“North was somewhere years ago and cold:
Ice locked the people’s hearts and made them old.
South was birth to pleasant lands, but dry:
I walked the waters’ depths and played my mind.“
Refugees, Van der Graaft Generator
Una sola alba di pace, solo questo sognavano: almeno una volta svegliarsi nella quiete e potersi liberamente abbracciare.
Il cammino era ancora tanto, e tanto ne avevano fatto: fradice di acque e di sudori, inaridite di sabbia e di sole, ricche di speranza, povere di denaro, provate dalla fame, dalla perdita dei loro compagni; erano riuscite comunque a rimanere insieme.
Adaora, figlia del popolo, e Kubra, la più grande, volevano solo essere libere di costruirsi un futuro e potersi amare liberamente. Sapevano che da qualche parte, nel nord del mondo, potevano farlo.
“Sai, sarebbe bello potersi sposare, poter avere anche dei figli”, ripeteva Kubra.
“Io vorrei crescere donne fiere come noi, emancipate e grandiose; le nostre figlie potrebbero contribuire a cambiare ogni fazzoletto di terra che sia possibile calpestare, anche quelli più inaccessibili.”
Sognava così Adaora, e Kubra la prendeva in giro, dicendole che la vedeva bene a capo di una tribù di lesbiche che avrebbero abbattuto il patriarcato ovunque.
Quell’ovunque, però, doveva per forza accendere il suo motore al nord, non nella loro città, non nella loro nazione; lì avrebbero rischiato la morte, se solo qualcuno avesse sospettato del loro amore.
Ma come si fa a nasconderlo, un amore così grande? È come un torrente che prima o poi straripa, un fuoco che non può non arrivare all’apice della devastazione.
Adaora e Kubra avevano provato a fermare quell’evento devastante, ma troppo potente era quella calamita che le attraeva. Si possono cambiare parole, atteggiamenti, ma non la luce che accendeva i loro occhi già dalla prima volta che si erano viste. Quella luce che poteva condannarle anche alla morte.
Per questo erano partite, in sordina, senza dire niente alle loro famiglie: la miscela di incoscienza e di coraggio era stata il combustibile dell’inizio del loro viaggio verso nord.
“Vale la pena di tentare”, si dicevano, “anche se c’è una possibilità remota di riuscire, almeno una possibilità potremmo averla; se restiamo qua non ne avremmo alcuna.”
“Come mi vedi come rifugiata in Svezia?” scherzava Adaora. “Sono convinta che a quei pallidi piacerei.”
“Invidierebbero la tua pelle nera, soprattutto il tuo bel culo rinsecchito!” le rispondeva Kubra.
E Adaora: “Mai quanto invidierebbero i tuoi seni flosci!”
Prendersi in giro: non avevano mai smesso di farlo, nonostante la morte che camminava al loro fianco; e forse proprio per questa consapevolezza cercavano di allontanarla, sottolineando gli ipotetici o reali difetti l’una dell’altra.
“Le rifugiate lesbiche.”
“Le rifugiate lesbiche e nere!”
Ridevano e pensavano che potesse essere un bel nome da dare al ristorante che un domani avrebbero aperto su al nord. Avrebbero servito piatti delle loro origini, avrebbero offerto i pasti a chi non poteva permetterseli.
“Adaora, amore, principessa del mio regno, ti amerò ogni notte: quando stanche andremo a dormire entrerò con la mia lingua dentro te per farti impazzire, perché ti voglio sempre sveglia; anzi, dopo ti lascerò dormire, per vegliare sulla tua bellezza abbandonata ai sogni.”
“Kubra, sei una stronza, ma ti amo lo stesso.”
Amore, amore e ancora amore: cercato di celare di giorno, inarrestabile quando riuscivano a rimanere sole.
Non so se, dopo aver raggiunto il mare, riuscirono ad attraversarlo e, in qualche modo, arrivare su, fino al nord.
Mi piacerebbe pensare che un giorno io, in quel ristorante, potrei entrare, essere ricevuta dai sorrisi di Adaora e Kubra, parlare con loro, vedere quella luce risplendere nei loro occhi.

Lascia un commento