Il ruzzolamerde


il ruzzolamerde

Il ruzzolamerde, si riferisce ad alcune specie d’insetti “scarabei stercorari”  che si nutrono di escrementi raccogliendoli per conservarli e deporci le uova creando così delle palle che fanno rotolare al suolo like a rolling stone .

Il ruzzolamerde è piccino e nero, ha le ali ma non può volare, depone le uova nella cacca che si porta appresso ed è proprio da quel misto di sterco che, come i fior di Via del Campo, nascono i suoi figli.

Io sono una ruzzolamerde, ho una palla che mi porto appresso da sempre, che puntualmente mi sfugge e che puntualmente, con sempre più gran fatica, recupero per ricominciare il mio percorso.
Ho già un’età e pensavo che questa benedetta adolescenza finisse ad un certo punto, pensavo che superati gli anta non avrei mai più avuto problemi di stabilità, che mi sarei fermata serenamente con la mia palla arredandola a modino a mutuo terminato. Invece mi tocca, ogni volta ,ricominciare da capo con il mio corpo, con la mia mente e con il mio spirito cercando di essere brava, di non auto-lesionarmi con la mia ansia che vorrebbe altresì farmi mangiare e bere fino allo stordimento totale.
Eppure di passi ne avrei fatti, almeno credo. Di psicologi ne ho visti, di rimedi niueig’ ne ho provati, ho meditato, ho rimesso in discussione i miei modi di fare vertordicimila volte, mi sono data ad una sana alimentazione nei mie pensieri almeno 30 volte al giorno e nei fatti solo qualcosa in meno. Ho coltivato la mia spiritualità, ho evitato conflitti con lo stesso impegno con cui alcune società evitano di pagare le tasse. Ogni mio sforzo sarà servito a qualcosa mi chiedo ogni qual volta che so di dover recuperare la stercopalla e rimettermi in carreggiata? Nonostante tutto credo proprio di sì, perché so di recuperare la palla, non perché sarebbe opportuno e perché non ho scelta, io lo so perché in quella palla c’è tutto e devo rispettarlo, merda inclusa.
L’adolescenza nel tempo si mescola all’esperienza e ne viene fuori un’amara, ma utilissima, consapevolezza: siamo difettati, più o meno tutti. Il non sentirsi a proprio agio nel proprio vestito di carne umana, nello spessore della vita che pensiamo disegnata per noi, è comune a molti, il riconoscerlo, per quanto doloroso possa essere, è fondamentale per cominciare a volerci un po’ di bene. Il periodo è tremendo, riconosciamolo. Non è debolezza dire che questa pandemia ci sta provando profondamente. Mi sono detta in questo anno che ero fortunata a essere in salute, a poter continuare a lavorare, ad abitare in un luogo circondato dal verde ecc. E’ vero, sono fortunata, ho tanto, ma non posso far finta di non sentire paura e dolore. L’esistenza è stata stravolta, sono venute a mancare così tante persone, molti sono stati colpiti e hanno davvero lottato per la vita. C’è chi si porta dietro ferite che faticano a ricucirsi, c’è chi ha lottato per gli altri, chi ha donato il proprio tempo, il proprio talento e alcuni anche il proprio denaro. Da un anno non possiamo fare ciò che ci viene spontaneo come abbracciarsi, stare insieme, andare ad un concerto, al cinema, camminare senza mascherina. In molti ci sentiamo stanchi, io ammetto di esserlo e pur stando bene ho ancora la paura che si mescola al dolore per chi se n’è andato.
Nichiren Daishonin diceva. “Soffri per quel che c’è da soffrire e gioisci per quello che c’è da gioire. Considera entrambe, sofferenza e gioia, come fatti della vita”. La pandemia è un fatto della vita e come ogni fenomeno, che ha un suo inizio, avrà la sua fine. Il peso della mia palla di merda lo sento, ma penso alla mistica della natura, al ruzzolamerde che va a dritto lungo una linea retta seguendo la via lattea. Si va avanti, con la nostra fatica, si va avanti.

Il ruzzolamerde, avrà pure passato una vita a portarsi dietro il peso dello sterco, ma veniva considerato dagli egizi una divinità legata al sole, non è meraviglioso tutto ciò?

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