che non anche a me sia capitata qualche leggerezza come quella volta che ho fatto quel filmato e l’ho mandato a quel tipo che mi piaceva tanto, ma forse lui lo avrà cancellato … forse. Mica sono una cogliona io come quella Marina che aveva mandato quelle foto hard a quel Nicola il quale le aveva condivise con tutti i suoi contatti e poi diffuse nel web. Che troia quella Marina, immagini così esplicite da porca e quante gliene avevo scritte. Una ragazza perbene mica si mette in quelle pose, una ragazza perbene sceglie a chi mandare le proprie immagine intime e a chi non, vero?
Io credo di aver scelto bene, quel filmatino era breve e neanche troppo malizioso, si ero nuda e mi toccavo ma insomma tutti lo fanno, sono cose che capitano quando ti piace una persona, io non sono mica Marina poi, io non sbaglio, non posso sbagliare, ho anche un marito adesso e un figlio … come potrebbero reagire se venissero diffuse le mie immagini? Come potrei sopportare io di ricevere certi commenti? Non accadrà mai, non a me, giusto?

delle colombe e del fiore

e come l’aria gira gira,  neanche te ne accorgi,  ma la respiri

Quanto miele c’era sulle sue labbra? Non saprei dirvelo ma ne ero attratta come un’ape è attratta dal polline, come un assetato  è attratto dall’acqua fresca di un ruscello di montagna. Era bello,  ma forse neanche più di tanto,  ma per lo era e poi c’erano le sue labbra. Vi ho già detto che aveva delle labbra bellissime? I suoi baci, Dio mio com’erano i suoi baci …  se ci penso ne ho ancora sete.

Non so se fosse estate, ma ricordo che era caldo e che il tramonto si era appena manifestato con tutta la sua rossa bellezza. Ero sola, me ne stavo tornando a casa da una delle mie passeggiate quando incrociai il suo sguardo e lo salutai. Lo vedevo spesso qua nei dintorni e a dire il vero non era la prima volta  che mi ritrovavo ad arrossire al suo sguardo, ormai erano anni che funzionava così: ci guardavamo, io arrossivo, poi  abbozzavo un sorriso e ci salutavamo, niente di più. Qualcuno potrebbe pensare che ci comportavamo come due adolescenti un po’ imbranati, ma quando gli anni si accumulano non si è più avvezzi a questo tipo d’incontri “reali” e poi ci sono mogli, mariti, vita di paese e rogne che si vorrebbero evitare, per cui un sorriso e un saluto non possono essere considerati compromettenti e in ogni caso sono pur sempre un segno di cordialità, giusto?  Non conoscevo il suo nome, ma sapevo che era straniero, dove abitava e che ci cercavamo da tempo. Quella sera anche lui era solo, sembrava che nel paese non ci fosse nessuno e  il sorriso che ci scambiammo fu più lungo del solito, come se il tempo si fosse dilatato e ci avesse fatto entrare in un’altra dimensione tutta nostra. So di sicuro di avergli detto qualche  bischerata per togliermi dall’imbarazzo causato dalla mia timidezza, bischerata che però aveva sortito l’effetto di farmi diventare ancora più rossa cosa che, dopo qualche secondo di panico, ci fece scoppiare in una fragorosa risata. Non mi stancavo di guardarlo nei suo grandi occhi verdi e poi c’era la sua bocca così invitante  e il mio cuore che batteva così forte che temevo che anche lui lo potesse sentire.  Come accadde non saprei dirvi esattamente, ma una sana incoscienza prese il sopravvento e mi ritrovai a chiedergli se avesse voluto fare un giro con me lungo il fiume. La sera era chiara, s’intravedevano alcune lucciole che danzavano nei campi e si percepiva l’arrivo di un’aria sempre più fresca. Arrivammo in uno spiazzo, lui mi prese per mano e ci ritrovammo a baciarci, le sue labbra … Dio com’erano dolci più del miele le sue labbra. Gli tolsi la camicia e la mia bocca si ritrovò a percorrere il suo collo, le sue spalle, il suo petto e le mie mani cominciarono a perlustrare il suo corpo per conoscerlo nei minimi particolari. La sua bocca morbida e forte sulla mia, la sua lingua e poi le sue labbra sui miei seni, le sue mani e poi di muovo la sua lingua che si faceva strada fra le mie gambe. L’eccitazione ci rendeva impermeabili al buon senso che ci avrebbe indicato che fare l’amore in un luogo aperto poteva non essere un comportamento molto saggio, ma quel buco temporale dov’eravamo rifiniti sembrava essere isolato dal mondo reale.  La sete di entrambi, il voler dare e ricevere piacere, il suo sesso a contatto con la mia bocca, il suo sguardo estasiato in cui si rifletteva la luce della luna e poi l’averlo dentro e dopo ancora il sentirlo gemere e il mio sentirmi sfinita e appagata come mai mi ero sentita.
Inutile dirvi che fu bellissimo, talmente bello che entrambi, senza neanche dircelo, decidemmo d’inglobare quella sera dentro la sfera dei ricordi per non inquinarla con la quotidianità delle nostre piccole mestizie. Dopo un po’ di tempo si trasferì e non ricordo neanche più il suo nome, né  dove fosse andato a vivere, ma le sue labbra … Dio com’erano le sue labbra, più dolci del miele. Vi ho già detto che aveva una bocca bellissima?

 

A casa

“Un altro attentato, l’ennesimo della settimana”
“Ma del calcio mercato si sa nulla?”

“Ti sto dicendo che c’è stata un’altra bomba, molti morti e tu mi chiedi del calcio!”
“I morti m’interessano solo se ne sono coinvolto direttamente per il resto un attentato più uno meno che vuoi che sia, siamo più di 7 miliardi su questo pianeta. In  un attentato al massimo ne ammazzano qualche migliaia, sai quante possibilità abbiamo di morire uccisi dai terroristi? Poche te lo dico io, anche se a matematica sono sempre stato una schiappa.”

“Il tuo cinismo a volte mi fa davvero schifo, ma tu immagina il dolore di un genitore per aver perso così un figlio. Immaginati lo smarrimento di un bimbo rimasto solo … io se ci penso sto male.”
“E’ che sei troppo sensibile,  poi guardi tutti quei film che giocano appunto sull’emotività e questo i terroristi lo sanno bene. Piazzano bombe o si lanciano con auto e aerei verso le persone comuni per farti pensare “oh cribbio domani potrebbe accadere a me”. Poi arriva Hollywood che fa uscire dozzine di film sui cattivi e sui buoni, tu esci dal cinema che sei ancora scossa, torni a casa accendi la tv e zac un nuovo attentato. E’ così che funziona l’industria della paura, se sei anche nel periodo del ciclo ti fottono ancor di più. “
“Io mi chiedo a volte perché ti ho sposato …”
“Perché mi ami, ami il mio pragmatismo”
“Ti odio. Io me ne sto qua preoccupata a cercare notizie sulle vittime e tu hai voglia di scherzare.”
“Dai non fare così. Sai che ti amo proprio perché tu sei così dolce, perché ti preoccupi degli altri. 
Dai su dimmi che sta dicendo il tg, quanti morti, quanti feriti?”
“Eh?”
“Ti stavo chiedendo dell’attentato”
“M’importa una sega dell’attentato adesso, è cominciato Alta infedeltà su Real Time e non mi rompere i coglioni eh! Lo sai quanto mi piace.”

Ponti non muri – Lo sport, un ponte per la Palestina

Lo sport e l’arte sono mezzi che possono creare legami di amicizia perché parlano ad una parte profonda dell’umanità.  Lo sport è stato lo strumento che molti campioni hanno utilizzato per uscire dalla loro condizione iniziale di povertà ed è con questa premessa che l’Associazione Ponti non muri  ci presenta il suo progetto “Lo sport,Un Ponte per la Palestina”:
“Lo sport ha assunto sempre più importanza nel sistema delle Nazioni Unite, in virtù del contributo che esso può dare al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione mondiale: riguarda la partecipazione, l’inclusione, la cittadinanza; unisce gli individui e le comunità; dai campi per i rifugiati alle zone di guerra, alle periferie violente delle città, lo sport può migliorare la vita quotidiana delle persone vulnerabili e bisognose. Lo sport ha anche un ruolo sociale: è grande potenziale per contribuire ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Esso aiuta a contenere l’aumento della spesa sanitaria e la sicurezza sociale migliorando la salute e la produttività della popolazione, garantendo una migliore qualità della vita nella vecchiaia e abbattendo le barriere sociali. Fondamentale è il ruolo dello sport nell’istruzione e formazione. Migliorare la salute attraverso lo sport è determinante nella società moderna. Lo sport è una parte indispensabile di qualsiasi approccio alle politiche pubbliche mirate a migliorare l’attività fisica.”

L’Associazione Ponti non Muri ha come obiettivo quello far conoscere la drammatica situazione che si vive in Palestina, terra sotto occupazione da più di sessant’anni, raccontando quanto realmente succede al popolo palestinese e organizzando manifestazioni culturali, informative e di raccolta fondi per sostenere l’orfanotrofio La Crèche di Betlemme (città che in cui si vive come in un carcere a cielo aperto, circondata da un muro alto fino a 8 metri e lungo 750 chilometri) e sostenendo l’unica squadra mista di atletica leggera della Palestina a Gerico “Shabab Ariha”.

Lo sport in Palestina La Palestina ha un cuore pulsante che, nonostante tutto, resiste e combatte. La povertà nelle periferie delle città più importanti è incredibile: mette quasi i brividi solo il pensiero di dover abitare in ‘lamieropoli’, in luoghi senza acqua corrente e senza elettricità, sfruttando un bestiame rachitico per avere latte e cibo. A tutte queste difficoltà si aggiungono quelle che riguardano: – il movimento delle società sportive palestinesi verso l’esterno ma anche negli stessi Territori Occupati Palestinesi e Gaza e delle squadre estere (in particolar modo provenienti dai paesi arabi) 2 che vogliono entrare in Cisgiordania. Le squadre locali non possono muoversi liberamente all’interno dei loro confini, in Cisgiordania e a Gaza, non possono agire liberamente e sono sottoposte a restrizioni e violazioni da parte delle autorità israeliane (per quanto riguarda il calcio in netta violazione della Circolare FIFA n. 1385). Viene fortemente limitata la libertà di movimento di atleti, allenatori e arbitri (ed è quindi impossibile stilare un calendario di incontri fra squadre locali). Per esempio, nell’aprile 2016, è stato negato a 100 atleti palestinesi (fra cui addirittura un atleta palestinese olimpionico, partecipante alle Olimpiadi di Pechino del 2008) il permesso di recarsi da Gaza a Betlemme per partecipare alla “Maratona di Betlemme per i Diritti Umani”, con la scusa di problemi di “sicurezza”; –

il trasferimento e le donazioni di attrezzatura sportiva dall’estero verso la Palestina è fortemente contrastata e osteggiata dalle autorità israeliane che, con le procedure di occupazione, ritardano notevolmente le consegne (quando non le impediscono totalmente con la scusa dello smarrimento) facendo sostenere costi aggiuntivi e imprevisti e creando barriere che rendono molto difficile lo svolgimento dello sport in Palestina; – la costruzione di nuovi impianti sportivi in Palestina è fortemente ostacolata dalle autorità di occupazione israeliane: difficilmente viene data l’autorizzazione per la costruzione di un impianto sportivo. Non esiste una pista di atletica leggera omologata in tutta la Palestina. I ragazzi delle squadre di atletica si allenano per strada, sullo sterrato o in cortili in cemento o asfalto in cui vengono tracciate le corsie; – le violazioni dei diritti umani che sono all’ordine del giorno nel contesto sportivo palestinese. Vorremmo che lo sport in Palestina tornasse ad essere considerato un mezzo di trasmissione di valori universali e una scuola di vita che aiuti la socializzazione e il rispetto tra compagni e avversari.

(qua in allegato è possibile leggere e scaricare il progetto Ponti non muri per il 2017: Progetto IV stage (1) )


Proprio per queste difficoltà l’associazione Ponti non muri si è posta questi obbiettivi:

  • Sostenere la gioventù palestinese, dandogli speranza in un futuro migliore, futuro che loro stessi possono costruire nonostante le difficoltà di una vita sotto occupazione militare che dura da oltre 70 anni, con privazioni, rischi e sacrifici continui
  • Aiutare questi ragazzi ad uscire dal muro di indifferenza e rassegnazione che li circonda
  • Dare alla gioventù palestinese una speranza di crescita sana e di sostegno reciproco che solo lo sport può dare
  • Consolidare il gemellaggio creato fra la squadra di atleti palestinesi Shabab Ariha e la squadra del CUS Sassari, per scambi culturali e confronto continuo
  • Dare ai giovani sassaresi che entreranno in contatto con gli atleti palestinesi una nuova possibilità di crescita nella scoperta di una nuova cultura
  • Far conoscere ai ragazzi palestinesi i saperi locali, la cultura e le tradizioni della Sardegna
  • Abilità tecniche acquisite e da acquisire, al fine di poterle adattare, trasformare e “trasportare” nella propria terra perché possano usufruirne anche gli atleti più piccoli che si affacciano per la prima volta alla pratica sportiva
  • Allargare l’ambito territoriale delle conoscenze reciproche, che ha avuto come fulcro la città di Sassari, alle altre realtà sarde e della Penisola.

Per aiutare l’Associazione Ponti non muri a realizzare gli obbiettivi prefissati  possiamo fare una donazione di qualsiasi cifra a questo indirizzo: http://www.pontinonmuri.it/donazioni.html
oppure acquistare uno dei loro gadgets tramite questo sito: https://worthwearing.org/store/associazione-ponti-non-muri

Personalmente ho conosciuto questa associazione  tramite il mio amico Giuseppe Del Vecchio, sportivo e attivista per i diritti umani, un uomo bello dal cuore grande. Il suo entusiasmo è quello coinvolgente di chi si butta a capofitto in un’idea che sa di essere giusta. Ho chiesto a lui della sua esperienza con l’Associazione Ponti non muri

Come hai conosciuto l’Associazione Ponti non Muri?
“Ho conosciuto Ponti non Muri su Facebook. C’era un post in cui si cercavano disperatamente fondi per salvare la vita a un ragazzino di un piccolo villaggio della Thailandia affetto da una grave malattia cardiaca. Un post in cui c’era la parola goccia scritta ripetutamente. Io ero impegnatissimo in un progetto in India riguardante la costruzione di una scuola in mezzo a un mare di difficoltà, soprattutto economiche, perché il costo dei materiali aumentava di giorno in giorno. Misi ogni pensiero da parte perché fui colpito da quello “sgocciolare”, presi informazioni e vidi che l’attività principale di Ponti non Muri era in Palestina, all’orfanotrofio di Betlemme. Il caso volle che ero in partenza per la Palestina, un regalo a mia madre alla scoperta della Terra Santa. Li contattai. Fui accolto con una gioia insperata e, naturalmente, mi fu affidato un compito, come se fossi stato da sempre uno di loro.
La storia di quel bimbo malato si intrecciò con il mio progetto in India per il dramma della sua morte.
I soldi raccolti per il suo viaggio della speranza furono dirottati per la scuola senza che io lo chiedessi, anzi, lo pensassi. Era quello che mancava per chiudere il progetto. A settembre 2011 la scuola fu inaugurata in uno dei posti più desolati dell’India, il Madhya Pradesh e un aula della materna è intitolata al piccolo Tim.”
Sei venuto a contatto con gli attivisti dell’associazione e con i ragazzi palestinesi, raccontami della tua esperienza sul campo, delle tue emozioni
“Come dicevo il primo incontro è stato virtuale (messaggi, e-mail) e lo ebbi con Silvia Sanna che contattai per avere informazioni sul piccolo Tim e sull’associazione, successivamente parlai con Lavinia Rosa per organizzare la mia visita all’orfanotrofio di Betlemme. Silvia e Lavinia sono due delle colonne di Ponti non Muri.
Ma il primo incontro in carne e ossa lo ebbi coi bimbi di Betlemme.
Scrissi questo quel giorno “Mi fanno piegare dalle risate i bambini. Quando vedono arrivare un estraneo che sanno che è là per passare qualche momento con loro fanno gli gnorri. Continuano a farsi gli affari loro. Lasciandoti a competere con la loro coda dell’occhio. Poi lentamente arrivano. Dal più audace fino al più timido e ti avvolgono. Guardo i miei figli. Ci mettono un po’ a realizzare… A lasciarsi andare. Ma poi li perdo. Si sono mischiati perfettamente… Formano un unico corpo. Non ci sono più bambini italiani e bambini palestinesi che giocano assieme. Sono una cosa sola.”
Insomma un emozione difficile da raccontare quando sei chiuso dentro un muro vergognoso.
Fu quello il giorno in cui decisi di dedicare tutto alla Palestina. Era luglio del 2010. Dovevo “semplicemente” completare il lavoro in India. Dopo aver passato un anno con un’altra associazione che si occupava di Palestina e dopo essere tornato in quella terra un’altra volta decisi di dedicarmi completamente a Ponti non Muri.
Nel frattempo era stato messo su un altro progetto che mi avrebbe portato a nuovi incontri e nuove emozioni. Il progetto si chiamava e si chiama ancora “lo sport, un Ponte per la Palestina”. Da amatore podistico abbracciare la realtà della squadra giovanile mista di atletica di Gerico fu come chiudere un cerchio di passione. Quest’anno per la IV volta un gruppo di quei ragazzi sarà a Sassari. Conoscerli, vederli crescere come persone e come atleti, correre con loro la maratona di Betlemme del 2016, ospitarli a casa mia quando li ho “rubati” per qualche giorno alla Sardegna, sognare con loro le olimpiadi e una pista vera a Gerico, piangere con loro, dividere ogni cosa come si fa con il tuo migliore amico, girare tra la gente a mostrare, come dice Lavinia, che “hanno 2 occhi 1 bocca 2 orecchie come tutti” e a raccontare la loro esperienza di ragazzi che hanno bisogno di vivere in santa pace, insomma ti fa sentire pieno e vuoto al tempo stesso.”
Perché lo sport come progetto per unire le persone e abbattere i muri?
“Il progetto sport nasce, anche questo, per caso.
A Sassari ogni anno si svolge una rassegna cinematografica dal titolo Visioni Solidali durante la quale ogni associazione presente nel territorio propone un film in tema con la propria attività. 
Nel 2012 Ponti Non Muri presentò Inshallah Bejiin. Il film racconta di tutte le difficoltà che dovranno superare i tre protagonisti prima di arrivare in Cina per partecipare alle olimpiadi di Pechino. La maggiore sta nella loro Nazione, la Palestina, che ancora non esiste e che non ha i mezzi per supportarli. Ponti non Muri ha tra i propri componenti persone che hanno l’atletica nel sangue e hanno fatto atletica e fu un attimo per loro trovare i contatti con uno dei protagonisti del film Mamoon Baloo che oggi allena, appunto, i ragazzi di Gerico.”

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Un passo dietro l’altro, rumori di rami secchi schiacciati dai passi e affanno. Ancora una strada da conoscere, ancora un albero che non hai mai visto, una prospettiva nuova, un punto di vista diverso.  Il caldo, il freddo, la pelle che s’irrita, l’indolenzimento e poi la forza, il tuo tempo, la tua libertà. img_20170209_135819