Malinda

Malinda spense le luci e cominciò a spogliarsi. In quella stanza che puzzava di tabacco e umidità, Malinda si levò le scarpe e cominciò a sfilarsi le calze lentamente quasi come se stesse disegnando un’immaginaria coreografia sulla musica di Gato Barbieri che girava ostinatamente su quel vecchio piatto. Lui la osservava compiaciuto, lei si divertiva come una matta a mettere in piedi quello show. Le luci erano sempre giuste, gli abiti e il trucco erano ben curati come la pettinatura, la biancheria intima raffinatissima. Malinda ondeggiava dolcemente, si tirava su la sottoveste e poi si toccava i seni insistendo sui capezzoli. Lui sorrideva, sudava e osserva in silenzio. La sottoveste volava via ed era facile immaginarsi quella seta al tatto su quel corpo caldo e sinuoso. Malinda sedeva a cavallo di una sedia e ondeggiava come se stesse simulando la penetrazione, lui era abbagliato da quella bellezza, da quell’amplesso immaginario che lei gli dedicava tutte le sere. Mentre lei si toglieva il reggiseno, lui immaginava il sapore del suo corpo, lei lo guardava e lui moriva. Lei si sfilava le mutante e lui impazziva, lei si leccava le dita e lui respirava affannosamente, lei faceva scivolare la sua mano e lui tremava, lei raggiungeva il suo sesso e lui rimaneva fermo fino a quando l’infermiera veniva a chiudere la finestra e a spingerlo via su quella carrozzella in cui era inchiodato da anni.

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