di Sabrina Ancarola
Faccio cose perché sono inquieta, scrivo perché, dare una forma alla mia inquietudine, a volte è divertente. Sono cantante, presentatrice, scrittrice e autrice di pièce teatrali e cene con delitto. Non so cosa mi riesce peggio, ma mi ostino perché mi piace ballare pur non sapendo affatto ballare.

  • La parola io
    È un’idea che si fa strada a poco a poco
    Nel bambino suona dolce come un’eco
    È una spinta per tentare i primi passi
    Verso un’intima certezza di sé stessi
    La parola io
    Con il tempo assume un tono più preciso
    Qualche volta rischia di esser fastidioso
    Ma è anche il segno di una logica infantile
    È un peccato ricorrente ma veniale
    Io, io, io
    Ancora io
    Ma il vizio dell’adolescente
    Non si cancella con l’età
    E negli adulti stranamente
    Diventa più allarmante e cresce
    La parola io
    È uno strano grido
    Che nasconde invano
    La paura di non essere nessuno
    È un bisogno esagerato
    E un po’ morboso
    È l’immagine struggente del Narciso
    Io, io, io
    E ancora io
    Io che non sono nato
    Per restare per sempre confuso nell’anonimato
    Io mi faccio avanti
    Non sopporto l’idea di sentirmi un numero fra tanti
    Ogni giorno mi espando
    Io posso essere il centro del mondo
    Io sono sempre presente
    Son disposto a qualsiasi bassezza per sentirmi importante
    Devo fare presto
    Esaltato da questa mania di affermarmi a ogni costo
    Mi inflaziono, mi svendo
    Io voglio essere il centro del mondo
    Io non rispetto nessuno
    Se mi serve posso anche far finta di essere buono
    Devo dominare
    Sono un essere senza ideali assetato di potere
    Sono io che comando
    Io devo essere il centro del mondo
    Io vanitoso, presuntuoso
    Esibizionista, borioso, tronfio
    Io superbo, megalomane, sbruffone
    Avido e invadente
    Disgustoso, arrogante, prepotente
    Io, soltanto io
    Ovunque io
    La parola io
    Questo dolce monosillabo innocente
    È fatale che diventi dilagante
    Nella logica del mondo occidentale
    Forse è l’ultimo peccato originale
    Io

    Devo ringraziare il Maestro Franco Battiato per aver colto, tra i suoi fiori, questo meraviglioso brano di Giorgio Gaber, un autore che, ammetto, merita da parte mia un ascolto più approfondito di quanto abbia fatto fino a oggi.

    Il testo è un manifesto: questa canzone andrebbe non solo studiata nelle scuole, ma tenuta presente in ogni casa, in ogni luogo pubblico, in ogni studio medico (specie in quelli degli psicologi), in ogni mente.

    Non aggiungerò altre descrizioni alla parola “io”: Gaber lo ha fatto in modo magistrale. Resta solo in me l’amara consapevolezza, visto il periodo attuale, che rischiamo di estinguerci, poiché:

    “Questo dolce monosillabo innocente
    È purtroppo divenuto dilagante
    Nella logica del mondo occidentale.”

    Buon ascolto.

  • Italia 2032

    Profughi dell’hinterland milanese si stanno dirigendo a piedi verso Genova. Da Cinisello Balsamo occorrono 44 ore di cammino, 44 terribili ore in cui questa povera gente dovrà affrontare le devastazioni del capoluogo lombardo: cecchini, cumuli di macerie che bloccano le strade, incendi, sciacalli e predatori. Sembra incredibile, per chi ha vissuto in una condizione di tranquillità, dover ora sopportare gli orrori della guerra.

    Le comunità hanno smesso di resistere e la paura di essere mandati al fronte come carne da macello è ormai comune, soprattutto tra i più giovani. Qualche anno fa, all’inizio del conflitto, al primo richiamo dell’“eroico patriota”, molti erano entusiasti di partecipare a quella che doveva essere l’azione che avrebbe reso grande l’Europa e il nostro Paese. Ma sono bastati pochi mesi perché in tanti si rendessero conto che, militarmente, siamo scarsi. I nostri equipaggiamenti e le nostre armi sono bazzecole, pinzillacchere rispetto a quelle dei nostri nemici, che continuano a schiacciarci e a deriderci in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
    I bei ideali di patria, su cui i media continuano a bombardarci, ormai non se li fila più nessuno. Il popolo è affranto e, soprattutto, ha fame.
    Il gruppo, una volta superata la città, dovrà avanzare verso la Pianura Padana, una vasta zona infestata da pericoli di ogni tipo. Un’area con poca vegetazione, che rende questi disperati facili bersagli per i bombardieri. Non sarà semplice superare già i primi ostacoli: evitare le mine antiuomo disseminate nel comune di Landriano, i cecchini di Valera Fratta, i banditi di Bissone, per poi affrontare il confine tra Lombardia ed Emilia-Romagna.
    Affrontare poi l’Appennino, specie in questa stagione, è un’impresa ardua. I sentieri sono disseminati di cadaveri spogliati di tutto: degli oggetti che erano riusciti a portare con sé, dei loro vestiti, perfino della loro carne, presa d’assalto dai topi. Nella Seconda guerra mondiale si poteva almeno trovare aiuto nei partigiani rifugiati sui monti, ma in questo conflitto, data la supremazia militare degli avversari, è stato impossibile organizzare qualsiasi forma di resistenza.
    Se qualcuno del gruppo riuscirà ad arrivare alla costa, dovrà cercare lo scafista con cui, a caro prezzo, aveva concordato il viaggio su qualche bagnarola di fortuna. Il tutto senza farsi beccare dalla polizia o dai militari: per i giovani il rischio è la condanna per diserzione; per tutti, bambini e adulti inclusi, c’è l’accusa di tradimento della patria. Rischiano di finire in prigioni affollatissime, dove le condizioni di vita sono disumane e le punizioni all’ordine del giorno. Nessuna visita da parte dei parenti, nessuna risposta da parte dello Stato per avere notizie di loro. Molti, semplicemente, spariscono nelle gattabuie. Per sempre.

    Gaza Bay sarebbe un luogo ideale in cui vivere. Non troppo lontano dall’Europa insanguinata, l’ex nazione che un tempo si chiamava Palestina sta vivendo una fioritura di resort di lusso. Casinò, hotel sfarzosi, spiagge dorate: un paradiso per i milionari. Per quelli che si sono arricchiti con il mercato delle armi, con gli investimenti immobiliari. Un turismo d’élite, servito dai poveri sopravvissuti, quelli che hanno rinunciato a qualsiasi pretesa di appartenenza alla loro terra, alla terra dei loro avi.
    Ma raggiungere Gaza è impossibile: serve troppo denaro, e gli accordi tra il nostro governo, quello israeliano e quello statunitense non consentono l’ingresso ai profughi italiani. Alcuni ci hanno provato, spinti dalla disperazione. Alcuni sono riusciti ad attraversare il Mediterraneo fino alla Libia. La maggior parte è stata catturata e imprigionata nei centri di detenzione, quei luoghi infernali dove le guardie si divertono a torturare i prigionieri. Nessuno di loro è sopravvissuto.
    Chi non è morto nelle prigioni ha trovato la propria fine nel deserto.
    I nostri profughi, se saranno fortunati, arriveranno a Genova, per poi dirigersi in Sardegna. Se la Dea bendata veglierà su di loro, eviteranno di morire in mare o di essere intercettati dalla guardia costiera. Da lì, dovranno tentare di raggiungere le Baleari, dove ancora si trova qualche porto accessibile, per poi cercare altre imbarcazioni dirette verso l’Algeria. Poi continuare a piedi, attraverso il Sahara, fino alla Mauritania.

    Quanti di loro ce la faranno? Le donne incinte? I bambini? I più deboli? I vecchi?

    È davvero terribile dover lasciare la propria casa, anche se ridotta a un mucchio di macerie. Nonostante i pericoli, il rischio altissimo di morire, questo gruppo ha deciso di partire. Perché ormai, in Italia, anche la più flebile speranza di sopravvivenza si è spenta.
    Una volta in Mauritania, arriveranno nella terra promessa: il Senegal.

    Se qualcuno riuscirà ad arrivarci, dovrà accontentarsi di qualsiasi lavoro pur di campare. Dovrà affrontare il razzismo verso i bianchi europei. Dovrà vivere senza cittadinanza, senza diritti.
    Ma almeno, sarà ancora vivo.

  • Da tempo, Lapi Dario se ne stava rintanato in casa. Aveva persino smesso di frequentare la sua fidanzata, una ragazza meticolosa di nome Parsi Monia. Il oro amore era nato su un’app di incontri e finito in un app di scontri con lei che, dopo una lunga frequentazione, gli aveva detto: “Mi dispiace, ma ti vedo più come un amico.”
    Dario non l’aveva presa bene.
    “Il maschio moderno è in crisi, però non lo vuole ammettere,” gli ripeteva costantemente sua madre, stufa di averlo tra i piedi. E aggiungeva, di tanto in tanto: “A tutto c’è rimedio, tranne che alla morte.”
    Così, un giorno, anche solo per non sentirla più, Dario decise di andare da uno psicologo. Si affidò a uno studio dall’apparenza dinamica, chiamato Forever Jung.
    “La psicoanalisi junghiana è un tipo di psicoterapia analitica che esplora l’inconscio attraverso concetti fondamentali come l’inconscio collettivo, la sincronicità e gli archetipi. Questo approccio si concentra sulla crescita personale e sull’individuazione, ossia il processo di realizzazione del proprio potenziale unico.”
    Gli spiegò la dottoressa Franca Mente, che a un primo sguardo gli era parsa schietta, ma in cui notò presto qualcosa di poco chiaro.
    La psicologa esordì mostrandogli il panorama dalla finestra del suo studio:
    “Qui una volta era tutta campagna… Oggi come oggi, non ti regala niente nessuno… Se non ti ama, non ti merita…” E proseguì con una raffica di luoghi comuni che fecero infuriare Dario.
    “Non esistono solo il bianco e il nero, ci sono tante sfumature di grigio!” sbottò, uscendo dallo studio e sbattendo la porta.
    La psicologa lo rincorse, dicendogli: “La mia voleva essere solo una critica costruttiva!” Poi chiuse la porta, sospirando tra sé e sé: “I giovani di oggi non hanno più rispetto per niente.”

    Al cuor non si comanda.
    Dopo aver buttato 100 euro nel cesso con la seduta, Dario si rese conto che non poteva smorzare i suoi sentimenti con un semplice click. Mentre camminava, ripensava con rabbia alle tante frasi fatte sentite in quello studio. Una, però, gli ronzava in testa più delle altre: “Il nuoto è lo sport più completo.”
    Fu allora che prese una decisione: Domani mi iscrivo in piscina e da lunedì, cascasse il mondo, mi metto a dieta.

    L’importante è amarsi, pensò, il resto vien da sé.

  • Dario riprese a camminare in un bel pomeriggio di aprile. Alzò lo sguardo verso il cielo e pensò:
    «Una rondine non fa primavera, ma tante rondini sì.»
    Mentre passeggiava, riaffioravano nella sua mente i ricordi dell’infanzia, quando Sandro Pertini era considerato il miglior Presidente che l’Italia avesse mai avuto. Più avanti, vide alcuni ragazzi discutere animatamente dei massimi sistemi e concluse che, sebbene i bambini di oggi siano più svegli, senza una calcolatrice non sanno nemmeno fare 2 + 2.
    Per strada, Dario notò un vecchietto che imprecava contro una macchina, colpevole di non essersi fermata per fargli attraversare sulle strisce pedonali.
    «Non c’è più rispetto per gli anziani!» esclamava l’uomo.
    Dario, rivolgendosi a lui, intervenne: «Vede, signore, il problema è che il maschio moderno è in crisi… però non lo vuole ammettere.»Il vecchietto replicò: «Una volta si poteva uscire tranquilli la sera, si poteva lasciare la porta di casa aperta, il pane aveva un altro sapore, il calcio era più genuino… adesso, con tutti questi milioni…»
    Dario interruppe l’elenco di quel povero uomo, sorridendogli e aggiungendo: «Stia sereno, non si è mai troppo vecchi.»
    Mentre si allontanava, sentiva ancora il vecchietto sproloquiare sui giovani d’oggi, che non sono più quelli di una volta, che non conoscono la fame, che sono irresponsabili e via dicendo, nel suo infinito repertorio di lamentele.
    Ancora era presto per tornare a casa, e Dario non aveva voglia di incorrere nelle solite ramanzine di sua madre per aver pranzato fuori – sapeva già bene che, una volta rientrato, lei avrebbe detto: «Come si mangia a casa propria non si mangia da nessuna parte!»
    Così decise di andare a trovare un amico, quasi come se cercasse un tesoro. D’altronde, i veri amici sono quelli d’infanzia – anche se, a dirla tutta, il cane è il miglior amico dell’uomo.
    Mentre si accingeva a salire le scale della casa del suo amico Franco Forte, udì la voce di sua madre, una donna robusta di origine tedesca, che rimproverava il giovane, dicendo che i ragazzi d’oggi non conoscono il valore del denaro.
    Dario si fermò un attimo, sorrise e pensò: «Tutto il mondo è paese.»

  • Dario stava noiosamente facendo zapping con il telecomando, borbottando:
    “Ormai in TV si vede solo sesso e violenza, esco.”
    “Esci di nuovo?” ribatté sua madre, visibilmente innervosita. “Ricordati, questa casa non è un albergo!”
    Vedova da tempo e con lui come unico figlio, la madre ripeteva sempre:
    «Ricordati, la mamma è sempre la mamma e di mamma ce n’è una sola!»
    Fu così che Dario lasciò la casa, abbandonando la via vecchia per quella nuova, consapevole di ciò che stava lasciando alle spalle, ma ignaro di ciò che lo aspettava.
    Mentre camminava, notò un manifesto mortuario: annunciava la dipartita di Carpi Isa, morta dopo una lunga agonia causata dall’enorme peso delle sue borse sotto gli occhi.
    “Peccato,” pensò fra sé, “era davvero una brava persona.”
    Entrò in un bar, lasciando la porta aperta come al solito – dopotutto, era nato in una barca.
    Cercò, senza successo, di approcciare una ragazza dai capelli rossi, la quale lo liquidò:
    «Gli uomini preferiscono le bionde, ma poi sposano le more.»
    Il barista, che aveva assistito alla scena, esclamò:
    «Eh, non ci sono più le donne di una volta! Guarda cosa fanno con l’auto… Certo, le donne non sanno guidare, anche se maturano prima degli uomini. L’ho sempre detto: se una ragazza è bella, allora è oca!»
    E prima che potesse completare il proverbio “chi dice donna dice danno”, Dario gli chiese indicazioni per un posto dove mangiare.
    Il barista rispose:
    «C’è una trattoria proprio dietro l’angolo, è buona, si fidi – là si fermano sempre un sacco di camionisti.»
    Così, Dario si avviò verso la trattoria.
    Lungo la strada, vide sfrecciare una splendida macchina sportiva nera, che d’estate diventa un vero forno, e si mise a rimuginare sul fatto che, sebbene possano essere costruite per andare a velocità incredibili, non si può sfuggire ai limiti imposti.
    Giunto nella trattoria, prima di sedersi chiese all’oste dov’era il bagno – situato in fondo a destra.
    Dopo essersi lavato le mani e aver preso posto, gli fu immediatamente servita una pietanza.
    Pregustando quel pasto, Dario pensò:
    «Ah, non c’è niente da fare… così si mangia in Italia. E dire che stamattina non ho nemmeno fatto colazione – il pasto più importante della giornata… Certo, ma quanto cibo si spreca! Pensare che ci sono bambini del Terzo Mondo che muoiono di fame.»Questi pensieri gli tolsero ogni appetito.
    Si alzò dal tavolo, ma l’oste lo bloccò con fermezza:
    «Ci si alza dal tavolo solo quando anche tutti gli altri hanno finito!»
    Dario rispose che si era appena ricordato di un impegno improrogabile.
    Così, con la scusa che il giorno dopo sarebbe stato migliore, fece impacchettare il pasticcio e tornò nuovamente in strada.


    Gustave Courbet – Uomo disperato (Autoritratto) 1844
    Gustave Courbet – Uomo disperato (Autoritratto) 1844
  • Can you tell me where my country lies?

    Di nuovo a piedi in questa notte di terra bagnata.
    Sono solo le nove, la nebbia sta avvolgendo tutto intorno a me. Riuscirò a tornare a casa dai miei bambini prima che crollino davanti alla televisione?
    Mi avevano detto che qua avrei trovato fortuna, che avremmo potuto vivere tranquillamente del lavoro, che i miei figli non sarebbero finiti a spacciare o a prostituirsi, come molti ragazzi del mio paese.
    Dovrei essere grata perché lavoro, anche se il tempo della fatica prende gran parte del giorno e della sera. Per fortuna Manuel, Carmen e Victor sono in gamba. Hanno imparato a cucinare da soli, fanno i compiti, mi aiutano a tirare avanti, cercano di non farmi pesare la mia assenza.
    Dio, come sono stanca. Ma posso contare sui loro abbracci, sulle loro piccole conquiste, sul loro enorme amore.
    Il bus era appena passato, dovevo servire l’ultimo cliente e il capo non ha voluto sentire ragioni. “Sono fortunata ad avere un cazzo di lavoro come questo”, mi ha detto.
    Sì, uno dei tre lavori del cazzo che faccio per mandare avanti la baracca, una baracca umida, ma che almeno ha un tetto. Sono fortunata ad essere entrata nella grande nazione, the American dream che tutto ingloba e che tutto risputa.
    Manca ancora un po’. Le poche auto che passano da qua schizzano fango sui miei vestiti e sono fortunata se una di queste non mi travolge.
    Maledetto tempo, maledetta acqua. Essere nata al caldo e vivere qua, dove nebbia e pioggia segnano gran parte delle giornate, è una fortuna eppure la vivo come una maledizione.
    Sono ingrata e dovrei vergognarmi, soprattutto al cospetto di Dio, che mi ha dato la vita, tre meravigliose creature, una, seppur dura, speranza per un futuro migliore.
    “Signora” – si ferma un camionista – “vuole un passaggio?”
    E io dico di no, che non ne ho bisogno, che ormai sono praticamente a casa, anche se manca un lungo, interminabile chilometro alla meta.
    Chissà se Manuel si sarà lavato i denti, fa sempre storie per questo. E chissà se a Carmen è venuto il ciclo … Non c’erano più assorbenti in casa e ho fatto in tempo a prenderne un pacco prima di entrare in servizio.
    Domani sveglia, apparecchio la tavola per la colazione e via verso gli uffici da pulire. Uffici abitati da persone che mai conoscerò, persone che mai conosceranno chi gli svuota i cestini, chi passa lo spray profumato sulle loro scrivanie. Poi la mensa, tante facce di studenti da servire, tanto chiasso di voci da subire, e poi la tavola calda, che stasera, con questo umido, calda proprio non lo era.
    Eppure mi ripeto e mi ripeto che sono fortunata. Eppure continuo a sognare di tornare a casa mia, nel mio paese, libero dalla corruzione, dalla criminalità, dalla povertà.
    Mercedes non ha retto. Mi hanno detto che ha preferito rinunciare e tornare da suo marito il quale non era riuscito a passare il confine. Ma io so che è dentro in qualche prigione, perché irregolare.
    Gli irregolari portano tanti soldi al sogno americano, ma guai se si fanno beccare. Guai per loro, ovviamente. Per i sostenitori del governo sono una minaccia in meno. Una minaccia fatta di straccioni che vorrebbero solo un po’ di normale tranquillità.
    Sono fortunata e non dovrei avere pensieri così cupi. I ragazzi stanno bene e anche io sono in salute. E adesso manca davvero poco al mio arrivo.
    Sono fortunata, anche se vedo una pattuglia fuori da casa mia. Sarà un giro di controllo? Sì, dev’essere così.
    Sono fortunata, perché i poliziotti che si avvicinano a me non sono aggressivi. Mi chiedono del visto, mi chiedono del lavoro, mi chiedono dei figli.
    “Perché restano tutto il giorno da soli? Chi bada a loro?”
    Inutile che gli spieghi quanto siano in gamba i miei ragazzi, che sono ben educati e che, nonostante tutto, vanno bene a scuola e riescono a cavarsela in mia assenza.
    Inutile che parli, adesso che così calmi non mi sembrano e che stanno portando via i miei bambini, che, per fortuna loro – mi dicono- troveranno chi riuscirà a dargli una vita migliore.
    Separati da me.
    Separati gli uni dagli altri.

  • Balzella, libellula liberata nei prati,
    salta di fiore in fiore, spargi il tuo polline.
    Succhia linfa vitale e svanisci.
    Spiega per l’ultima volta le tue ali trasparenti,
    forma geometrie invisibili e lasciati prendere nella rete.
    Il tuo ciclo è finito, il mio deve ancora iniziare.

    Hilde rubava il miele nella notte mentre le sue api dormivano. Avrebbe potuto farlo benissimo di giorno, quando gli altri erano lontani, effettivamente questo era del tutto indifferente alle inquiline dell’alveare. Ma volete mettere quanto fosse più gustoso il miele rubato nell’oscurità?
    Il fratello ghiro lo sapeva. Sonnecchiava o faceva finta di farlo; anche per lui la questione era irrilevante.
    L’imperatrice delle api, regina del suo regno — o almeno così le piaceva sentirsi — agiva in silenzio, per non disturbare il canto dei grilli e quello delle cicale ritardatarie, che ancora confondevano l’alba con il tramonto.
    Hilde, al contrario della sua pigra figura, non dormiva mai, pur sognando di continuo. Si apriva nella sua piccola mente a mondi fantastici, in cui veniva desiderata come il miele.
    Amava essere amata nel suo regno come chi esercita il pensiero fra sinapsi e vorticosi marchingegni mentali, quale creatura non ama essere amata?
    La sua prestanza massiccia, la bocca avida segnata dal tempo, nascondevano una creatura sensuale, un mondo tutto da leccare, tutto da sentire sciogliersi in bocca, lasciando un buon sapore.
    Poteva stare ore a leccarsi le dita ruvide, assaporando il miele con una lentezza quasi ipnotica, sognando di giacere con qualche giovane che si aggirava furtivo e affamato in quella steppa che alcuni osavano chiamare foresta.
    Era stata madre, forse anche compagna. Aveva lasciato tutto e tutti andare via lontano da lei, senza alcun rimorso di un ricordo. La sua natura mal coincideva col rimpianto. Eppure sentiva ancora dentro di sé il fuoco della passione ardere, e il miele poteva essere un’allettante attrattiva.
    Doveva sbrigarsi, perché qualcuno poteva svegliarsi e interrompere forse un futuro momento di godimento che avrebbe anticipato un piacere insperato fatto di amore selvaggio.
    Sarebbe stato bello abbandonarsi a lunghi preliminari, sottomettersi, concedersi del tutto. Si vedeva inizialmente in piedi, per poi scivolare sotto il maschio, mentre quest’ultimo le mordeva gli arti posteriori o il collo. Le piaceva essere presa e sapeva come richiamare l’attenzione su di sè. E anche se il maschio di turno era lento o mostrava poco interesse, bastava fingere di liberarsi perché lui la prendesse ancora con più forza. L’audacia era uno stimolo enorme per non iniziare una lotta giocosa. Lo aveva fatto nel passato e se ci fosse stata una ghiotta occasione, lo avrebbe fatto ancora quella notte, nonostante la sua età.
    La natura tutto regola, ma stare in un confine troppo stretto, non aveva mai fatto per lei.
    Le orse sono tra gli animali con il più basso tasso riproduttivo. Hilde aveva già dato quel che poteva dare, quel miele rubato poteva ancora ingannare.

  • L’ultimo Sanremo mi ha dato l’occasione di leggere commenti – ahimè, molti provenienti dal genere femminile – rivolti ad altre donne artiste, in cui si sottolineava come alcune di loro apparissero volgari.
    Mi sono chiesta se esistano delle leggi non scritte che noi donzelle, di qualsiasi età, dovremmo rispettare. Dato che non sono scritte, come una novella Mosè ho deciso di buttarne giù almeno una decina, ma so che sono molte di più.

    1. Le donne non possono essere volgari
      Questa è una delle leggi base. Partendo da questo principio, è vietato indossare abbigliamento succinto, perché poi, se ci prendono per troie, ce lo meritiamo. Ma ancora peggio: se siamo troie, infanghiamo tutto il genere femminile. Le donne non possono dire parolacce, figuriamoci bestemmiare. Non sta bene usare parolacce e bestemmiare – per carità, non è una cosa bella per nessuno, ma per una donna, porcoddio, è ancora peggio. Se tutte seguissimo questa regola, eviteremmo di essere riprese da chi, per il nostro bene, ci indica cosa dobbiamo e, soprattutto, cosa non dobbiamo dire, fare, baciare,lettera e testamento.
    2. Le donne non possono ricorrere alla chirurgia estetica
      Soprattutto se il risultato è visibile. Questa legge va in conflitto con quella successiva, che recita:
    3. Le donne non possono invecchiare
      Invecchiare è un peccato, ma se proprio capita, dobbiamo farlo con decenza: restare in forma, truccarsi e curarsi, senza farlo notare troppo.
    4. Le donne devono essere belle ma senza eccedere.
      La troppa bellezza potrebbe essere un affronto. Bisogna esser belle in modo misurato, al massimo 90/60/90.
    5. Le donne non possono essere grasse
      Lasciarsi andare al piacere della carne, ma anche a quello dei carboidrati, delle olive ascolane, dei dolci, degli amari (compreso quello del Capo) è un affronto! Le donne in sovrappeso non devono nemmeno fare sport, mostrarsi grasse in palestra o in tuta mentre corrono; dovrebbero avere la decenza di evitare di farsi vedere in giro e dimagrire in silenzio a casa propria. Possono uscire unicamente quando trovano o ritrovano la forma giusta e, a quel punto, non incazzarsi se qualcuno sottolinea che, comunque, sono solo ex grasse.
    6. Le donne non possono essere troppo magre
      Essere troppo magre è segno di scarsa salute, di non curare il proprio aspetto o di essere magre soltanto per suscitare l’invidia di chi non lo è.
    7. Le donne non devono parlare di sesso
      Soprattutto in pubblico: si fa, ma non si dice – questo antico adagio dev’essere rispettato.
    8. Le donne non possono fare sesso al primo appuntamento
      Perché così si dimostra di essere poco serie. Più in generale, fare sesso per noi del gentil sesso (perché gentili dobbiamo esserlo per nostra natura) non dev’essere un piacere da ricercare, o almeno non dobbiamo dichiarare apertamente che ci piace scopare. (Vedi sopra.)
      Le donne non devono neanche masturbarsi, se lo fanno non devono dirlo, peggio ancora se usano sex toys possono traumatizzare la popolazione!
    9. Le donne devono essere sempre in ordine
      La sciatteria è vietata dalle convenzioni, compresa quella di Ginevra.
    10. Una donna dev’essere madre, moglie, amante e sorella per il proprio, unico, uomo.
      Potrebbe anche trasformarsi in un razzo-missile con circuiti di mille valvole, ma se non è madre, perde quell’allure che una donna deve avere.

    A proposito delle leggi divine, le ho lette, sono proprio frutto del patriarca del patriarcato Diobbono!

  • Non avevo capito, non ho fatto in tempo a capirlo, l’amore io.
    Di tempo ce n’era e l’ho lasciato passare, come l’acqua fra le mani come avrei mai potuto trattenerlo?

    Sono stata tentata di rubarlo quel momento, avrei dovuto farlo, ma non ne ho avuto il coraggio, non sono mai stata coraggiosa sull’amore, mi sono data per sconfitta ancora prima d’iniziare e tu adesso mi presenti l’occasione di turbare le mie misere convinzioni.
    Puoi permettertelo, io posso permettermelo?

    Ho, come sempre, più domande che risposte mentre mi lascio cullare nel suono e nelle parole, tutte da decifrare.

    Sai, mi copro spesso con le canzoni dei poeti, con la loro musica che mi avvolge. Non trascino la mia coperta come Linus, perché questa mia coperta è invisibile, ma c’è sempre: mi ci aggrappo, mi ci ricopro e mi tengo al sicuro, perché sognare mi è sembrato più possibile che vivere.

    E stupidamente mi sono fatta scivolare via le occasioni, perché dell’amore ho capito che è difficile amarmi. Amarmi mi è sembrato un destino inafferrabile.

    Non me ne sono sentita degna.
    Non vorrei, adesso, non avere più il tempo di imparare.

    Rossana sfuggiva gli specchi, non perché soffrisse di spettrofobia, semplicemente voleva ignorare la sua immagine. Le piaceva sentirsi essenza e non corpo, perché quel suo involucro non lo aveva mai amato, anche se un tempo lo toccava, anche se un tempo si lasciava toccare, anche se quel tempo ormai era così lontano da non percepirne più nessun fremito nel ricordo.
    Si pettinava, si curava, un minimo si truccava con gesti ormai meccanici. Sapeva che doveva nascondere alcuni difetti con il correttore, esaltare gli occhi per non farli annegare in quel correttore, per poi uscire di casa e fare ciò che doveva fare: cane, lavoro, casa, spesa, amici. Una vita perfetta senza il ricordo di un amore, una vita solida nel rimpianto di un amore.
    Prendeva il treno ogni giorno e, come tutti, guardava nel vuoto infinito di volti nel suo telefono. Come tutti, era lì presente senza essere veramente su quei vagoni, anche quando erano pieni e si stava scomodi.
    Una vita la sua che correva su rotaie ben fissate. Ogni tanto pensava a qualche deragliamento, al treno che volava di sotto mentre attraversava il fiume. Sognare finali epici era una delle sue specialità più segrete.
    Camminava molto, salutava sempre perché, pur non essendo un’assassina, le piaceva che il suo ricordo fosse accompagnato dalla consueta frase “Era tanto una brava persona”, e brava lo era davvero.
    Aveva interpretato il suo ruolo magnificamente, fino a rendersi invisibile, eccetto per i suoi cari e per il suo cane che le chiedeva il cibo.
    Come l’acqua, il tempo: non aveva potuto trattenerlo con le mani, sebbene quel suo corpo che evitava di guardare, addosso quel tempo glielo faceva sentire.
    La sua vita era ricca di momenti che le affollavano le giornate, così piena da non rendersi conto che questa scivolava via sempre più velocemente. Anche il suo cane stava invecchiando.
    Certezze, in un mondo che stava affondando come il Titanic, sapeva bene di non poterne avere, ma era allenata dalla sua routine quotidiana. Era forte. Pensava di esserlo.
    Fino al giorno in cui qualcuno riuscì a intravederla.
    Allora pensò di essere stata scoperta, che la sua strategia potesse saltare da un momento all’altro. Poteva difendersi, ma ne aveva ancora voglia? Non sarebbe stato più bello, una volta tanto, mollare quell’assurda presa che la costringeva nel suo ruolo di brava donna, senza più sogni, senza più voglie?
    Il suo ammantarsi di un ruolo simile a quello di Renée Michel, un riccio senza eleganza, lo sapeva che era solo una forzatura. Non era la portinaia della sua vita, ne era la padrona.
    E allora perché non tentare di giocare ancora una volta, che fosse l’ultima, che fosse la prima?
    Aprire il cuore, fare uscire i sentimenti, i più chiari, i più oscuri. Accogliere e non pensare che non ci sia più l’occasione del tempo. Perché si vive finché si è vivi, e quando si è vivi tutto è mutevole.
    E lo era anche lei.
    Non sapeva se in giro ci fosse il suo Kakuro Ozu, non sapeva nemmeno se si sarebbero ritrovati, ma valeva la pena di farsi smascherare, anche rischiando di essere investita da un furgoncino o di finire in acqua volando dal treno.
    Perché quell’amore, che è tutto carte da decifrare, valeva la pena di iniziarlo a cercare.


  • I miei nemici oggi hanno due e tre anni; i loro corpi sono stati ritrovati in mare. Non sono sopravvissuti alla traversata.
    Il mio nemico oggi è un bambino, catturato dalla polizia mentre era a scuola. Il suo crimine? Non essere cittadino americano, come Clara, beccata all’oratorio mentre si preparava per la prima comunione.
    Quello che spero un giorno sarà mio amico, oggi è quello che mi insegna a odiare, e più impariamo, più lui cresce, più entusiasmo crea, più diventa grande, ed è bello pensare di andare nella sua bolla. Con lui, i miei privilegi staranno al sicuro.
    È tremendamente facile addossare le colpe ai più deboli, mentre anche noi siamo parti stritolate di questo spietato sistema capitalistico che, dopo aver reso i poveri ancora più poveri, li caccia via affinché non possano nemmeno tentare di alzare la testa alla ricerca di una vita migliore.
    È anche bello sentirsi nel club dei privilegiati, esultare quando i porci vincono, ma poi, quando finiranno i poveri, mica toccherà a noi essere schiacciati da umanissime necessità come mangiare, bere, avere un tetto, un’istruzione?
    Non succederà mai, ci penseranno i nostri politici, che accompagnano con gentilezza un eroico generale che si sollazza a torturare e uccidere i nostri nemici, a proteggerci. Non è così?

    Ci sarà un futuro, una giornata della memoria, per il mio nemico?