Trovi in un cassetto una vecchia fotografia di quando eri bambina. C’è un dettaglio che non ti piace. Lo cancelli. Il primo taglio è fatto. Da quel momento quel ricordo non è più vero, anche se il passato, naturalmente, non è cambiato. Sei tu ad aver manipolato la memoria nel tentativo di cambiare la percezione. Ecco come ci stiamo fottendo il passato.
E già che ci siamo, ci stiamo fottendo anche il presente e il futuro. Alteriamo i ricordi e la quotidianità nella speranza di renderli speciali per un pubblico vasto. Viviamo in un’epoca tesa alla performatività: dobbiamo essere vincenti o, almeno, sembrarlo. Mostrare una vita immacolata. Illuderci che qualcuno ci ricorderà per sempre e, già che ci siamo, nella nostra forma migliore, invecchiando con ritegno, nascondendo il più possibile i segni del tempo.
Un momento felice con gli amici. Poi guardi la fotografia: il volto è stanco, l’inquadratura è impietosa, la pelle imperfetta. Quello scatto va corretto. Perché dobbiamo mostrare momenti conviviali gioiosi alla nostra platea. Così filtriamo tutto, bellamente. Manipoliamo il passato. Manipoliamo il presente. E costruiamo un futuro che non sarà mai reale, ma soltanto quello che abbiamo immaginato per noi e per chi, un giorno, piangerà davanti alle nostre tombe dotate di Memories digitali, proprio come in The Final Cut, il film del 2004 che immaginava un futuro arrivato molto prima del previsto.
Essere o dimostrare di essere stati.
Marcella era una donna bellissima. O almeno aveva bisogno di dimostrare di esserlo.
Indossava vestiti sempre al top, abiti eleganti, sempre giusti, sempre nuovi nelle foto anche quando erano gli stessi che indossava da sempre. Bastavano pochi secondi di AI per cambiare look. Era sicuramente meno dispendioso che arricchire continuamente l’outfit con capi di grido e, poi, non c’erano problemi di spazio nell’armadio.
Mangiava, mangiava benissimo. Fotografava ogni piatto prima di toccarlo, come se il cibo dovesse prima passare da un giudice invisibile e solo dopo potesse diventare suo. E se poi non era abbastanza perfetto, bastava un altro po’ di editing. La gente sapeva e la invidiava. Più sapeva, più la invidiava. Più la invidiava, più Marcella sembrava felice. Almeno così pareva dalle immagini, perché Marcella era sempre perfetta e sorridente, protagonista della propria rappresentazione. Con gli amici o da sola, quella solitudine ostentata di una donna che rivendicava il suo spazio nel mondo.
E sola lo era, perché non poteva mostrarsi quando alle tre di notte il telefono le cadeva dalle mani per il sonno e lei se lo faceva scivolare addosso come una coperta, perché spegnerlo voleva dire ammettere che la giornata era finita, che non aveva più nulla da dare.
Nessuno la vedeva cancellare. Cancellava molto più di quanto pubblicasse — venti scatti per uno buono, un’ora di trucco per dieci secondi di storia, un pianto per un sorriso. La cancellazione e l’editing erano il suo vero mestiere. Pubblicare era solo la parte che si vedeva del lavoro.
Una volta aveva avuto un fidanzato che le aveva detto: “Ma tu esisti anche quando il telefono è spento?” Lei aveva riso, aveva fatto la foto di quella risata, e non aveva risposto. Lui se n’era andato dopo poco tempo, Marcella lo aveva cancellato dalla rubrica la sera stessa; un numero, un nome, un contatto: cancellato, come si cancella un elemento brutto da una foto bella. Ma lui non spariva. Il passato non si lascia editare così facilmente come un’immagine. Restava lì, da qualche parte, dentro le fotografie che non aveva pubblicato, quelle vere, quelle sgranate e stanche che mostravano la sua umana fragilità, che nessuno avrebbe mai visto.
Marcella morì a cinquantotto anni, in un modo qualunque. Come muoiono quasi tutti. E qualcuno — un figlio, un’agenzia, non importa chi — dovette scegliere le foto per il funerale. Ne aveva migliaia. Bastava scorrere, scegliere le più belle, quelle in cui sorrideva, quelle in cui la luce le cadeva bene sul viso. Nessuno scelse quella sgranata delle tre di notte, quello scatto partito involontariamente prima di crollare dal sonno. Nessuno la trovò nemmeno, perché quella Marcella non l’aveva mai pubblicata.
Al suo funerale, come dettato dalle sue volontà, fecero scorrere uno slideshow. Marcella bambina sorridente al mare. Marcella sorridente a un matrimonio. Marcella sorridente davanti a un piatto che neanche aveva mangiato. La gente, guardando, diceva: “Che vita meravigliosa ha avuto.”
Riuscire a farsi invidiare anche da morta poteva essere una grande soddisfazione, se non fosse che della sua morte si accorsero solo qualche giorno dopo, perché non si era più presentata in ufficio, vestita di tutto punto e sorridente, come sempre — un sempre svanito.
Il taglio finale non arriva con la morte. Arriva molto prima, ogni volta che decidiamo cosa eliminare. Non lo fa nessun tecnico, nessuna macchina. Lo facciamo noi, ogni giorno, un elemento alla volta, un’ombra di troppo cancellata, una ruga scomparsa, un numero tolto dalla rubrica. E quando arriva davvero il montaggio finale, quello che resta di noi non è ciò che abbiamo mostrato agli altri. È ciò che, nonostante tutto, non siamo riusciti a cancellare.








