di Sabrina Ancarola
Faccio cose perché sono inquieta, scrivo perché, dare una forma alla mia inquietudine, a volte è divertente. Sono cantante, presentatrice, scrittrice e autrice di pièce teatrali e cene con delitto. Non so cosa mi riesce peggio, ma mi ostino perché mi piace ballare pur non sapendo affatto ballare.

  • Pubblicato su Articolo21.org

    Il Libano non può aspettare: Alessio Paoletti, fondatore di Call for Lebanon, racconta quattro anni a Beirut e perché non ha potuto girare la testa dall’altra parte.

    Sono oltre un milione i libanesi costretti a lasciare le proprie case dall’intensificarsi dei bombardamenti israeliani nel sud del paese. Quasi un quinto della popolazione, in un paese che già ospita il più alto numero di rifugiati al mondo in rapporto agli abitanti. Le strade di Beirut si sono riempite di tende, le scuole pubbliche di famiglie senza più niente. Marcoluigi Corsi, rappresentante dell’UNICEF in Libano, nella sua dichiarazione del 27 marzo al Palais des Nations di Ginevra ha riportato che sono 19.000 i bambini sfollati ogni giorno. In Libano si stimano oltre 1.300 morti a causa dei raid israeliani.

    La strategia israeliana è la stessa già documentata a Gaza da Human Rights Watch: distruggere ospedali, scuole, infrastrutture per rendere il territorio invivibile. Si tratta di crimini di guerra: il diritto umanitario vieta gli sfollamenti forzati permanenti, ma qui le case vengono rase al suolo.

    Il bilancio è devastante. Il 26 marzo scorso sono stati uccisi 47 libanesi mentre l’esercito israeliano avanzava nel sud del paese, in quella che le cronache internazionali descrivono come un’escalation senza sosta. Decine di operatori sanitari uccisi dall’inizio dei combattimenti.

    A tutto questo si aggiunge il sistematico tentativo di cancellare le testimonianze: l’esercito israeliano ha deliberatamente ucciso tre giornalisti in Libano con missili di precisione, dopo averne già uccisi altri nelle settimane precedenti. Come a Gaza, si cerca di eliminare le voci che raccontano quello che accade.

    Le testimonianze che ancora arrivano descrivono una situazione devastante. Alcune di quelle voci raggiungono direttamente Alessio Paoletti, fondatore dell’Associazione Call for Lebanon. Alessio ha vissuto e insegnato a Beirut dal 2012 al 2016, dove ha intrecciato legami umani profondi che ha cercato di mantenere vivi nel tempo. Da quell’esperienza e dai legami costruiti negli anni, al suo ritorno in Italia è nata nel 2024 l’Associazione Call for Lebanon, in risposta ai primi bombardamenti israeliani nel sud del paese e nell’area meridionale di Beirut.


    Com’è stato vivere e insegnare a Beirut? Cosa ti ha lasciato quell’esperienza, sul piano umano?

    È stato un periodo molto intenso della mia vita. L’insegnamento è stato una grande sfida, un impegno che alla fine si è rivelato molto stimolante: gli studenti erano intelligenti, gentili, generosi. Non ho imparato l’arabo, purtroppo, ma ho migliorato molto l’inglese e ancora di più il francese.

    Cosa mi ha lasciato? Dubbi, contraddizioni, nostalgie, ricordi dolci e talvolta amari, e soprattutto legami profondi. Una visione di me stesso diversa, e una visione della vita diversa da prima. Vivere in Libano significa guardarsi dentro, mettersi alla prova, confrontarsi con parti di sé che magari erano rimaste inespresse.

    Ci sono stati anche momenti difficili, persino estremi. Penso per esempio a quando mi hanno rapito — e ho fatto come James Bond, gettandomi dalla macchina in corsa. Ma nel complesso porto con me soprattutto ciò che ho ricevuto umanamente: memorie, sapori, affetti, il calore delle persone. I saluti, gli abbracci, le presenze inattese. Ogni giorno era un incontro. Anche la solitudine aveva un senso diverso, più autentico.


    Che tipo di legami hai costruito lì, con colleghi e studenti?

    Legami molto forti, che in alcuni casi sono diventati parte della mia famiglia. Una famiglia che oggi è divisa tra Beirut, Parigi e altri luoghi, ma che resta unita. Con Grégoire, che purtroppo è deceduto, avevo stretto un legame speciale. E poi Mazen, Reine, Danielle, Caecilia, Joseph, Ali, Rami, Gassam, Nabil, Joe, Aline, Jihad, Antoine, Cristina, Taline, Leon, Charber, Elie, Spiridon e tanti altri.

    Con i colleghi i rapporti sono stati diversi, nel senso che talvolta erano un poco più formali come forse è naturale che sia. Ma anche in questo caso ci sono stati incontri importanti, persone di grande cultura e personalità, con cui ho condiviso momenti che restano vivi nella memoria.


    Questi legami sono diventati anche un canale concreto di aiuto grazie all’Associazione Call for Lebanon. Come stanno le persone con cui sei rimasto in contatto?

    Non stanno bene. C’è stanchezza, oppressione, una limitazione continua della libertà. E tutto questo colpisce persone di grande cultura, educazione e ricchezza umana. Non è facile per nessuno, anche per ragioni economiche molto concrete.

    I giovani, in particolare, erano pieni di energia, vitalità, voglia di vivere. Vivevano intensamente, anche perché sapevano che il futuro era incerto. Oggi quella stessa energia si scontra con una realtà molto più dura.

    Sono stati proprio loro (il loro sguardo, il loro atteggiamento verso gli altri, verso di me) a spingermi a fare qualcosa per il Libano. È nato da lì questo impegno: da un senso di riconoscenza, ma anche dal bisogno di non interrompere quei legami.


    Riesci a comunicare con loro con continuità o la situazione rende difficili anche i contatti quotidiani?

    Sì, sono in contatto con loro, con molti di loro continuamente. I libanesi hanno una grande capacità di mantenere le relazioni vive: rispondono, ci sono, anche quando le condizioni sono difficili.


    Una parte della politica mondiale agisce enfatizzando le differenze religiose e culturali per le proprie mire predatorie. Il Libano è molto più vicino a noi di quanto percepiamo, eppure viene raccontato come lontano. Cosa vorresti che chi osserva da fuori capisse davvero della vita quotidiana oggi?

    Oggi in libano la situazione vissuta dal popolo è tragica. Sarebbe lo stesso per chiunque si trovasse a vivere in quelle condizioni. La guerra distrugge tutto: vite, possibilità, futuro.

    Molti giovani hanno lasciato e stanno lasciando il Libano, e questo ha conseguenze profonde sul paese. È una perdita enorme, umana e culturale.

    Quello che vorrei si capisse è che il Medio Oriente non è lontano da noi. Quello che accade lì ci riguarda molto più di quanto pensiamo: è un laboratorio, un luogo in cui si anticipano dinamiche che poi si manifestano anche altrove.


    Possiamo dire che “Call for Lebanon” sia una prosecuzione naturale di quei legami costruiti negli anni?

    Sì, assolutamente. Nasce da quei legami, da quella riconoscenza, dal desiderio di dare continuità a qualcosa che non si è mai interrotto. Una parte della mia vita, e delle mie relazioni più importanti, è ancora lì.

    Ma, a parte questo aspetto personale, direi che c’è necessità di esserci, non voltarsi, di agire, chiedere, provare a fare quello che potrebbe sembrare difficile, impossibile, inutile…e invece no, nulla è impossibile se ci siamo, ci facciamo forza e insieme avviamo qualcosa di utile agli altri, anche solo per la presenza se non per la sostanza economica che nel nostro caso è assai modesta purtroppo.


    La vostra è una rete che porta aiuti diretti alle persone. Come funziona concretamente? A chi arrivano i fondi e in che modo vengono utilizzati?

    Funziona in modo diretto. Qui, io e gli altri fondatori dell’associazione, ma anche chiunque voglia diffondere il messaggio, raccogliamo i fondi che siamo in grado di reperire attraverso donazioni dirette sul conto corrente intestato alla associazione oppure attraverso piccoli eventi che organizziamo nelle nostre case o altrove e, attraverso contatti fidati sul posto, individuiamo le situazioni di maggiore necessità. Insieme decidiamo come intervenire, caso per caso.

    Le donazioni arrivano così direttamente a persone che vivono condizioni di difficoltà perché sfollate a causa della guerra in corso. È un processo semplice, ma basato su relazioni di fiducia che garantiscono l’uso appropriato di ogni risorsa raccolta.

    Noi siamo tutti volontari, l’associazione a sede a casa mia e non abbiamo spese se non quelle imposte dalla Banca, quali per la tenuta del conto corrente e le commissioni bancarie per effettuare i trasferimenti di denaro in Libano.


    In che modo si può sostenere il vostro lavoro e contribuire in maniera concreta?

    Il modo più semplice è contribuire, fare donazioni in denaro tramite il codice IBAN dell’associazione, ovvero anche tramite la donazione del 5×1000 in occasione della dichiarazione dei redditi annuali.

  • Per far contenti tutti – soprattutto quelli che incontriamo, quelli che ci guardano – dobbiamo adeguarci. È sempre stato così; non raccontiamoci la favola che sia una deriva moderna. L’essere umano ha sempre cercato di piacere. Sempre. Anche quando non aveva niente.

    I Neanderthal magari non avevano outfit sofisticati per gli standard attuali, ma ci tenevano a vestire le pelli più all’ultimo grido (soprattutto quello dell’animale ucciso per ricoprirsi). Un fiore, un segno sul corpo, qualcosa che dicesse “guardami”.
    Forse avevano qualche problema di pelo superfluo, ma per fortuna ci siamo evoluti.
    Gli antichi si truccavano gli occhi, uomini e donne. Non solo per proteggersi dal sole, ma perché quello sguardo funzionava:

    • Più mistero.
    • Più fascino.
    • Più presenza.

    E così siamo andati avanti. Corsetti stretti fino a togliere il respiro. Piedi fasciati fino a deformarli. Corpi modificati, compressi, sacrificati. Sempre per la stessa cosa: essere belli. Essere giusti per essere accettati.

    Ogni epoca ha avuto il suo ideale e ha compiuto le sue piccole nefandezze pur di raggiungerlo. Quindi no, non siamo peggiori oggi. Siamo solo più efficienti: la scienza ci aiuta e non sfruttare il progresso è da incivili!

    Ci decoriamo, ci modifichiamo, aggiungiamo o togliamo. Non dobbiamo piacere solo a noi; abbiamo il dovere morale di soddisfare lo sguardo degli altri. Non possiamo offenderlo mostrando una versione di noi che non sia quella prescritta dalla società.

    Dobbiamo rientrare in uno standard, in una misura. Un’idea che, per egoismo, non può essere solo nostra: è un’esigenza sociale. Il sistema non ci vuole grassi, non ci vuole vecchi: ci vuole giovani. Sempre. E se non lo siamo, dobbiamo dimostrare di esserlo. Non importa come.

    Rimuovere, riempire, svuotare. Togliere pezzi sani, aggiungerne altri.
    Farmaci nati per curare malattie, per fortuna, oggi sono strumenti estetici. Rischi per la salute? Fanno parte del gioco: ogni investimento presuppone un margine di rischio, no?
    Noi donne in primis abbiamo doveri verso il prossimo, ma anche gli uomini devono sfoggiare pettorali scolpiti, capelli folti, altezza e peso corretti. I divi ci hanno sempre influenzato: le morbidezze di un tempo sono sparite, una volta le donne “dovevano” portare la 42, adesso al massimo una 36.
    Qualcuno dirà: “Hollywood è lontana”, ma la nostra cultura è anche questo, grazie a Dio.
    A proposito, anche Eva pare avesse una forma invidiabile, finché quella stramaledetta mela non gliela rovinò. Quante calorie ha una mela? Troppe comunque.
    Questo pianeta, che grazie alla modernità conosciamo fino alle terre più remote, ci propone canoni ovunque. Le coreane, per essere belle, devono pesare meno di 50 chili.
    … come sono belle con quella loro pelle perfetta; cerchiamo di adeguarci a loro e loro a noi, grazie alla chirurgia che ingrandisce i loro occhi.

    È un sistema perfetto. Tutti che rincorrono tutti. Tutti che si correggono a vicenda.

    Viviamo in un mondo in cui c’è chi muore di fame perché il cibo non arriva, e altri che si lasciano morire per un ideale. Poi certo, ci sono i ricchi. Loro la fame la regolano: farmaci, medici, controllo, forza di volontà.
    E intanto le taglie scendono. Non sono i vestiti a essere piccoli: siamo noi che, vivendo male, siamo troppo grandi. Il vestito è sempre giusto. Sempre. Se non ci entri, sei tu il problema.

    La palestra non serve per stare bene. Serve per dimostrare che stai bene. Che sei disciplinato. Che sei controllato. Che sei adeguato. Perché alla fine non devi essere sano: devi sembrare sano.

    Gli idioti dicono che questa pressione sociale andrebbe combattuta. Stupidi, si nascondono dietro queste cazzate perché non hanno determinazione. Poi per carità, la natura … ma anche la natura va adeguata, rimodellata.

    E alla fine, tranquilli, stiamo andando tutti nella stessa direzione. Diventare tutti perfetti. Tutti uguali.

  • North was somewhere years ago and cold:
    Ice locked the people’s hearts and made them old.
    South was birth to pleasant lands, but dry:
    I walked the waters’ depths and played my mind.


    Refugees, Van der Graaft Generator

    Una sola alba di pace, solo questo sognavano: almeno una volta svegliarsi nella quiete e potersi liberamente abbracciare.
    Il cammino era ancora tanto, e tanto ne avevano fatto: fradice di acque e di sudori, inaridite di sabbia e di sole, ricche di speranza, povere di denaro, provate dalla fame, dalla perdita dei loro compagni; erano riuscite comunque a rimanere insieme.
    Adaora, figlia del popolo, e Kubra, la più grande, volevano solo essere libere di costruirsi un futuro e potersi amare liberamente. Sapevano che da qualche parte, nel nord del mondo, potevano farlo.
    “Sai, sarebbe bello potersi sposare, poter avere anche dei figli”, ripeteva Kubra.
    “Io vorrei crescere donne fiere come noi, emancipate e grandiose; le nostre figlie potrebbero contribuire a cambiare ogni fazzoletto di terra che sia possibile calpestare, anche quelli più inaccessibili.”
    Sognava così Adaora, e Kubra la prendeva in giro, dicendole che la vedeva bene a capo di una tribù di lesbiche che avrebbero abbattuto il patriarcato ovunque.
    Quell’ovunque, però, doveva per forza accendere il suo motore al nord, non nella loro città, non nella loro nazione; lì avrebbero rischiato la morte, se solo qualcuno avesse sospettato del loro amore.
    Ma come si fa a nasconderlo, un amore così grande? È come un torrente che prima o poi straripa, un fuoco che non può non arrivare all’apice della devastazione.
    Adaora e Kubra avevano provato a fermare quell’evento devastante, ma troppo potente era quella calamita che le attraeva. Si possono cambiare parole, atteggiamenti, ma non la luce che accendeva i loro occhi già dalla prima volta che si erano viste. Quella luce che poteva condannarle anche alla morte.
    Per questo erano partite, in sordina, senza dire niente alle loro famiglie: la miscela di incoscienza e di coraggio era stata il combustibile dell’inizio del loro viaggio verso nord.
    “Vale la pena di tentare”, si dicevano, “anche se c’è una possibilità remota di riuscire, almeno una possibilità potremmo averla; se restiamo qua non ne avremmo alcuna.”
    “Come mi vedi come rifugiata in Svezia?” scherzava Adaora. “Sono convinta che a quei pallidi piacerei.”
    “Invidierebbero la tua pelle nera, soprattutto il tuo bel culo rinsecchito!” le rispondeva Kubra.
    E Adaora: “Mai quanto invidierebbero i tuoi seni flosci!”
    Prendersi in giro: non avevano mai smesso di farlo, nonostante la morte che camminava al loro fianco; e forse proprio per questa consapevolezza cercavano di allontanarla, sottolineando gli ipotetici o reali difetti l’una dell’altra.
    “Le rifugiate lesbiche.”
    “Le rifugiate lesbiche e nere!”
    Ridevano e pensavano che potesse essere un bel nome da dare al ristorante che un domani avrebbero aperto su al nord. Avrebbero servito piatti delle loro origini, avrebbero offerto i pasti a chi non poteva permetterseli.
    “Adaora, amore, principessa del mio regno, ti amerò ogni notte: quando stanche andremo a dormire entrerò con la mia lingua dentro te per farti impazzire, perché ti voglio sempre sveglia; anzi, dopo ti lascerò dormire, per vegliare sulla tua bellezza abbandonata ai sogni.”
    “Kubra, sei una stronza, ma ti amo lo stesso.”
    Amore, amore e ancora amore: cercato di celare di giorno, inarrestabile quando riuscivano a rimanere sole.

    Non so se, dopo aver raggiunto il mare, riuscirono ad attraversarlo e, in qualche modo, arrivare su, fino al nord.
    Mi piacerebbe pensare che un giorno io, in quel ristorante, potrei entrare, essere ricevuta dai sorrisi di Adaora e Kubra, parlare con loro, vedere quella luce risplendere nei loro occhi.

  • Se mi avessero detto che, prima o poi, avrei incontrato uno come te, avrei pensato ad uno strano scherzo del destino, il solito destino che si prende beffe di me.
    I was dreaming of the past
    And my heart was beating fast.
    Così, mentre proprio me ne stavo sbattuta per i fatti miei ti vidi, anzi tu vedesti me. Ti giuro, io di solito riesco perfettamente a mimetizzarmi nell’ambiente, è un’abilità che ho sviluppato nel tempo, quel tempo che a noi donne ci rende spesso invisibili.
    Sul perché tu iniziasti ad attaccare bottone avevo sviluppato diverse teorie, la prima, quella che ritenevo la più vincente, è che tu ti stessi annoiando. Successivamente ho pensato che ti piacesse il posto dov’eravamo e che in qualche modo ti ci volessi sentire a casa ed io ero un ancora a portata di mano. Così iniziammo a parlare, tanto, in fretta, di tutto, ci parlammo addosso, but I was feeling insecure darling che, lo dico per darmi un tono, è anche un po’ la mia cifra stilistica.
    Sì, tendo ad esagerare con le parole che lascio libere come un fiume in piena anche da sobria, ma è per l’imbarazzo, in realtà io sogno di condividere i silenzi. Sai, sarebbe stato perfetto ci fosse stato Donny con Jealous Guy come cornice musicale in quel pomeriggio quasi sera, ma non ricordo che musica stava passando, so che lui non c’era.
    Ti avevo già parlato di Donny, giusto? Probabilmente non rientra nei tuoi gusti, e forse questo non potrei perdonartelo, ma conosci sicuramente l’originale di Lennon, ecco allora immaginatela con un cuore ancora più ampio, con una sana piccola consapevole disperazione di pura anima. Eh no, Lennon non aveva quella voce, quella di Donny è stata una delle cose più belle che si possano mai ascoltare. Sì, concordo che pur essendo un’amante della musica soul, Stand by me, con la feroce determinatezza di John, penso che sia più bella di quella di Ben E King … chissà per cosa starà quella E.
    Dunque, dicevamo? Ah sì, ricordo perfettamente quel nostro primo casuale incontro, forse tu no … ma la E di Ben E King dev’essere puntata? Ma poi chi se ne frega, dicevo, no non sono gelosa, però ti vorrei giusto solo un po’ e sai, è colpa tua, io me ne stavo mimetizzata per i fatti miei.
    Sì, ne sono consapevole, ho una videoteca infinita nella mia testa che non sta invecchiando con me, è identica a quella che avevo negli anni 80.
    I was feeling insecure, ti giuro non avrei mai pensato di catturare il tuo sguardo, l’avevo catturato, giusto? Che casino, ricomincio, avevo davvero catturato il tuo sguardo? No, perché io alle canzoni ci credo ed è da un po’ che Donny mi rimbalza in testa con questa canzone, che non c’entra niente con noi a parte il mio “feeling insecure“, maledetta me.
    Credo più nelle canzoni che nella filosofia di alcuni che si presentano come teste pensanti, a proposito: ti sta facendo venire il mal di testa? È che mi sono di nuovo innamorata, di nuovo relativamente, mi è successo poche volte in vita mia ed ho preso delle tranvate che non sto a raccontare e non so se sono innamorata di te, non ci capisco niente di queste cose, ma so che avrei voglia di toccarti e baciarti, ma ho paura di aver frainteso e se non avessi frainteso ne avrei paura lo stesso, forse dovrei provare, ma non vorrei dare disturbo, non vorrei essere invadente.
    È un caso clinico il mio che mi fa sentire innamorata della possibilità di essere innamorata. Che bella cosa! O forse non è una bella cosa, perché ti sto dicendo tutto questo? Colpa di Donny.
    I was feeling insecure, ma se fossi più bella, un po’ sicura di me ti canterei I was dreaming of the past/And my heart was beating fast/I began to lose control. Ma quanto è bella, non la cosa, cioè sì, è bella anche la canzone e no, non sono gelosa, ma vorrei avere la faccia più tosta, essere libera almeno di sognare che se non sei te c’è ancora tanto tanto nella mia vita, però è te che sogno ora, fanculo.

  • Gli orchi non vivono in luoghi impervi o in capanne abbandonate, non vivono neanche in mezzo a noi, anche se somigliano a noi. Gli orchi vivono in ville esclusive, in zone dove noi, al limite, possiamo stare solo al loro servizio, come domestici o come schiavi.
    Non mangiano solo fanciulle e bambini: mangiano tutto. Sono come i Langolieri del libro di Stephen King, solo che non divorano solo il passato, divorano anche il presente e, soprattutto, il futuro.
    A loro piace apparire, essere i protagonisti di un’estetica invidiabile.
    Si riuniscono: ufficialmente in luoghi dove, vestiti formalmente, decidono delle sorti del pianeta; privatamente in regni artificiali dove, più o meno vestiti, si lasciano andare a giochi proibiti, e i giocattoli siamo sempre noi. Ci possono prendere e usare a loro piacimento: ci masticano e poi ci sputano.
    Ci sputano anche quando non ci masticano.

    Si reggono su un sistema che apparentemente sembra precario, ma dura da sempre.
    Il quorum sensing è un processo biologico con cui i microrganismi comunicano per percepire quanti dei “loro” sono presenti. Finché sono pochi restano nascosti; appena sentono di aver raggiunto un numero sufficiente “il quorum” cambiano comportamento simultaneamente e attaccano. Sono spore che, nel momento delle avversità, aspettano solo che il vento cambi per sentire il richiamo e tornare a essere un unico corpo.
    Questo meccanismo non si rompe: per quanto riguardi un’infinitesimale percentuale di bipedi pensanti, per quanto qualcuno cerchi di sanificare le pareti del sistema, si tratta di spore che tornano sempre.
    Anche quando non la vedi, la muffa lavora sotto. Ha bisogno di oscurità e umidità per proliferare: segreti e omertà. Non un’assenza, ma una quiescenza.

    Per cui, figlia mia, fai davvero attenzione a questi orchi, abbi paura di loro e non di chi ha un aspetto ripugnante, poiché il loro aspetto a volte è migliore anche del mio.
    Resisti agli incanti del lusso, resisti alle favole, abbine timore.

    E tu, ragazzo che ti avvii a una carriera di successo, continua a correre a testa bassa in mezzo alle persone comuni. Prendi le distanze dagli orchi anche se inevitabilmente dovrai incontrarli.
    Non farti abbindolare.
    Non esiste una vetta in cui arrivare: esiste una buona strada fatta d’incontri, di scambi, di conoscenza; non cercare di entrare nei club degli invincibili, nessuno lo è in fondo.
    Se da una cima ti fermi a vedere quello che c’è sotto, capisci soltanto di essere solo.

    I cannibali, o orchi, sono come predatori apicali: consumano la vita di chi sta sotto per riaffermare che la loro esistenza ha più valore della biologia altrui.
    Gestiscono le fila di ciò che resta in superficie, quello che è alla portata di tutti, influenzando il pensiero delle prede, degli altri organismi.
    Hanno ammiratori e gregari: persone disposte a mangiare i propri figli per avere un minimo della loro considerazione, considerazione che non è mai reale, ma unicamente di comodo.
    Non hanno sentimenti, insegnano a non averne; l’empatia è loro nemica e cercano d’insegnare che sia anche nostra nemica.
    Ci odiano profondamente e ancora di più quando piangiamo per i morti nelle guerre, i morti sul lavoro, i morti a causa della schiavitù, quelli morti a causa dei loro simili.

    Rivestono d’oro le terre dove giacciono i loro cadaveri con la promessa di una bellezza che sarà solo per pochi eletti: una bellezza che è come una dama putrida vestita di tutto punto, capace di ingannare alla vista ma non all’olfatto.

    Si prendono terra, cielo e mare, quello stesso mare in cui giacciono decine di migliaia di corpi che avrebbero voluto toccare terra, lavorare, avere un futuro.
    Quella stessa terra da sfruttare fin dalle viscere, usando altri corpi.
    Che importa se poi quei corpi vengano sommersi dalla terra, da quella stessa terra che i cannibali hanno rubato.

    Siamo bianchi per puro caso, somigliamo a loro, ma vi prego figli miei, non siate mai come loro.
    Non lasciatevi ingannare quando vi dicono che il nostro nemico è quello sepolto sotto le macerie di una miniera di coltan o il ragazzo che giace sul fondo del Mediterraneo.

    A loro, di questa carne che hanno ucciso, non importa niente.
    Non è odio, non è neanche indifferenza.

    E noi possiamo distinguerci solo in un modo: continuando a sentire il peso dei corpi, continuando a piangere i morti che conosciamo e anche quelli che non conosciamo.

    Gli orchi vincono quando smettiamo di provare empatia.
    Non solo quando comandano.

    “Trionfo della morte” olio su tavoladi Pieter Bruegel il Vecchio
    1562 – Museo del Prado, Madrid.

  • In Italia si discute da decenni dell’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole. È un tema su cui tutti si sentono in diritto di intervenire, ma le voci che lo definiscono per ciò che è davvero – un’urgenza sociale – restano ai margini.
    Siamo nel 2025: la pornografia è accessibile a chiunque, a qualsiasi età. Il sesso viene rappresentato come dominio, potere, merce di scambio o strumento di accettazione sociale.
    Negli ultimi mesi abbiamo assistito a nuovi scandali legati ai canali Telegram, ai siti e alle pagine social in cui gruppi di uomini si scambiavano immagini di donne inconsapevoli, spesso minorenni. In alcuni casi, l’intelligenza artificiale è stata usata per ricreare corpi nudi e scene sessuali false, con le fattezze di persone reali, comprese figure pubbliche.
    Il fenomeno del revenge porn è in crescita anche tra gli adolescenti.
    Secondo la ricerca condotta da CADMI e Differenza Donna, in collaborazione con Bain & Company, emerge un dato inquietante: per il 57% dei giovani tra i 18 e i 30 anni, una violenza fisica o sessuale non è considerata “gravissima”.


    Il diritto negato alla conoscenza

    La sessualità è parte integrante della vita di ogni individuo.
    Come afferma il Commissioner for Human Rights del Consiglio d’Europa, ricevere informazioni affidabili, scientificamente corrette e complete è un diritto umano fondamentale.
    Ma nei fatti, in Italia, questo diritto non esiste.
    Dietro le accuse di “indottrinamento” e “minaccia ai valori tradizionali” si nasconde una paura più profonda: la paura della consapevolezza.
    È la stessa paura che da secoli accompagna il corpo delle donne, il desiderio, la diversità, il piacere.
    La stessa paura che continua a trattare la sessualità come un pericolo da contenere, invece che come una dimensione vitale della crescita e della relazione umana.
    Eppure un’educazione sessuale completa protegge i bambini e gli adolescenti, contribuisce a creare una società più sicura, più consapevole, meno manipolabile.
    La Società di psicolpatologia sessuale sottolinea che educare alla consapevolezza della sessualità significa rendere i giovani capaci di comprendere le implicazioni psicologiche e sociali della diversità sessuale, costruendo rispetto e autonomia.


    Il silenzio degli adulti

    I genitori spesso aspettano che siano i figli a porre domande. Ma i figli, per imbarazzo o paura del giudizio, le domande non le fanno. Così i ragazzi si informano da soli: sui social, su Internet, su blog o forum gestiti da coetanei. In questo modo finiscono per costruire la propria educazione affettiva su informazioni distorte, dove la pornografia diventa modello di comportamento e il consenso è frainteso come disponibilità.
    Il risultato è un vuoto di conoscenza e di linguaggio che genera vergogna, sensi di colpa, stereotipi e violenza.
    Relegare la responsabilità educativa unicamente alle famiglie è insensato. Una larga parte degli adulti non ha mai ricevuto una formazione su questi temi, non conosce il proprio corpo, non sa parlarne e spesso non vuole saperne. Tra repressione, disinformazione e rigidità culturale, molti preferiscono restare ignoranti.
    Una parte delle donne, ancora oggi, non parla di autoerotismo perché “non sta bene”, mentre la masturbazione maschile è culturalmente accettata e quasi celebrata. È una differenza che racconta molto: la sessualità femminile è ancora un territorio da sorvegliare, non da esplorare.


    Chi educa chi

    Davvero vogliamo che a educare le nuove generazioni siano persone che reprimono il desiderio, che usano il sesso come forma di potere o che ignorano completamente il proprio corpo?
    Perché queste persone i figli li fanno, e li crescono. E li crescono con le stesse idee oscurantiste, con lo stesso senso di colpa e con la stessa paura del piacere.
    L’educazione sessuale, come spiega la Società Italiana di Psicopatologia Sessuale, ha lo scopo di favorire il rispetto del proprio e altrui corpo, ridurre i comportamenti sessuali a rischio attraverso la conoscenza e l’uso delle precauzioni, diminuire le gravidanze indesiderate, prevenire le malattie sessualmente trasmissibili e promuovere relazioni basate sul rispetto reciproco, al di là delle differenze individuali.
    Non è una trasmissione di nozioni, ma una forma di educazione civica e relazionale, parte integrante della crescita della persona.
    Essere cittadini consapevoli della propria sessualità è una delle forme più complete di libertà.
    E forse è proprio questo che spaventa: la libertà di conoscersi, di scegliere, di non obbedire.


    Un Paese che regredisce

    Stiamo crescendo generazioni che ignorano la propria fisiologia, non conoscono il desiderio e confondono il rispetto con la vergogna.
    Nel 1982 avevo quattordici anni, frequentavo la prima superiore. Un’insegnante, di sua iniziativa, ci fece lezioni di educazione sessuale.
    Mia figlia, nata nel 2004, non ha avuto la stessa fortuna.
    In più di quarant’anni non abbiamo fatto passi avanti. Siamo tornati indietro.
    Perché il sesso fa ancora paura?
    E soprattutto, perché la consapevolezza sessuale spaventa così tanto chi ha paura di perdere il controllo?


    La sessualità come parte della vita

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la sessualità come “L’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali che arricchiscono e rafforzano la comunicazione e l’amore tra le persone.”
    La sessualità riguarda tutti, e comincia molto presto.
    Come ricorda SOS Pediatria, la curiosità verso il proprio corpo nasce già nei primi mesi di vita: il bambino esplora, scopre sensazioni, gioca con sé stesso esattamente come con le altre parti del corpo.
    Sono gesti naturali, parte della conoscenza di sé.
    Ma quando gli adulti impreparati, spaventati o moralisti, reagiscono con rimproveri o punizioni, trasmettono vergogna al posto della consapevolezza creano enormi danni allo sviluppo emotivo dei figli.
    Così si inizia a costruire un rapporto col corpo fatto di pudore e colpa, invece che di rispetto e curiosità.


    La realtà dei numeri

    I dati confermano una realtà preoccupante: meno di un adolescente su due ha ricevuto educazione sessuale a scuola.
    Secondo la ricerca L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo?, realizzata da Save the Children e IPSOS, il 47% dei ragazzi si affida al web per informarsi sulle pratiche sessuali, e il 57% per conoscere le infezioni sessualmente trasmissibili.
    Quasi un adolescente su quattro (24%) considera la pornografia una rappresentazione realistica del sesso.
    Eppure, inserire l’educazione affettiva e sessuale nei programmi scolastici non serve solo a “fare prevenzione”. Significa sviluppare competenze personali, relazionali e comunicative, imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni, comprendere la sessualità come parte globale della persona biologica, affettiva e sociale.
    Significa anche contrastare stereotipi, discriminazioni e violenza di genere.


    Un’emergenza ignorata

    Sul piano sanitario, la situazione è altrettanto allarmante.
    Le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento, soprattutto tra i giovani.
    I dati del 2022 mostrano un incremento del 5% dei casi di gonorrea, del 20% di sifilide e del 25% di clamidia. Le prime rilevazioni del 2024 indicano anche una crescita dei contagi da HIV tra i giovani: dal 1,6% al 2,4% in un solo anno.
    Le interruzioni volontarie di gravidanza, inoltre, risultano in aumento tra le under 18.

    Di fronte a questi numeri, non serve scomodare illustri pensatori o poeti dell’eros per parlare di sessualità. Serve un’educazione scientifica, empatica, onesta.

  • Per il mio compleanno mi ero regalata il test del DNA per scoprire da quali etnie è composto il mio codice genetico.
    C’è voluto del tempo per avere i risultati, che ho atteso come attendo un aumento di stipendio, pur sapendo, grazie a questo test, che avrei avuto molte più possibilità di incrociare uno zio d’America ricco che mi farà sua erede, che di percepire finalmente un mensile adeguato al caro vita.

    Nessuna sorpresa nel riscontrare il 72,3% di etnia meridionale, essendo io figlia di genitori nati nello stesso paese nel cuore della Basilicata.
    Gli antichi Lucani erano un popolo italico di stirpe osca, di origine sannitica, che si insediò nella regione che da loro prese il nome (l’odierna Basilicata) nel corso del VI-V secolo a.C. Le loro origini sono collegate a migrazioni di popoli provenienti dal Sannio, che soppiantarono gli Enotri precedentemente insediati nell’area.
    Quella terra era anche popolata da un gruppo minoritario di origine albanese: gli Arbëreshë, minoranza storicamente stanziata in Italia meridionale e insulare, costituiscono una delle maggiori tra le storiche minoranze etno-linguistiche d’Italia. La composizione etnica del Meridione italiano mostra un’eredità legata ai vecchi gruppi pre-indoeuropei, come gli Osco-Umbri in Puglia, e influenze da parte dei primi popoli pre-ellenici che abitavano la penisola, come i Sicani, gli Elimi e i Siculi in Sicilia.

    Mio padre stesso, da cui ho ereditato questa curiosità verso le nostre origini, aveva a suo tempo fatto delle ricerche negli archivi della parrocchia, trovando tracce dei nostri avi risalenti al 1700. Non sorprende quindi questa forte componente meridionale, con tutta la sua millenaria storia di migrazioni.
    Mio padre se n’è andato troppo presto: avrebbe sicuramente approfittato delle tecnologie moderne per continuare le sue ricerche.

    La Basilicata, inoltre, è stata una parte fondamentale della Magna Grecia. Il test riporta che ho un buon 22,3% di etnia greco-albanese, come buona parte dei discendenti lucani.
    Leggendo questo, ho pensato a Cleo di Ivan Graziani: “Una ragazza greca ha il cuore più pulito, una ragazza greca discende dagli Dei.”
    Che avessi una parte di quelle regioni lo capii anni fa, osservando nel museo archeologico del castello di Melfi le decorazioni con figure di donne sui vasi: il loro profilo, quello che non ha uno stacco fra fronte e naso e scende dritto, è anche il mio profilo.
    Profilo di cui sono orgogliosissima: ho il naso di mia nonna Margherita, ho esteriormente e interiormente la storia di tutte le generazioni della mia famiglia.

    Pur essendo fieramente terrona in buona parte, il mio codice ha anche un 4,2% di etnia italica settentrionale, anche questa frutto di una complessa storia di migrazioni che include l’influenza di popolazioni antiche come i Liguri, i Celti e gli Etruschi, seguite da colonizzatori romani e, successivamente, da migrazioni di popoli germanici come i Longobardi, i Goti e i Franchi.

    Il dato che più mi ha sorpreso è quell’1,2% di origini egiziane, di quella enorme regione fra Nord Africa e Medio Oriente che è stata una delle prime grandi civiltà del mondo. Conquistata e colonizzata successivamente dagli Assiri, dai Persiani, dai Greci e dai Romani.
    Premetto che si tratta di stime di etnia, andrebbero probabilmente fatti esami più approfonditi, ma mi piace l’idea che io, come tutti noi, ci portiamo appresso la storia genetica del mondo: la mia appartiene sicuramente al Mediterraneo.

    Potrei galvanizzarmi pensando di essere una lontanissima erede di Osiride, di avere qualche discendenza con i faraoni e gli dèi della Grecia antica.
    Ma so che io sono sicuramente parte delle generazioni di schiavi, di contadini, di gente comune che è riuscita a sopravvivere a condizioni di vita veramente difficili.
    Se penso che soltanto la generazione di mio padre ha visto lui come uno dei sopravvissuti figli di mia nonna, che ne aveva partoriti undici, di cui sei morti da piccoli, questo dà un’idea di valore maggiore alla mia vita, fiorita grazie a questi resistenti.

    Il test dà anche le corrispondenze DNA con altre persone che hanno usato lo stesso sito, il più popolare, MyHeritage: ne ho riscontrate 674, persone sparse in varie zone del globo terrestre.
    Nessun fratello o sorella segreto, grazie babbo!

    Mi sono voluta togliere lo sfizio di conoscere ciò che tutti sappiamo: che siamo figli di sopravvissuti, sicuramente molto più vicini alle persone comuni che ai regnanti.
    Persone che si sono dovute muovere per cercare migliori condizioni di vita, persone che questa vita ce l’hanno lasciata in eredità.
    Noi, figli del mondo, dovremmo ricordarcene ed esserne grati.
    Noi, figli di tutto il mondo, ancora oggi continuiamo a muoverci, perché questo è quello che abbiamo sempre fatto: e cercare di fermare le migrazioni con comportamenti di chiusura, spesso razzisti, è semplicemente idiota.

  • Il caffè era pronto, ma non le andava di berlo subito. Le piaceva avvertirne il profumo il più a lungo possibile. Forse non lo avrebbe bevuto neanche più tardi; in caso, se ne sarebbe preparato un altro, tanto per sentirlo ancora nell’aria.
    E poi, se lui davvero fosse venuto, ne sarebbe rimasto piacevolmente sorpreso: chi entra in una casa che profuma di caffè caldo si sente sempre bene accolto.
    Già, ma lui verrà? No, perché quel mezzo invito non era davvero un invito preciso.
    La probabilità c’era, diciamo un 50 e 50. Forse anche un 25 e 75… Poteva passare, poteva avere il tempo di fermarsi. Forse.
    Ma in quel forse Caterina aveva riposto tutte le sue speranze di quel venerdì. Si era preparata bene, aveva sistemato la casa e aveva lavato anche il suo cane: con l’umidità dei giorni precedenti non emanava esattamente un buon odore. Non si può accogliere per la prima volta una persona in una casa appestata di puzzo di cane bagnato, no no no!
    Dopo una mattinata di cura del corpo, compreso il ripasso minuzioso di ogni centimetro di pelle alla caccia di un eventuale pelo superfluo che di certo lui avrebbe scovato nell’attimo in cui le avesse accarezzato le gambe, si era dedicata alla scelta dell’abito e del trucco, devastata dall’eterno dilemma: mi propongo un po’ troietta o in una versione più casta? O una via di mezzo? E come?
    Aveva quasi la certezza che lui la filasse anche in quel senso, che non fosse del tutto frutto di una sua fantasia in cui si vedeva travolta di passione, presa sul letto, sul divano o sul tavolo, con lui.
    Gli avrebbe fatto un pompino? E poi, dopo, lo avrebbe baciato? Sarebbe stato troppo al primo vero appuntamento? Doveva trovare un modo per andare in bagno tra quell’eventuale rapporto orale e i successivi momenti di tenerezza. Quanto tempo avrebbero avuto? Sarebbe rimasto a dormire a casa sua?
    Caterina conosceva la musica che piaceva a lui, ma non voleva sembrare sfacciata nel fargliela trovare di sottofondo insieme alle luci soffuse, per cui aveva scelto il jazz.
    Aveva da poco scoperto Nnenna Freelon la quale, tanto nuova scoperta non era, visto che aveva già più di settant’anni, ma le sembrava meravigliosa nelle sue interpretazioni, nella sensualità della voce che si fonde con i fiati. Era la colonna sonora perfetta per quel pomeriggio e forse notte d’amore… o forse niente amore. Neanche sesso.
    Quel pensiero un po’ la intristiva, un po’ la rassicurava. In fondo, se non fosse successo niente, se addirittura lui non si fosse fermato a casa sua, sarebbe andato bene lo stesso: non avrebbe dovuto affrontare le paranoie sul fiato dopo la fellatio, su quel pelo dietro il polpaccio di cui non si era accorta, non avrebbe dovuto preoccuparsi di essere stata troppo dolce o troppo impetuosa. E, una volta rivedendolo, non avrebbe dovuto domandarsi se lui sarebbe stato freddo e distaccato o al contrario, troppo appiccicoso.
    Più ci pensava, più desiderava che apparisse un messaggio in cui lui le scriveva che avrebbe fatto troppo tardi, che non ce l’avrebbe fatta a passare. Tutto sarebbe tornato come prima: si sarebbero incontrati ogni tanto in giro, avrebbero fatto qualche piacevole chiacchierata e ognuno sarebbe rimasto nella propria bolla. Quella sarebbe stata forse l’unica occasione per romperla, quella bolla. Ma a che rischio? Quello di doversi rimettere in discussione dopo così tanto tempo? Quello di abbandonarsi?

    Il tempo passava. Forse ce l’avrebbe fatta anche stavolta a evitare ogni possibile coinvolgimento. “Ormai è tardi” si diceva. “Non passerà più. Potrei anche riscaldare il minestrone che ho fatto ieri. E fanculo all’odore di cavolo, tanto lo sentiremo solo io e il cane.” Sentì il campanello. Sperò che fosse il corriere, che qualcuno avesse sbagliato, che fosse uno scherzo di ragazzini. Invece era lui che la salutò sorridendo.
    «Buono il minestrone» le disse. «Ho una gran fame».

  • Sarà il raffreddore, o forse sarà che neanche il tempo è mai riuscito a scalfire ciò che provo quando una canzone mi investe, ma avverto i brividi corrermi lungo le braccia.
    La colpa (e benedetto Iddio, se è davvero una gran bella colpa) è di Sam Cooke e della sua A change is gonna come.

    La star della musica soul scrisse questo brano nel 1963. Cooke sarebbe morto pochi mesi dopo, in circostanze mai del tutto chiarite.
    Come racconta il sito Canzoni contro la guerra, una serie di eventi, fra cui l’ascolto alla radio di Blowin’ in the Wind, un incontro con alcuni dimostranti a Durham, in Carolina del Nord, la morte del figlio Vincent avvenuta nel giugno dello stesso anno, e l’arresto subìto in ottobre a Shreveport, Louisiana, per il solo fatto di aver chiesto una stanza in un motel “per soli bianchi”, determinarono in Cooke l’urgenza di esprimere un concetto molto chiaro: non sappiamo cosa ci sia dopo la morte e proprio per questo a ogni essere umano deve essere garantita giustizia, una vita degna su questa terra.
    Dylan chiedeva: “How many years can some people exist before they’re allowed to be free?”
    Cooke rispose: “Soon. A change is gonna come.”
    Iniziò così a scrivere quella che sarebbe diventata, in un certo senso, la risposta alla canzone di Dylan.

    Il brano, che sembrava piuttosto lontano dalle sue composizioni precedenti, faticò inizialmente a emergere. Forse non venne subito compreso: da lui ci si aspettava che cantasse di temi più leggeri. In seguito, però, la canzone divenne un inno del movimento per i diritti civili degli afroamericani, nonostante le difficoltà legate alla sua distribuzione, una disputa fra le etichette di Cooke rese infatti il singolo non disponibile per diversi anni.

    I tumulti di questo ultimo periodo mi hanno fatto pensare spesso a questa canzone, per questa ragione sento il bisogno di condividere quella voce meravigliosa che comincia raccontandoci:

    “I was born by the river in a little tent /
    Oh, just like that river, I’ve been running ever since /
    It’s beena along time coming /
    But I know a change is gonna come, oh yes it will”
    (Sono nato sul fiume in una piccola tenda / Oh, proprio quel fiume che da allora sto percorrendo / Ed è passato tanto tempo / Ma so che ci sarà un cambiamento, sì che ci sarà).

    Il fiume mi fa pensare alla rivendicazione: “From the river to the sea, Palestine will be free”.
    Come non pensare a ogni popolo che ancora oggi è ferocemente oppresso? Come non pensare alla sete di libertà e di giustizia, alla speranza che comunque vada, un cambiamento ci sarà?

    Siamo in un’epoca di oppressori, ma anche di proteste. Nonostante i predatori facciano la voce grossa, molti stanno alzando la testa. Questa canzone, che inizia con gli archi e si apre su una voce fiera che rivendica un cambiamento, una voce piena di vita, non urlata, ferma e determinata perché sa di essere profondamente nel giusto, fece fatica a emergere, ma ancora oggi brilla di sconfinata, meravigliosa umanità e continuerà a farlo per sempre. A Change Is Gonna Come è diventato negli anni un punto fermo della musica e della coscienza civile.

    Nonostante il futuro ci sembri sempre più oscuro, un cambiamento ci sarà.

    Singer Sam Cooke records in the sutdio in circa 1960 in Los Angeles, California. (Photo by Jess Rand/Michael Ochs Archives/Getty Images)
  • Per Anna e per tutte quelle come noi che hanno lasciato in giro pezzi d loro.

    Sto lasciando pezzi di me in giro.
    Un po’ sprovveduta, un po’ distratta, abbandono cose.
    Me ne accorgo sempre tardi, un po’ come, al cambio di stagione, quando cerco quel maglione che mi stava così bene, o almeno credevo che mi stesse così bene e non lo trovo. Chissà dove l’ho messo… forse si era rovinato, forse l’hoi gettato nel cassonetto della Caritas. Ma che peccato, non ne troverò mai più uno uguale. Ma uguale non sono più io, né per forma né per tempo e, se davvero riuscissi a scovare quel maglione in qualche angolo remoto del mio armadio, della mia memoria, non gli attribuirei più quel valore che ho dato al mio ricordo.
    Perdiamo pezzi di noi, via via che cresciamo, via via che invecchiamo. Io mi manco, mi manca la ragazza appena diciottenne che andava a Firenze con il suo Ciao arancione e la felpa verde di Snoopy. Mi mancano anche i pezzi fisici di me, le mie guance piene, i miei capelli scuri, il mio seno sodo. Mi manca anche la mia ciste sulla spalla, il mio utero, i fibromi, compreso quello grande che avevo sul fianco destro, zona che percorro con la mia mano per ricordarne la presenza.
    Questi pezzi di me se ne vanno via ogni giorno, scanditi dalla loro scadenza, che io ne sia consapevole o meno.

    Ho ancora qualcosa nell’armadio, vestiti in cui non entro ma a cui tengo perché dentro ci stava la ragazza che non so più.
    Sono stata cupa e più arrabbiata di quanto non lo sia adesso, sono stata più libera per alcuni versi e per altri più ancora nascosta nella mia bolla.
    Sono stata una giovane che portava gonne lunghe e grandi orecchini. Ho sempre amato le felpe e le maglie col cappuccio, ho sempre sentito un po’ il bisogno di proteggermi dentro i miei vestiti e non di trarmi fuori grazie a questi. Per questo motivo, ancora oggi, preferisco stare in confortevoli abiti larghi.
    I pezzi di me che si sono dissolti non li ritrovo al mercato, anche se mi piacerebbe ci fosse una bancarella dove, insieme a quella gonna a fiori e quel giacchetto presi a Londra, ritrovassi la mia voce, la mia voglia di cantare e di fare tardi. Mi piacerebbe, insieme a quella giacca di lana nera, ritrovare la mia voglia di viaggiare, l’entusiasmo per il mio futuro. Mi piacerebbe, insieme al mio utero, ritrovare la voglia di scopare, cosa si sente con un corpo caldo vicino al tuo, che sensazioni si hanno quando si è presi, quando prendiamo.
    Non trovo più un paio di stivali che mi piacevano tanto, erano comodi. So di averli buttati via, mi dispiace, non ne fanno più così. Mi dispiace, io non sono più così.
    Ci sono stati pezzi di me scomodi, che però ho provato a usare, come i tacchi alti. Ci sono state anche l’invidia e la voglia di rivalsa: questi sono pezzi che restano sepolti sotto quella consapevolezza che alcuni chiamano maturità.
    Nessun abito nuovo potrà più farmi sentire addosso quella brillantezza che naturalmente avevo, neanche un nuovo utero potrà più farmi vibrare la carne.
    “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, pare abbia detto il chimico francese Antoine-Laurent de Lavoisier. In cosa si saranno trasformati i pezzi di me?
    Ho sempre pensato, perché essenzialmente mi piace pensarlo, che viviamo in universi paralleli e che da qualche parte in qualche universo c’è una ragazzina con la felpa di Snoopy che gira col suo motorino. Quella ragazzina che ritrovo quando ascolto Janis Joplin che grida: “Prendi ancora un altro piccolo pezzo del mio cuore, baby!”.
    Ci sono, fra i vari pezzi di me, anche miei amori, praticamente tutti sbagliati, ma che qualche godimento me lo hanno lasciato. Sono io, nonostante tutto completa, equipaggiata di tutto ciò che è davvero utile. Anche se mi piacerebbe ancora sentire tutto quel carico emotivo addosso, ma forse non lo reggerei baby, take another little piece of my heart.