Tamarrindo

Quella si che fu un’estate indimenticabile, ricordo i nostri viaggi sulla sua meravigliosa Alfasud color marrone, la radio che trasmetteva Sambariò di  Drupi, le sue musicassette super otto che facevano da colonna sonora al nostro infuocato amore. Si chiamava Salvatore Garrisi, era originario del sud, ma non gli piaceva farsi chiamare così per cui diceva a tutti di chiamarsi Guido.  Cercava anche di mascherare il suo accento evidenziando un’improbabile inflessione toscana, il tutto risultava straordinariamente erotico, ogni volta che mi diceva delle frasi tipo: “Stasera ho fissato con quei ragazz’ alla hasa di ppopolo” io mi struggevo tutta. Era bellissimo, moro, capelli crespi, un paio di stupenti baffi folti stampati sulle labbra, somigliava tantissimo al chitarrista dei Camaleonti. Non era molto alto, né troppo magro, anzi qualcuno lo definiva un po’ tozzo ma per me era irresistibile specie quando indossava la sua camicia bianca, dal colletto con le grosse punte,  dalla quale spuntava la sua soffice foltissima peluria.
Voglio parlarvi di quella volta in cui decise di portarmi al mare. Partimmo una calda giornata d’Agosto di mattina presto, quando scesi le scale di casa lui era già fuori, appoggiato allo sportello della sua auto, con i pantaloni  stretti e  la fruit bianca dalla quale traspariva, situato sulla spalla sinistra, il suo immancabile pacchetto di Marlboro rosse. Portava sempre degli stivali neri con la punta e una cintura in tela in pendant. Mi avvicinai per salutarlo con un bacio e immediatamente venni travolta dall’odore del suo sudore mischiato ad Aqua Velva. Mi disse subito: “Pohe smangerie, sbrigathi ghe se si trova traffiho  tiro tante di quelle madonne da fa’ venì giù tutto i creato co’ tutto i’ creatore!” Era splendido quando mi parlava così, con me aveva tante di quelle premure, mi diceva sempre: “Te tu trombi solo con me, ma io posso tromba’ con chi mi pare, d’attra parte l’omo so io” oppure: “Ghe me la stireresti questa gamicia? La mi mamma, puttana troia che unn’è attro, unn me la stira mai home diho io”.  Salii sulla sua macchina il cui aroma di tabacco e Arbre Magique mi avrebbe accompagnato per molti anni a venire. Partimmo di volata ed entrammo sulla provinciale proseguendo alla folle velocità di 80 km orari. Sul suo stereo girava la cassetta di Gepy & Gepy che mi piaceva tanto,  ad un certo punto mi mise una mano sulla coscia e io gli chiesi cosa stesse facendo, lui mi rispose romanticamente: “Icche tu credi che faccia oh bischera?” Lo lasciai fare, mentre mi toccava sentii un brivido blu corrermi lungo la schiena, mi parlava di cose sempre interessantissime come il calcio e la sua collezione di bottiglie mignon di liquori, era tutto eccitato perché era riuscito finalmente a trovare lo Stock 84 ed io ero eccitata perché era riuscito finalmente a trovare il mio clitoride.  Ci fermammo un attimo in una piazzola di sosta, pensai che a quel punto avesse voglia di fare all’amore, feci per levarmi gli slip quando mi disse: “Oh icche tu credi di fare? Porca zozza della madonna e c’ho da piscare!”. Quelle furono le sue ultime parole, non appena scese di macchina venne travolto da un tir, non lo dimenticherò mai.

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9 pensieri riguardo “Tamarrindo

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