di Sabrina Ancarola
Faccio cose perché sono inquieta, scrivo perché, dare una forma alla mia inquietudine, a volte è divertente. Sono cantante, presentatrice, scrittrice e autrice di pièce teatrali e cene con delitto. Non so cosa mi riesce peggio, ma mi ostino perché mi piace ballare pur non sapendo affatto ballare.

  • In Italia si discute da decenni dell’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole. È un tema su cui tutti si sentono in diritto di intervenire, ma le voci che lo definiscono per ciò che è davvero – un’urgenza sociale – restano ai margini.
    Siamo nel 2025: la pornografia è accessibile a chiunque, a qualsiasi età. Il sesso viene rappresentato come dominio, potere, merce di scambio o strumento di accettazione sociale.
    Negli ultimi mesi abbiamo assistito a nuovi scandali legati ai canali Telegram, ai siti e alle pagine social in cui gruppi di uomini si scambiavano immagini di donne inconsapevoli, spesso minorenni. In alcuni casi, l’intelligenza artificiale è stata usata per ricreare corpi nudi e scene sessuali false, con le fattezze di persone reali, comprese figure pubbliche.
    Il fenomeno del revenge porn è in crescita anche tra gli adolescenti.
    Secondo la ricerca condotta da CADMI e Differenza Donna, in collaborazione con Bain & Company, emerge un dato inquietante: per il 57% dei giovani tra i 18 e i 30 anni, una violenza fisica o sessuale non è considerata “gravissima”.


    Il diritto negato alla conoscenza

    La sessualità è parte integrante della vita di ogni individuo.
    Come afferma il Commissioner for Human Rights del Consiglio d’Europa, ricevere informazioni affidabili, scientificamente corrette e complete è un diritto umano fondamentale.
    Ma nei fatti, in Italia, questo diritto non esiste.
    Dietro le accuse di “indottrinamento” e “minaccia ai valori tradizionali” si nasconde una paura più profonda: la paura della consapevolezza.
    È la stessa paura che da secoli accompagna il corpo delle donne, il desiderio, la diversità, il piacere.
    La stessa paura che continua a trattare la sessualità come un pericolo da contenere, invece che come una dimensione vitale della crescita e della relazione umana.
    Eppure un’educazione sessuale completa protegge i bambini e gli adolescenti, contribuisce a creare una società più sicura, più consapevole, meno manipolabile.
    La Società di psicolpatologia sessuale sottolinea che educare alla consapevolezza della sessualità significa rendere i giovani capaci di comprendere le implicazioni psicologiche e sociali della diversità sessuale, costruendo rispetto e autonomia.


    Il silenzio degli adulti

    I genitori spesso aspettano che siano i figli a porre domande. Ma i figli, per imbarazzo o paura del giudizio, le domande non le fanno. Così i ragazzi si informano da soli: sui social, su Internet, su blog o forum gestiti da coetanei. In questo modo finiscono per costruire la propria educazione affettiva su informazioni distorte, dove la pornografia diventa modello di comportamento e il consenso è frainteso come disponibilità.
    Il risultato è un vuoto di conoscenza e di linguaggio che genera vergogna, sensi di colpa, stereotipi e violenza.
    Relegare la responsabilità educativa unicamente alle famiglie è insensato. Una larga parte degli adulti non ha mai ricevuto una formazione su questi temi, non conosce il proprio corpo, non sa parlarne e spesso non vuole saperne. Tra repressione, disinformazione e rigidità culturale, molti preferiscono restare ignoranti.
    Una parte delle donne, ancora oggi, non parla di autoerotismo perché “non sta bene”, mentre la masturbazione maschile è culturalmente accettata e quasi celebrata. È una differenza che racconta molto: la sessualità femminile è ancora un territorio da sorvegliare, non da esplorare.


    Chi educa chi

    Davvero vogliamo che a educare le nuove generazioni siano persone che reprimono il desiderio, che usano il sesso come forma di potere o che ignorano completamente il proprio corpo?
    Perché queste persone i figli li fanno, e li crescono. E li crescono con le stesse idee oscurantiste, con lo stesso senso di colpa e con la stessa paura del piacere.
    L’educazione sessuale, come spiega la Società Italiana di Psicopatologia Sessuale, ha lo scopo di favorire il rispetto del proprio e altrui corpo, ridurre i comportamenti sessuali a rischio attraverso la conoscenza e l’uso delle precauzioni, diminuire le gravidanze indesiderate, prevenire le malattie sessualmente trasmissibili e promuovere relazioni basate sul rispetto reciproco, al di là delle differenze individuali.
    Non è una trasmissione di nozioni, ma una forma di educazione civica e relazionale, parte integrante della crescita della persona.
    Essere cittadini consapevoli della propria sessualità è una delle forme più complete di libertà.
    E forse è proprio questo che spaventa: la libertà di conoscersi, di scegliere, di non obbedire.


    Un Paese che regredisce

    Stiamo crescendo generazioni che ignorano la propria fisiologia, non conoscono il desiderio e confondono il rispetto con la vergogna.
    Nel 1982 avevo quattordici anni, frequentavo la prima superiore. Un’insegnante, di sua iniziativa, ci fece lezioni di educazione sessuale.
    Mia figlia, nata nel 2004, non ha avuto la stessa fortuna.
    In più di quarant’anni non abbiamo fatto passi avanti. Siamo tornati indietro.
    Perché il sesso fa ancora paura?
    E soprattutto, perché la consapevolezza sessuale spaventa così tanto chi ha paura di perdere il controllo?


    La sessualità come parte della vita

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la sessualità come “L’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali che arricchiscono e rafforzano la comunicazione e l’amore tra le persone.”
    La sessualità riguarda tutti, e comincia molto presto.
    Come ricorda SOS Pediatria, la curiosità verso il proprio corpo nasce già nei primi mesi di vita: il bambino esplora, scopre sensazioni, gioca con sé stesso esattamente come con le altre parti del corpo.
    Sono gesti naturali, parte della conoscenza di sé.
    Ma quando gli adulti impreparati, spaventati o moralisti, reagiscono con rimproveri o punizioni, trasmettono vergogna al posto della consapevolezza creano enormi danni allo sviluppo emotivo dei figli.
    Così si inizia a costruire un rapporto col corpo fatto di pudore e colpa, invece che di rispetto e curiosità.


    La realtà dei numeri

    I dati confermano una realtà preoccupante: meno di un adolescente su due ha ricevuto educazione sessuale a scuola.
    Secondo la ricerca L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo?, realizzata da Save the Children e IPSOS, il 47% dei ragazzi si affida al web per informarsi sulle pratiche sessuali, e il 57% per conoscere le infezioni sessualmente trasmissibili.
    Quasi un adolescente su quattro (24%) considera la pornografia una rappresentazione realistica del sesso.
    Eppure, inserire l’educazione affettiva e sessuale nei programmi scolastici non serve solo a “fare prevenzione”. Significa sviluppare competenze personali, relazionali e comunicative, imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni, comprendere la sessualità come parte globale della persona biologica, affettiva e sociale.
    Significa anche contrastare stereotipi, discriminazioni e violenza di genere.


    Un’emergenza ignorata

    Sul piano sanitario, la situazione è altrettanto allarmante.
    Le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento, soprattutto tra i giovani.
    I dati del 2022 mostrano un incremento del 5% dei casi di gonorrea, del 20% di sifilide e del 25% di clamidia. Le prime rilevazioni del 2024 indicano anche una crescita dei contagi da HIV tra i giovani: dal 1,6% al 2,4% in un solo anno.
    Le interruzioni volontarie di gravidanza, inoltre, risultano in aumento tra le under 18.

    Di fronte a questi numeri, non serve scomodare illustri pensatori o poeti dell’eros per parlare di sessualità. Serve un’educazione scientifica, empatica, onesta.

  • Per il mio compleanno mi ero regalata il test del DNA per scoprire da quali etnie è composto il mio codice genetico.
    C’è voluto del tempo per avere i risultati, che ho atteso come attendo un aumento di stipendio, pur sapendo, grazie a questo test, che avrei avuto molte più possibilità di incrociare uno zio d’America ricco che mi farà sua erede, che di percepire finalmente un mensile adeguato al caro vita.

    Nessuna sorpresa nel riscontrare il 72,3% di etnia meridionale, essendo io figlia di genitori nati nello stesso paese nel cuore della Basilicata.
    Gli antichi Lucani erano un popolo italico di stirpe osca, di origine sannitica, che si insediò nella regione che da loro prese il nome (l’odierna Basilicata) nel corso del VI-V secolo a.C. Le loro origini sono collegate a migrazioni di popoli provenienti dal Sannio, che soppiantarono gli Enotri precedentemente insediati nell’area.
    Quella terra era anche popolata da un gruppo minoritario di origine albanese: gli Arbëreshë, minoranza storicamente stanziata in Italia meridionale e insulare, costituiscono una delle maggiori tra le storiche minoranze etno-linguistiche d’Italia. La composizione etnica del Meridione italiano mostra un’eredità legata ai vecchi gruppi pre-indoeuropei, come gli Osco-Umbri in Puglia, e influenze da parte dei primi popoli pre-ellenici che abitavano la penisola, come i Sicani, gli Elimi e i Siculi in Sicilia.

    Mio padre stesso, da cui ho ereditato questa curiosità verso le nostre origini, aveva a suo tempo fatto delle ricerche negli archivi della parrocchia, trovando tracce dei nostri avi risalenti al 1700. Non sorprende quindi questa forte componente meridionale, con tutta la sua millenaria storia di migrazioni.
    Mio padre se n’è andato troppo presto: avrebbe sicuramente approfittato delle tecnologie moderne per continuare le sue ricerche.

    La Basilicata, inoltre, è stata una parte fondamentale della Magna Grecia. Il test riporta che ho un buon 22,3% di etnia greco-albanese, come buona parte dei discendenti lucani.
    Leggendo questo, ho pensato a Cleo di Ivan Graziani: “Una ragazza greca ha il cuore più pulito, una ragazza greca discende dagli Dei.”
    Che avessi una parte di quelle regioni lo capii anni fa, osservando nel museo archeologico del castello di Melfi le decorazioni con figure di donne sui vasi: il loro profilo, quello che non ha uno stacco fra fronte e naso e scende dritto, è anche il mio profilo.
    Profilo di cui sono orgogliosissima: ho il naso di mia nonna Margherita, ho esteriormente e interiormente la storia di tutte le generazioni della mia famiglia.

    Pur essendo fieramente terrona in buona parte, il mio codice ha anche un 4,2% di etnia italica settentrionale, anche questa frutto di una complessa storia di migrazioni che include l’influenza di popolazioni antiche come i Liguri, i Celti e gli Etruschi, seguite da colonizzatori romani e, successivamente, da migrazioni di popoli germanici come i Longobardi, i Goti e i Franchi.

    Il dato che più mi ha sorpreso è quell’1,2% di origini egiziane, di quella enorme regione fra Nord Africa e Medio Oriente che è stata una delle prime grandi civiltà del mondo. Conquistata e colonizzata successivamente dagli Assiri, dai Persiani, dai Greci e dai Romani.
    Premetto che si tratta di stime di etnia, andrebbero probabilmente fatti esami più approfonditi, ma mi piace l’idea che io, come tutti noi, ci portiamo appresso la storia genetica del mondo: la mia appartiene sicuramente al Mediterraneo.

    Potrei galvanizzarmi pensando di essere una lontanissima erede di Osiride, di avere qualche discendenza con i faraoni e gli dèi della Grecia antica.
    Ma so che io sono sicuramente parte delle generazioni di schiavi, di contadini, di gente comune che è riuscita a sopravvivere a condizioni di vita veramente difficili.
    Se penso che soltanto la generazione di mio padre ha visto lui come uno dei sopravvissuti figli di mia nonna, che ne aveva partoriti undici, di cui sei morti da piccoli, questo dà un’idea di valore maggiore alla mia vita, fiorita grazie a questi resistenti.

    Il test dà anche le corrispondenze DNA con altre persone che hanno usato lo stesso sito, il più popolare, MyHeritage: ne ho riscontrate 674, persone sparse in varie zone del globo terrestre.
    Nessun fratello o sorella segreto, grazie babbo!

    Mi sono voluta togliere lo sfizio di conoscere ciò che tutti sappiamo: che siamo figli di sopravvissuti, sicuramente molto più vicini alle persone comuni che ai regnanti.
    Persone che si sono dovute muovere per cercare migliori condizioni di vita, persone che questa vita ce l’hanno lasciata in eredità.
    Noi, figli del mondo, dovremmo ricordarcene ed esserne grati.
    Noi, figli di tutto il mondo, ancora oggi continuiamo a muoverci, perché questo è quello che abbiamo sempre fatto: e cercare di fermare le migrazioni con comportamenti di chiusura, spesso razzisti, è semplicemente idiota.

  • Il caffè era pronto, ma non le andava di berlo subito. Le piaceva avvertirne il profumo il più a lungo possibile. Forse non lo avrebbe bevuto neanche più tardi; in caso, se ne sarebbe preparato un altro, tanto per sentirlo ancora nell’aria.
    E poi, se lui davvero fosse venuto, ne sarebbe rimasto piacevolmente sorpreso: chi entra in una casa che profuma di caffè caldo si sente sempre bene accolto.
    Già, ma lui verrà? No, perché quel mezzo invito non era davvero un invito preciso.
    La probabilità c’era, diciamo un 50 e 50. Forse anche un 25 e 75… Poteva passare, poteva avere il tempo di fermarsi. Forse.
    Ma in quel forse Caterina aveva riposto tutte le sue speranze di quel venerdì. Si era preparata bene, aveva sistemato la casa e aveva lavato anche il suo cane: con l’umidità dei giorni precedenti non emanava esattamente un buon odore. Non si può accogliere per la prima volta una persona in una casa appestata di puzzo di cane bagnato, no no no!
    Dopo una mattinata di cura del corpo, compreso il ripasso minuzioso di ogni centimetro di pelle alla caccia di un eventuale pelo superfluo che di certo lui avrebbe scovato nell’attimo in cui le avesse accarezzato le gambe, si era dedicata alla scelta dell’abito e del trucco, devastata dall’eterno dilemma: mi propongo un po’ troietta o in una versione più casta? O una via di mezzo? E come?
    Aveva quasi la certezza che lui la filasse anche in quel senso, che non fosse del tutto frutto di una sua fantasia in cui si vedeva travolta di passione, presa sul letto, sul divano o sul tavolo, con lui.
    Gli avrebbe fatto un pompino? E poi, dopo, lo avrebbe baciato? Sarebbe stato troppo al primo vero appuntamento? Doveva trovare un modo per andare in bagno tra quell’eventuale rapporto orale e i successivi momenti di tenerezza. Quanto tempo avrebbero avuto? Sarebbe rimasto a dormire a casa sua?
    Caterina conosceva la musica che piaceva a lui, ma non voleva sembrare sfacciata nel fargliela trovare di sottofondo insieme alle luci soffuse, per cui aveva scelto il jazz.
    Aveva da poco scoperto Nnenna Freelon la quale, tanto nuova scoperta non era, visto che aveva già più di settant’anni, ma le sembrava meravigliosa nelle sue interpretazioni, nella sensualità della voce che si fonde con i fiati. Era la colonna sonora perfetta per quel pomeriggio e forse notte d’amore… o forse niente amore. Neanche sesso.
    Quel pensiero un po’ la intristiva, un po’ la rassicurava. In fondo, se non fosse successo niente, se addirittura lui non si fosse fermato a casa sua, sarebbe andato bene lo stesso: non avrebbe dovuto affrontare le paranoie sul fiato dopo la fellatio, su quel pelo dietro il polpaccio di cui non si era accorta, non avrebbe dovuto preoccuparsi di essere stata troppo dolce o troppo impetuosa. E, una volta rivedendolo, non avrebbe dovuto domandarsi se lui sarebbe stato freddo e distaccato o al contrario, troppo appiccicoso.
    Più ci pensava, più desiderava che apparisse un messaggio in cui lui le scriveva che avrebbe fatto troppo tardi, che non ce l’avrebbe fatta a passare. Tutto sarebbe tornato come prima: si sarebbero incontrati ogni tanto in giro, avrebbero fatto qualche piacevole chiacchierata e ognuno sarebbe rimasto nella propria bolla. Quella sarebbe stata forse l’unica occasione per romperla, quella bolla. Ma a che rischio? Quello di doversi rimettere in discussione dopo così tanto tempo? Quello di abbandonarsi?

    Il tempo passava. Forse ce l’avrebbe fatta anche stavolta a evitare ogni possibile coinvolgimento. “Ormai è tardi” si diceva. “Non passerà più. Potrei anche riscaldare il minestrone che ho fatto ieri. E fanculo all’odore di cavolo, tanto lo sentiremo solo io e il cane.” Sentì il campanello. Sperò che fosse il corriere, che qualcuno avesse sbagliato, che fosse uno scherzo di ragazzini. Invece era lui che la salutò sorridendo.
    «Buono il minestrone» le disse. «Ho una gran fame».

  • Sarà il raffreddore, o forse sarà che neanche il tempo è mai riuscito a scalfire ciò che provo quando una canzone mi investe, ma avverto i brividi corrermi lungo le braccia.
    La colpa (e benedetto Iddio, se è davvero una gran bella colpa) è di Sam Cooke e della sua A change is gonna come.

    La star della musica soul scrisse questo brano nel 1963. Cooke sarebbe morto pochi mesi dopo, in circostanze mai del tutto chiarite.
    Come racconta il sito Canzoni contro la guerra, una serie di eventi, fra cui l’ascolto alla radio di Blowin’ in the Wind, un incontro con alcuni dimostranti a Durham, in Carolina del Nord, la morte del figlio Vincent avvenuta nel giugno dello stesso anno, e l’arresto subìto in ottobre a Shreveport, Louisiana, per il solo fatto di aver chiesto una stanza in un motel “per soli bianchi”, determinarono in Cooke l’urgenza di esprimere un concetto molto chiaro: non sappiamo cosa ci sia dopo la morte e proprio per questo a ogni essere umano deve essere garantita giustizia, una vita degna su questa terra.
    Dylan chiedeva: “How many years can some people exist before they’re allowed to be free?”
    Cooke rispose: “Soon. A change is gonna come.”
    Iniziò così a scrivere quella che sarebbe diventata, in un certo senso, la risposta alla canzone di Dylan.

    Il brano, che sembrava piuttosto lontano dalle sue composizioni precedenti, faticò inizialmente a emergere. Forse non venne subito compreso: da lui ci si aspettava che cantasse di temi più leggeri. In seguito, però, la canzone divenne un inno del movimento per i diritti civili degli afroamericani, nonostante le difficoltà legate alla sua distribuzione, una disputa fra le etichette di Cooke rese infatti il singolo non disponibile per diversi anni.

    I tumulti di questo ultimo periodo mi hanno fatto pensare spesso a questa canzone, per questa ragione sento il bisogno di condividere quella voce meravigliosa che comincia raccontandoci:

    “I was born by the river in a little tent /
    Oh, just like that river, I’ve been running ever since /
    It’s beena along time coming /
    But I know a change is gonna come, oh yes it will”
    (Sono nato sul fiume in una piccola tenda / Oh, proprio quel fiume che da allora sto percorrendo / Ed è passato tanto tempo / Ma so che ci sarà un cambiamento, sì che ci sarà).

    Il fiume mi fa pensare alla rivendicazione: “From the river to the sea, Palestine will be free”.
    Come non pensare a ogni popolo che ancora oggi è ferocemente oppresso? Come non pensare alla sete di libertà e di giustizia, alla speranza che comunque vada, un cambiamento ci sarà?

    Siamo in un’epoca di oppressori, ma anche di proteste. Nonostante i predatori facciano la voce grossa, molti stanno alzando la testa. Questa canzone, che inizia con gli archi e si apre su una voce fiera che rivendica un cambiamento, una voce piena di vita, non urlata, ferma e determinata perché sa di essere profondamente nel giusto, fece fatica a emergere, ma ancora oggi brilla di sconfinata, meravigliosa umanità e continuerà a farlo per sempre. A Change Is Gonna Come è diventato negli anni un punto fermo della musica e della coscienza civile.

    Nonostante il futuro ci sembri sempre più oscuro, un cambiamento ci sarà.

    Singer Sam Cooke records in the sutdio in circa 1960 in Los Angeles, California. (Photo by Jess Rand/Michael Ochs Archives/Getty Images)
  • Per Anna e per tutte quelle come noi che hanno lasciato in giro pezzi d loro.

    Sto lasciando pezzi di me in giro.
    Un po’ sprovveduta, un po’ distratta, abbandono cose.
    Me ne accorgo sempre tardi, un po’ come, al cambio di stagione, quando cerco quel maglione che mi stava così bene, o almeno credevo che mi stesse così bene e non lo trovo. Chissà dove l’ho messo… forse si era rovinato, forse l’hoi gettato nel cassonetto della Caritas. Ma che peccato, non ne troverò mai più uno uguale. Ma uguale non sono più io, né per forma né per tempo e, se davvero riuscissi a scovare quel maglione in qualche angolo remoto del mio armadio, della mia memoria, non gli attribuirei più quel valore che ho dato al mio ricordo.
    Perdiamo pezzi di noi, via via che cresciamo, via via che invecchiamo. Io mi manco, mi manca la ragazza appena diciottenne che andava a Firenze con il suo Ciao arancione e la felpa verde di Snoopy. Mi mancano anche i pezzi fisici di me, le mie guance piene, i miei capelli scuri, il mio seno sodo. Mi manca anche la mia ciste sulla spalla, il mio utero, i fibromi, compreso quello grande che avevo sul fianco destro, zona che percorro con la mia mano per ricordarne la presenza.
    Questi pezzi di me se ne vanno via ogni giorno, scanditi dalla loro scadenza, che io ne sia consapevole o meno.

    Ho ancora qualcosa nell’armadio, vestiti in cui non entro ma a cui tengo perché dentro ci stava la ragazza che non so più.
    Sono stata cupa e più arrabbiata di quanto non lo sia adesso, sono stata più libera per alcuni versi e per altri più ancora nascosta nella mia bolla.
    Sono stata una giovane che portava gonne lunghe e grandi orecchini. Ho sempre amato le felpe e le maglie col cappuccio, ho sempre sentito un po’ il bisogno di proteggermi dentro i miei vestiti e non di trarmi fuori grazie a questi. Per questo motivo, ancora oggi, preferisco stare in confortevoli abiti larghi.
    I pezzi di me che si sono dissolti non li ritrovo al mercato, anche se mi piacerebbe ci fosse una bancarella dove, insieme a quella gonna a fiori e quel giacchetto presi a Londra, ritrovassi la mia voce, la mia voglia di cantare e di fare tardi. Mi piacerebbe, insieme a quella giacca di lana nera, ritrovare la mia voglia di viaggiare, l’entusiasmo per il mio futuro. Mi piacerebbe, insieme al mio utero, ritrovare la voglia di scopare, cosa si sente con un corpo caldo vicino al tuo, che sensazioni si hanno quando si è presi, quando prendiamo.
    Non trovo più un paio di stivali che mi piacevano tanto, erano comodi. So di averli buttati via, mi dispiace, non ne fanno più così. Mi dispiace, io non sono più così.
    Ci sono stati pezzi di me scomodi, che però ho provato a usare, come i tacchi alti. Ci sono state anche l’invidia e la voglia di rivalsa: questi sono pezzi che restano sepolti sotto quella consapevolezza che alcuni chiamano maturità.
    Nessun abito nuovo potrà più farmi sentire addosso quella brillantezza che naturalmente avevo, neanche un nuovo utero potrà più farmi vibrare la carne.
    “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, pare abbia detto il chimico francese Antoine-Laurent de Lavoisier. In cosa si saranno trasformati i pezzi di me?
    Ho sempre pensato, perché essenzialmente mi piace pensarlo, che viviamo in universi paralleli e che da qualche parte in qualche universo c’è una ragazzina con la felpa di Snoopy che gira col suo motorino. Quella ragazzina che ritrovo quando ascolto Janis Joplin che grida: “Prendi ancora un altro piccolo pezzo del mio cuore, baby!”.
    Ci sono, fra i vari pezzi di me, anche miei amori, praticamente tutti sbagliati, ma che qualche godimento me lo hanno lasciato. Sono io, nonostante tutto completa, equipaggiata di tutto ciò che è davvero utile. Anche se mi piacerebbe ancora sentire tutto quel carico emotivo addosso, ma forse non lo reggerei baby, take another little piece of my heart.

  • E non se ne può più di queste immagini di persone emaciate, mal vestite, con espressioni di dolore.
    Si parla a sproposito di giustizia, di libertà, poi i suoni delle bombe … i raid aerei.
    Non ci lasciano parlare: ogni volta che proviamo a dire qualcosa sulle nostre televisioni, sui giornali, sui nostri social media, in troppi esprimono un assurdo contradditorio.
    Poi la pace, una pace che sembra non star bene a nessuno.
    Siamo davvero stanchi di sentir parlare di vittime e carnefici; la verità sappiamo dove sta, ma certa gente non vuol proprio sentirla!
    Ci opprimono con i diritti umani, con le ingiustizie sociali.
    Ci stanno rovinando la vita, anche a noi che siamo dall’altra parte del Mediterraneo. Sì, anche noi vorremmo vivere in tranquillità.
    E che nessuno si azzardi a dire che il nostro modo di vivere sia sbagliato!
    Abbiamo lottato da sempre per quel che abbiamo e ce lo teniamo stretto.
    Adesso basta! Basta con queste continue lotte nel nome di un popolo, nel nome dei miserabili della Terra!
    Esigiamo serenità.
    Non vogliamo più essere offesi.
    Vogliamo poter dire che questo antifascismo ci sta rovinando i cocktail del venerdì sera, le cene formali, gli incontri fra amici.
    Ci avete fracassato i coglioni con questa storia; per questo ci stiamo facendo un culo tanto per revisionarla, e neanche comprendete quanto sia immane il nostro sforzo.
    La realtà va combattuta ogni giorno: i giornalisti uccisi non sono mai stati abbastanza, perché qualcosa ci è sfuggito e ha cominciato a girare.
    Le nostre troll farm non riparano a rilanciare accuse, a seminare disinformazione, e non sapete quanto ci costa!
    Ogni nostra apparizione sui media, a parte il tempo ad aggiustarci il make-up, è unicamente dedicata a screditare quelle fanfare che ci dicono che siamo pessimi, che collaboriamo con i criminali, e per questo saremmo anche noi criminali. Ma come si permettono?
    Delinquenti! Ci state rubando il nostro tempo!
    Potevamo sorseggiare champagne in santa pace in località esclusive, e ci stiamo dando da fare affinché se ne creino altre. Non siete contenti che tutto questo porterà lavoro?
    Meno male che c’è qualcuno che ci riconosce ancora dei meriti, come la nostra bellezza.
    Ci abbiamo messo anni per far riconoscere al popolo che i nemici sono quei pezzenti, spesso un po’ troppo abbronzati, che ci vogliono invadere.
    Cazzo, li abbiamo messi allo stremo, abbiamo sfruttato le loro risorse, il loro lavoro rendendoli schiavi, gli abbiamo dato condizioni di vita inaccettabili sia per il clima sia per i loro governi di turno, che abbiamo dovuto corrompere dando ancora una volta fondo alle nostre finanze.
    E sapete poi quanto ci è costato far credere che il nazifascismo in fondo non era male e che gli antisemiti sono altri? Uno sforzo quotidiano che speriamo dia al più presto i suoi frutti, perché non ne possiamo davvero più.
    Per non parlare poi della questione del Sudafrica, con i nostri amici bianchi dipinti proprio male. Povere vittime di un sistema che ha voluto liberarli dall’apartheid dei nativi.
    A proposito di nativi, W i cowboy!
    Il bello è che dobbiamo ancora lottare per le donne, che siano messe in casa a cucinare, per il gender, per le pari opportunità, e meno male che a quel ministero ci abbiamo messa una dei ̶m̶o̶s̶t̶r̶i̶ nostri.
    Siamo il baluardo della società e chi non è con noi è un nemico che va abbattuto. D’altra parte, i nostri amici hanno armi fighissime.
    La storia è nostra e la fanno i potenti, mica le zecche!

  • Non sono mai stata abbastanza.
    Abbastanza bella, abbastanza intelligente, abbastanza simpatica, abbastanza arrendevole, abbastanza forte, abbastanza magra, abbastanza curata, abbastanza disinibita, abbastanza pudica.
    Non mi è stato abbastanza il cibo, il vino, il sesso, la voglia di uscire, la voglia di restare a casa, la voglia di vedere gente, la voglia di stare sola.
    Sento sempre una mancanza, perché forse tutto è troppo; troppa la vita, anche se non ne ho mai abbastanza.
    Non sono neanche abbastanza alta, né più abbastanza giovane, e adesso non sono neanche abbastanza vecchia per ritirarmi nel mio guscio, che manca sempre di qualcosa.

    Mi sembra di non essere abbastanza per essere vista e vorrei urlare e dire al mondo che io ci sono, io sono.
    Dire a te che, per te, non sono mai stata abbastanza da lasciarmi entrare davvero nella tua vita. Mi hai tenuta abbastanza in periferia: ho visto ciò che facevi da lontano, perché forse per te non ne valeva la pena. Non ero abbastanza.

    Nel mio spessore, che non è mai abbastanza definito, in cui dovrei essere abbastanza matura per averlo compreso, alla fine del mio tutto , che non è mai abbastanza, mi dovrei accontentare.

    Lucilla si sentiva dentro una scatola.
    Non che vi ci fosse infilata di proposito, ma sentiva che intorno a lei, sopra e sotto di lei, c’erano pareti che non riusciva a sfondare.
    Eppure, in quella scatola, la gente entrava e usciva regolarmente, con noncuranza. Solo lei non riusciva a uscirne.
    Quando doveva muoversi nel mondo, quel cubo si trasformava in una sfera che rotolava via con la leggerezza del vento, non lasciando niente. Perché chi si dà per scontato, anche quando manca, non lascia neanche il ricordo.
    Ci sono eserciti d’invisibili in questo mondo di gente china sul rettangolo luminoso, in cui, credendo di vedere tutto, si perde tutto.
    Lucilla avrebbe voluto dirglielo a quella gente, anche a quelli che entravano e uscivano dalla sua vita,che c’è qualcosa di più forte, più intimo, che vale la pena condividere.
    Ma come poteva, se le pareti le impedivano di parlare, e chi invece la invadeva era sordo?

    Fu così che un giorno prese ogni pezzo che gli altri avevano lasciato nella sua scatola e cominciò ad assemblare una bomba.
    Certo, erano tutte cose che lì per lì le sembravano di poco conto: rimasugli, roba da rottamare.
    Ma quell’ammasso messo insieme… Dio mio, se era potente!
    Ce l’avrebbe fatta, si diceva. “Sì, stavolta farò esplodere tutto e uscirò da questi sei tramezzi.”
    La miccia la realizzò con il cordone del rancore che aveva tenuto in serbo per anni, quelli in cui non era riuscita a far sentire la sua voce. L’involucro lo fece con l’indifferenza di chi, entrando nel suo mondo, aveva poi lasciato ben chiusa ogni uscita alle sue spalle. Realizzò la carica con tutta la sua passione mai esplosa, perché a tenuta stagna. Per l’accensione le sarebbe bastato il suo sguardo sul mondo dei potenti.
    Ci vuole così poco ad accendersi.
    Potrei raccontarvi che venne il giorno in cui Lucilla spazzò via le pareti del suo maledetto cubo, e fu bellissimo. Sì, sarebbe bello parlarvi del successo che ebbe, quando riuscì finalmente a farsi vedere, a farsi sentire.
    Ma come poteva Lucilla farsi notare, lei che volava così leggera sulle nostre teste chine?
    Ebbene, ci ripensò; sistemò i rottami da una parte e si mise a leggere un buon libro.

  • Ho paura di chi ride.
    Non avrei mai pensato, prima, che una risata potesse mettermi così paura.
    Stephen King ci aveva avvertiti mostrandoci Pennywise. Eppure pensavo che quell’orribile creatura esistesse solo nell’incredibile fantasia del Re. Poi ho scoperto che in passato c’è stato davvero un serial killer travestito da pagliaccio. Ma anche in quel caso mi sono detta che si trattava di un fatto unico, relegato a possibilità remote.
    Negli ultimi tempi, però, questa risata a bocca larga si è diffusa come un virus: un trionfo di cinismo, la morte dell’empatia.
    Non sapevo se esistesse un ‘contrario’ della parola empatia, ma l’ho imparata poco fa: alessitimia, definita come analfabetismo emotivo, cioè l’opposto dell’intelligenza emotiva.
    Oltre l’analfabetismo funzionale, siamo circondati anche da persone che hanno quello emotivo, spesso questi deficit viaggiano insieme, ma non sempre.
    L’immagine dell’emoticon della risata abbonda nei commenti sulle vittime, accompagnata da livore e parole che ora so appartenere a questo tipo di analfabetismo, il quale a sua volta è il contrario dell’intelligenza emotiva.
    Questa caratteristica, negli adolescenti, è causata dalla mancanza di educazione emotiva. Ma gli adulti?
    Cosa succede, per esempio, nella testa della nonnina di Facebook che posta fiera la foto dei nipotini ma poi, quando si parla di ostaggi, accompagna la terribile risata a frasi del tipo “Ben gli sta! Se fossero rimasti a casa loro non gli succedeva niente”?
    L’analfabetismo emotivo si diffonde online.
    In State of Mind (il giornale delle scienze psicologiche) ho trovato un interessante articolo che dice:
    “Le emozioni che frequentemente traspaiono online su temi molto dibattuti nel web sono emozioni di rabbia e frustrazione. Ma non è l’emozione in sé a preoccupare: oltre all’emozione c’è di più: c’è una mancata regolazione emotiva, una tendenza all’azione, una totale cecità verso l’altro.”

    Un meccanismo che in molti è andato in tilt
    Quella risata, che tanto mi mette i brividi, è un altro aspetto della regressione culturale del nostro Paese, che si autoalimenta negli ambienti familiari e in ogni luogo che spinge le nostre emozioni verso la pancia, sempre più lontane dal cervello, per la felicità degli autocrati di turno.

  • Firenze, 2 settembre 2025 – In un tempo attraversato da guerre devastanti e silenzi complici, il collettivo Donne Insieme per la Pace torna a farsi sentire con forza:

    «Siamo donne in cammino per la pace e il disarmo. Siamo sdegnate per tutte le guerre che alle donne portano solo orrori e violenze sessuali. La guerra avvelena il mondo, e con la nostra azione collettiva vogliamo che ciò non accada».

    Il prossimo 2 settembre, dalle 18 alle 23 in Piazza della Signoria (via dei Gondi), si terrà un presidio speciale: una maratona di voci in cui donne e uomini leggeranno i nomi dei bambini uccisi dal 7 ottobre. Un gesto semplice ma potente, per non lasciare che l’orrore venga sepolto dal silenzio.

    Nel nome del diritto internazionale, i partecipanti chiedono la fine del genocidio contro il popolo palestinese. In ventidue mesi, migliaia di bambini sono stati uccisi; altri sopravvivono mutilati, affamati, traumatizzati.

    «Il silenzio complice di fronte a tutto questo è una macchia di vergogna indelebile per l’Europa e per l’Italia» – si legge nel comunicato del gruppo – «Chiediamo un’immediata presa di posizione per fermare il massacro. Non basta dire ‘mai più’: bisogna agire».

    L’appello va alla società civile, ai media, alle istituzioni: rifiutiamo la disumanizzazione e l’odio. Il mondo ha bisogno di cura, cooperazione, convivenza. La vera sicurezza nasce dalla giustizia e dalla solidarietà.

    Chi desidera partecipare alla lettura dei nomi può scrivere a: donneinsiemeperlapace@gmail.com

    «Vogliamo continuare a gridare i loro nomi» – affermano le promotrici. Perché ogni nome è una vita, ogni voce è resistenza, ogni presenza è memoria.

  • Dal Mediterraneo a Gaza: la più grande flottiglia civile mai organizzata per denunciare il genocidio e portare solidarietà al popolo palestinese


    In questo momento drammatico della storia umana assistiamo al genocidio dei palestinesi di Gaza, e da questa parte del Mediterraneo ci sentiamo impotenti. Possiamo protestare, manifestare, boicottare prodotti e servizi legati a Israele, ma resta la sensazione di non riuscire a fermare una violenza che sembra inarrestabile. È difficile credere che un popolo possa essere annientato con tale crudeltà in nome di Dio, o nel nome di un unico modo di pensare e vivere il mondo.

    Intanto, il fanatismo cresce non solo in una larga parte della società israeliana e della diaspora ebraica, ma anche fra alcuni dei nostri connazionali, che sostengono apertamente uno Stato impegnato in un processo di colonizzazione sistematica. Case, scuole, ospedali, uomini, donne e bambini vengono cancellati da quella che molti ancora oggi insistono a chiamare “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Il tragico attentato del 7 ottobre è stato trasformato in vendetta, non in giustizia.

    I dati sono drammatici: secondo un’indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian, basata su un database interno dei servizi segreti israeliani, almeno l’83% dei palestinesi uccisi durante l’offensiva su Gaza erano civili. Le autorità di Gaza, citate da Al-Jazeera, denunciano che tra gli oltre 62.000 morti dall’inizio delle operazioni militari israeliane, il 7 ottobre 2023, ci sono almeno 18.885 bambini. A questo si aggiunge il blocco degli aiuti umanitari: l’ONU ha dichiarato che, solo da maggio, 1.760 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano cibo o beni di prima necessità.

    La distruzione sistematica emerge anche in episodi apparentemente paradossali: come rivelato dal Guardian, le Forze di Difesa Israeliane hanno pubblicato inserzioni su Facebook per reclutare autisti di bulldozer destinati alla demolizione delle abitazioni di Gaza.

    Di fronte a tutto questo, l’Europa appare paralizzata, incapace di decisioni univoche, mentre le Nazioni Unite si limitano a richiami formali senza conseguenze concrete. Con il sostegno politico di figure come Donald Trump, il premier israeliano Netanyahu porta avanti indisturbato la sua politica di occupazione e colonizzazione.

    In questo scenario tremendo, noi che crediamo nel dovere di “restare umani” ci chiediamo se ci siano azioni concrete capaci di portare aiuto a una popolazione che, proprio perché continua a esistere, continua anche a resistere.

    Sumud” è una parola araba intraducibile con un solo termine. Racchiude fermezza, perseveranza, resilienza e resistenza. Non indica la lotta armata, ma un atteggiamento di forza silenziosa e ostinata. Per i palestinesi rappresenta al tempo stesso un simbolo nazionale, una strategia politica e un valore culturale.

    Sumud è oggi anche il nome della più grande missione marittima civile mai tentata verso Gaza: la Global Sumud Flotilla.
    La flottiglia partirà da Barcellona e da due porti italiani, con decine di imbarcazioni, il coinvolgimento di attivisti in 44 Paesi, una campagna coordinata a terra e l’obiettivo dichiarato di rompere il silenzio internazionale sul blocco e sulla negazione degli aiuti umanitari.

    Già lo scorso giugno la coalizione aveva promosso una mobilitazione globale via terra, mare e aria. Ora, con un coordinamento internazionale senza precedenti, persone comuni — attivisti, medici, operatori umanitari, artisti, religiosi, avvocati, marinai — si sono unite nella convinzione della dignità umana e della forza dell’azione nonviolenta. «Pur provenendo da Paesi, fedi e convinzioni politiche diverse, siamo uniti da una verità comune: l’assedio e il genocidio devono finire. Siamo indipendenti, internazionali e non affiliati ad alcun governo o partito politico. La nostra fedeltà è alla giustizia, alla libertà e alla sacralità della vita».

    Come racconta Maria Elena Delia, membro dello Steering Committee e referente per l’Italia del Global Movement to Gaza, il progetto nasce a seguito della Global March to Gaza, dove si è formata una rete internazionale coesa e competente. «Da qui è nata l’idea di un’azione via mare con un ordine di grandezza inedito anche per Israele. Il 31 agosto salperanno barche da Barcellona e da un porto del Nord Italia. Il 4 settembre partiranno altre imbarcazioni dalla Tunisia e dal Sud Italia». Questi percorsi si affiancano ai due corridoi principali già annunciati, definendo il profilo logistico dell’operazione nel Mediterraneo centrale.

    Intanto, molti artisti e personalità pubbliche stanno diffondendo messaggi di sostegno sui social. Se i media tradizionali – non solo italiani – tendono a non dare spazio a Gaza e alle iniziative di solidarietà, possiamo essere noi a colmare questo vuoto: condividendo le informazioni, sostenendo i naviganti coraggiosi con donazioni e offrendo loro quella visibilità che rafforza non solo la loro missione, ma anche la nostra stessa coscienza civile.  

    Sosteniamo la Global Sumud Flotilla, dona, diffondi, partecipa!