di Sabrina Ancarola
Faccio cose perché sono inquieta, scrivo perché, dare una forma alla mia inquietudine, a volte è divertente. Sono cantante, presentatrice, scrittrice e autrice di pièce teatrali e cene con delitto. Non so cosa mi riesce peggio, ma mi ostino perché mi piace ballare pur non sapendo affatto ballare.

  • Non sono mai stata abbastanza.
    Abbastanza bella, abbastanza intelligente, abbastanza simpatica, abbastanza arrendevole, abbastanza forte, abbastanza magra, abbastanza curata, abbastanza disinibita, abbastanza pudica.
    Non mi è stato abbastanza il cibo, il vino, il sesso, la voglia di uscire, la voglia di restare a casa, la voglia di vedere gente, la voglia di stare sola.
    Sento sempre una mancanza, perché forse tutto è troppo; troppa la vita, anche se non ne ho mai abbastanza.
    Non sono neanche abbastanza alta, né più abbastanza giovane, e adesso non sono neanche abbastanza vecchia per ritirarmi nel mio guscio, che manca sempre di qualcosa.

    Mi sembra di non essere abbastanza per essere vista e vorrei urlare e dire al mondo che io ci sono, io sono.
    Dire a te che, per te, non sono mai stata abbastanza da lasciarmi entrare davvero nella tua vita. Mi hai tenuta abbastanza in periferia: ho visto ciò che facevi da lontano, perché forse per te non ne valeva la pena. Non ero abbastanza.

    Nel mio spessore, che non è mai abbastanza definito, in cui dovrei essere abbastanza matura per averlo compreso, alla fine del mio tutto , che non è mai abbastanza, mi dovrei accontentare.

    Lucilla si sentiva dentro una scatola.
    Non che vi ci fosse infilata di proposito, ma sentiva che intorno a lei, sopra e sotto di lei, c’erano pareti che non riusciva a sfondare.
    Eppure, in quella scatola, la gente entrava e usciva regolarmente, con noncuranza. Solo lei non riusciva a uscirne.
    Quando doveva muoversi nel mondo, quel cubo si trasformava in una sfera che rotolava via con la leggerezza del vento, non lasciando niente. Perché chi si dà per scontato, anche quando manca, non lascia neanche il ricordo.
    Ci sono eserciti d’invisibili in questo mondo di gente china sul rettangolo luminoso, in cui, credendo di vedere tutto, si perde tutto.
    Lucilla avrebbe voluto dirglielo a quella gente, anche a quelli che entravano e uscivano dalla sua vita,che c’è qualcosa di più forte, più intimo, che vale la pena condividere.
    Ma come poteva, se le pareti le impedivano di parlare, e chi invece la invadeva era sordo?

    Fu così che un giorno prese ogni pezzo che gli altri avevano lasciato nella sua scatola e cominciò ad assemblare una bomba.
    Certo, erano tutte cose che lì per lì le sembravano di poco conto: rimasugli, roba da rottamare.
    Ma quell’ammasso messo insieme… Dio mio, se era potente!
    Ce l’avrebbe fatta, si diceva. “Sì, stavolta farò esplodere tutto e uscirò da questi sei tramezzi.”
    La miccia la realizzò con il cordone del rancore che aveva tenuto in serbo per anni, quelli in cui non era riuscita a far sentire la sua voce. L’involucro lo fece con l’indifferenza di chi, entrando nel suo mondo, aveva poi lasciato ben chiusa ogni uscita alle sue spalle. Realizzò la carica con tutta la sua passione mai esplosa, perché a tenuta stagna. Per l’accensione le sarebbe bastato il suo sguardo sul mondo dei potenti.
    Ci vuole così poco ad accendersi.
    Potrei raccontarvi che venne il giorno in cui Lucilla spazzò via le pareti del suo maledetto cubo, e fu bellissimo. Sì, sarebbe bello parlarvi del successo che ebbe, quando riuscì finalmente a farsi vedere, a farsi sentire.
    Ma come poteva Lucilla farsi notare, lei che volava così leggera sulle nostre teste chine?
    Ebbene, ci ripensò; sistemò i rottami da una parte e si mise a leggere un buon libro.

  • Ho paura di chi ride.
    Non avrei mai pensato, prima, che una risata potesse mettermi così paura.
    Stephen King ci aveva avvertiti mostrandoci Pennywise. Eppure pensavo che quell’orribile creatura esistesse solo nell’incredibile fantasia del Re. Poi ho scoperto che in passato c’è stato davvero un serial killer travestito da pagliaccio. Ma anche in quel caso mi sono detta che si trattava di un fatto unico, relegato a possibilità remote.
    Negli ultimi tempi, però, questa risata a bocca larga si è diffusa come un virus: un trionfo di cinismo, la morte dell’empatia.
    Non sapevo se esistesse un ‘contrario’ della parola empatia, ma l’ho imparata poco fa: alessitimia, definita come analfabetismo emotivo, cioè l’opposto dell’intelligenza emotiva.
    Oltre l’analfabetismo funzionale, siamo circondati anche da persone che hanno quello emotivo, spesso questi deficit viaggiano insieme, ma non sempre.
    L’immagine dell’emoticon della risata abbonda nei commenti sulle vittime, accompagnata da livore e parole che ora so appartenere a questo tipo di analfabetismo, il quale a sua volta è il contrario dell’intelligenza emotiva.
    Questa caratteristica, negli adolescenti, è causata dalla mancanza di educazione emotiva. Ma gli adulti?
    Cosa succede, per esempio, nella testa della nonnina di Facebook che posta fiera la foto dei nipotini ma poi, quando si parla di ostaggi, accompagna la terribile risata a frasi del tipo “Ben gli sta! Se fossero rimasti a casa loro non gli succedeva niente”?
    L’analfabetismo emotivo si diffonde online.
    In State of Mind (il giornale delle scienze psicologiche) ho trovato un interessante articolo che dice:
    “Le emozioni che frequentemente traspaiono online su temi molto dibattuti nel web sono emozioni di rabbia e frustrazione. Ma non è l’emozione in sé a preoccupare: oltre all’emozione c’è di più: c’è una mancata regolazione emotiva, una tendenza all’azione, una totale cecità verso l’altro.”

    Un meccanismo che in molti è andato in tilt
    Quella risata, che tanto mi mette i brividi, è un altro aspetto della regressione culturale del nostro Paese, che si autoalimenta negli ambienti familiari e in ogni luogo che spinge le nostre emozioni verso la pancia, sempre più lontane dal cervello, per la felicità degli autocrati di turno.

  • Firenze, 2 settembre 2025 – In un tempo attraversato da guerre devastanti e silenzi complici, il collettivo Donne Insieme per la Pace torna a farsi sentire con forza:

    «Siamo donne in cammino per la pace e il disarmo. Siamo sdegnate per tutte le guerre che alle donne portano solo orrori e violenze sessuali. La guerra avvelena il mondo, e con la nostra azione collettiva vogliamo che ciò non accada».

    Il prossimo 2 settembre, dalle 18 alle 23 in Piazza della Signoria (via dei Gondi), si terrà un presidio speciale: una maratona di voci in cui donne e uomini leggeranno i nomi dei bambini uccisi dal 7 ottobre. Un gesto semplice ma potente, per non lasciare che l’orrore venga sepolto dal silenzio.

    Nel nome del diritto internazionale, i partecipanti chiedono la fine del genocidio contro il popolo palestinese. In ventidue mesi, migliaia di bambini sono stati uccisi; altri sopravvivono mutilati, affamati, traumatizzati.

    «Il silenzio complice di fronte a tutto questo è una macchia di vergogna indelebile per l’Europa e per l’Italia» – si legge nel comunicato del gruppo – «Chiediamo un’immediata presa di posizione per fermare il massacro. Non basta dire ‘mai più’: bisogna agire».

    L’appello va alla società civile, ai media, alle istituzioni: rifiutiamo la disumanizzazione e l’odio. Il mondo ha bisogno di cura, cooperazione, convivenza. La vera sicurezza nasce dalla giustizia e dalla solidarietà.

    Chi desidera partecipare alla lettura dei nomi può scrivere a: donneinsiemeperlapace@gmail.com

    «Vogliamo continuare a gridare i loro nomi» – affermano le promotrici. Perché ogni nome è una vita, ogni voce è resistenza, ogni presenza è memoria.

  • Dal Mediterraneo a Gaza: la più grande flottiglia civile mai organizzata per denunciare il genocidio e portare solidarietà al popolo palestinese


    In questo momento drammatico della storia umana assistiamo al genocidio dei palestinesi di Gaza, e da questa parte del Mediterraneo ci sentiamo impotenti. Possiamo protestare, manifestare, boicottare prodotti e servizi legati a Israele, ma resta la sensazione di non riuscire a fermare una violenza che sembra inarrestabile. È difficile credere che un popolo possa essere annientato con tale crudeltà in nome di Dio, o nel nome di un unico modo di pensare e vivere il mondo.

    Intanto, il fanatismo cresce non solo in una larga parte della società israeliana e della diaspora ebraica, ma anche fra alcuni dei nostri connazionali, che sostengono apertamente uno Stato impegnato in un processo di colonizzazione sistematica. Case, scuole, ospedali, uomini, donne e bambini vengono cancellati da quella che molti ancora oggi insistono a chiamare “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Il tragico attentato del 7 ottobre è stato trasformato in vendetta, non in giustizia.

    I dati sono drammatici: secondo un’indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian, basata su un database interno dei servizi segreti israeliani, almeno l’83% dei palestinesi uccisi durante l’offensiva su Gaza erano civili. Le autorità di Gaza, citate da Al-Jazeera, denunciano che tra gli oltre 62.000 morti dall’inizio delle operazioni militari israeliane, il 7 ottobre 2023, ci sono almeno 18.885 bambini. A questo si aggiunge il blocco degli aiuti umanitari: l’ONU ha dichiarato che, solo da maggio, 1.760 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano cibo o beni di prima necessità.

    La distruzione sistematica emerge anche in episodi apparentemente paradossali: come rivelato dal Guardian, le Forze di Difesa Israeliane hanno pubblicato inserzioni su Facebook per reclutare autisti di bulldozer destinati alla demolizione delle abitazioni di Gaza.

    Di fronte a tutto questo, l’Europa appare paralizzata, incapace di decisioni univoche, mentre le Nazioni Unite si limitano a richiami formali senza conseguenze concrete. Con il sostegno politico di figure come Donald Trump, il premier israeliano Netanyahu porta avanti indisturbato la sua politica di occupazione e colonizzazione.

    In questo scenario tremendo, noi che crediamo nel dovere di “restare umani” ci chiediamo se ci siano azioni concrete capaci di portare aiuto a una popolazione che, proprio perché continua a esistere, continua anche a resistere.

    Sumud” è una parola araba intraducibile con un solo termine. Racchiude fermezza, perseveranza, resilienza e resistenza. Non indica la lotta armata, ma un atteggiamento di forza silenziosa e ostinata. Per i palestinesi rappresenta al tempo stesso un simbolo nazionale, una strategia politica e un valore culturale.

    Sumud è oggi anche il nome della più grande missione marittima civile mai tentata verso Gaza: la Global Sumud Flotilla.
    La flottiglia partirà da Barcellona e da due porti italiani, con decine di imbarcazioni, il coinvolgimento di attivisti in 44 Paesi, una campagna coordinata a terra e l’obiettivo dichiarato di rompere il silenzio internazionale sul blocco e sulla negazione degli aiuti umanitari.

    Già lo scorso giugno la coalizione aveva promosso una mobilitazione globale via terra, mare e aria. Ora, con un coordinamento internazionale senza precedenti, persone comuni — attivisti, medici, operatori umanitari, artisti, religiosi, avvocati, marinai — si sono unite nella convinzione della dignità umana e della forza dell’azione nonviolenta. «Pur provenendo da Paesi, fedi e convinzioni politiche diverse, siamo uniti da una verità comune: l’assedio e il genocidio devono finire. Siamo indipendenti, internazionali e non affiliati ad alcun governo o partito politico. La nostra fedeltà è alla giustizia, alla libertà e alla sacralità della vita».

    Come racconta Maria Elena Delia, membro dello Steering Committee e referente per l’Italia del Global Movement to Gaza, il progetto nasce a seguito della Global March to Gaza, dove si è formata una rete internazionale coesa e competente. «Da qui è nata l’idea di un’azione via mare con un ordine di grandezza inedito anche per Israele. Il 31 agosto salperanno barche da Barcellona e da un porto del Nord Italia. Il 4 settembre partiranno altre imbarcazioni dalla Tunisia e dal Sud Italia». Questi percorsi si affiancano ai due corridoi principali già annunciati, definendo il profilo logistico dell’operazione nel Mediterraneo centrale.

    Intanto, molti artisti e personalità pubbliche stanno diffondendo messaggi di sostegno sui social. Se i media tradizionali – non solo italiani – tendono a non dare spazio a Gaza e alle iniziative di solidarietà, possiamo essere noi a colmare questo vuoto: condividendo le informazioni, sostenendo i naviganti coraggiosi con donazioni e offrendo loro quella visibilità che rafforza non solo la loro missione, ma anche la nostra stessa coscienza civile.  

    Sosteniamo la Global Sumud Flotilla, dona, diffondi, partecipa!

  • Sono giorni orribili per l’umanità, sappiamo bene quel che accade: quanto il mondo ricco e potente schiacci gli altri per rimanere tale, e quanto venga commesso nel nome di un Dio più terribile di Lucifero.

    Questa indole malata di chi può fare il buono e il cattivo nel nostro pianeta ci sopraffà. Qua in Italia – almeno quelli di noi che hanno la fortuna di avere un tetto, del cibo e le cure se ci ammaliamo – siamo come i nostri omologhi in altre nazioni, subissati da messaggi che impongono il più sfrenato consumismo, il tutto per apparire possibilmente vincenti e con un corpo perfetto da selfie. Nel mentre ci istigano alle paure verso chi ha una provenienza e una cultura diversa dalla nostra, un’operazione facile facile poiché siamo fottutamente colonialisti dentro.

    Poi ci sono i nostri fratelli che vengono affamati, sloggiati, uccisi per far posto alla razza eletta. Altri sfruttati dal lavoro, abusati sessualmente, in un clima di guerre sparse sempre per un dominio, per denaro, per un ideale di potenza.

    In tutto questo noi persone comuni o ce ne freghiamo, o tifiamo per il carnefice, o stiamo male. Difficile ci siano vie di mezzo, senza ricorrere ad alcun tipo di rifugio materiale, spirituale o di droghe a buon prezzo.

    Siamo angosciati e ci sentiamo impotenti per quello che vediamo, quando vogliamo vederlo. Siamo preoccupati per il futuro.

    Equilibrata io non lo sono mai stata, ma dato che non sono sotto le bombe e al momento nessun colono sembra intenzionato a portarmi via la casa e la mia vita, sono combattuta fra l’urlare e il piangere, perché quel che vediamo è davvero mostruoso.

    In questa società dove ci si sente oggetti più che soggetti, ho scelto di evadere poiché posso farlo, poiché ho la fantasia. Nei miei tantissimi dubbi ho la profonda convinzione che ogni vita dev’essere degna di rispetto, ognuno dovrebbe avere gli stessi diritti, nessuno dovrebbe fare male all’altro. Insomma: giustizia, il principio morale, la virtù consistente nel dare a ciascuno il dovuto, nel giudicare con equità: comportarsi, agire, valutare secondo giustizia. La giustizia sociale, l’equa ripartizione dei beni e, in particolare, l’abolizione di ogni forma di sfruttamento (fonte: Il Sabatini Colletti).

    Ho la fortuna di avere una solida famiglia, amicizie preziose e buone conoscenze anche virtuali che, alle mie domande poste su Facebook:

    “Di cosa abbiamo realmente bisogno?”

    “Di cosa abbiamo davvero bisogno noi persone comuni?”

    “Di cosa ha realmente bisogno l’intera popolazione umana, anche quella a noi invisibile?”

    hanno risposto:

    “Io in questo momento di pace e giustizia.”

    “Siamo umani, di umanità.”

    “Attenzione, vogliamo essere attenzionati.”

    “Tempo. Gentilezza. Pace e fiori negli occhi e nei nostri cuori.”

    “Di silenzio.”

    Mi ci ritrovo in queste risposte, sono anche i miei bisogni, a cui aggiungo il bisogno di amore, perché ne vediamo in giro davvero poco. L’amore è il sogno ci fa continuare a sognare. I nostri sogni e le nostre fantasie idealiste, nessuno ce le può portare via.
    I rapporti umani, quando sono autentici, aiutano, ma abbiamo bisogno anche di altri beni rifugio, e io li trovo nella musica che mi aiuta sempre a volare alto poiché in molta musica c’è amore. Un po’ come questa canzone, che riesce a farmi stare in alto con gli uccelli, a farmi immaginare che si può, a liberarmi dal peso e dal tormento, a rendermi ancora nuova.

  • La cecità del rancore, il fuoco che divora, alimentato da bugie.
    Pensi davvero che la tua rabbia, questa rabbia da belva, sia liberatoria?
    Sei incatenato. E più ti arrabbi, più la catena si stringe, ti soffoca.
    Ti restano pochi respiri.

    Mario e Alice, una vita insieme. Lavoro, sacrifici, risparmi investiti in una bella casa. Figli, nipoti, le serate al circolo del paese. E la messa la domenica, anche se sempre più di rado. Non si poteva però mancare alle feste comandate, non stava bene. Che avrebbe detto la gente?

    Quando la TV iniziò a ripetere ossessivamente che “ci stanno invadendo”, Mario e Alice cominciarono a preoccuparsi. Per i loro risparmi, per la casa, per la loro famiglia. Vedevano i prezzi al supermercato salire, ma resistevano. Con un buon conto in banca e qualche titolo alle Poste, riuscivano ancora a tenere botta, ad aiutare i figli. Ma si chiedevano, con ansia: “E loro, riusciranno a fare lo stesso per i nostri nipoti?”.

    Poi arrivarono i social network. Si tuffarono a capofitto in quel mondo. Si emozionavano per le vecchie foto del paese, si indignavano per i cuccioli abbandonati. Fino a quel momento, la loro vita era stata quasi priva di incertezze.

    Nella solita spiaggia estiva, incontravano spesso Ahmed, un simpatico vu’ cumprà. Non avevano mai pensato alla sua religione, ma ora, grazie a internet, avevano “capito”: quella brava persona era un islamico e, come tale, poteva — insieme ai suoi simili — invadere e minacciare il loro mondo.

    Iniziarono ad avere paura. Un’entusiasmo malato li invadeva quando leggevano di naufragi di “clandestini invasori”. Anche se erano neonati, restavano una minaccia.

    Smarriti, trovano conforto nei social, unendosi attorno a un leader politico simpatico e risoluto, che si preoccupava per loro ogni volta che uno straniero o un “diverso” minacciava lo Stato. Il leader, un fan delle ruspe, che sapeva sempre cosa fare.

    Ed era esaltante, per due persone semplici come loro, sentirsi parte di una comunità, partecipare attivamente a uno shitstorm contro il “nemico” del giorno. Mario, una bravissima persona che non aveva mai fatto male a una mosca, si ritrovava a minacciare di stupro le “zecche” nemiche del popolo. Alice, sempre disponibile con tutti, tra un micetto e l’altro non risparmiava auguri di morte a stranieri, zingari e a quelli “del gender”.

    Sempre insieme, ieri come oggi. Una vita di sacrifici da difendere a ogni costo. Per questo si erano comprati una pistola.

    Per questo non esitarono a usarla, quella notte, quando sentirono qualcuno intorno a casa. Quando Mario sparò al nipote, pensando fosse un ladro.

  • Per i soldi, per la supremazia, per un vano potere, si uccide, anzi, si sterminano intere popolazioni.
    Non per Dio, l’essere supremo, eterno, perfettissimo, creatore e ordinatore dell’universo, che non potrebbe essere così feroce. (Anche se, a dirla tutta, il Levitico non è che lo dipinga proprio magnanimo.)
    Ma Dio non dà prova della sua esistenza. Non l’ha mai data in passato, non la dà oggi.

    Per un probabile processo da materia non vivente, attraverso un’evoluzione chimica e poi biologica, è nata la vita. E siamo nati anche noi: una tra le 4-100 milioni di specie. Questo dovrebbe farci sentire piccoli piccoli, un niente.

    Robert Adler, su New Scientist, ha scritto:
    “Secondo la teoria delle stringhe, esistono 10.500 universi paralleli. Allo stesso modo, per la meccanica quantistica, il nostro universo è solo un piccolo fiocco di neve in una bufera di universi paralleli. Oggi il compito degli studiosi è sviluppare e mettere in relazione queste idee.”
    Il nostro niente, così, viene ampiamente superato.

    War, war is stupid
    And people are stupid

    Gemini riporta che la più antica forma di conflitto armato di cui si abbiano prove archeologiche risale a circa 10.000 anni fa, con ritrovamenti di scheletri con punte di freccia conficcate nel Sudan settentrionale. Tuttavia, la guerra è una pratica umana che precede la scrittura e la formazione degli stati. Gli antropologi e gli storici ancora dibattono su quando, esattamente, possa essere considerata “guerra”.

    Noi, che dovremmo essere tra gli animali più evoluti di questo infinitesimale granello di sabbia del multi-universo, ci siamo da subito adoperati per distruggerci.
    Così è stato. Così è.
    E temo che così sarà, fino alla nostra auto-eliminazione totale.
    Ci sopravviveranno gli scarafaggi, che forse, forse, sono più evoluti di noi.


    L’investimento nelle guerre ha raggiunto livelli record: miliardi di dollari destinati alla produzione di armamenti e al mantenimento degli eserciti.
    Le conseguenze sono devastanti.
    Tranne per chi sulle guerre ci investe.

    Mi chiedo se poi proveranno piacere a marcire nei loro bunker dorati, quando il grosso dell’umanità sarà fottuto.

    L’investimento nella pace, spesso contrapposto alle spese militari, non è quantificabile in un’unica cifra. È un insieme di azioni e politiche volte a prevenire i conflitti e promuovere la cooperazione internazionale.

    Le spese militari, invece, sono ben tracciabili:
    nel 2024, in Italia, hanno raggiunto circa 29 miliardi di euro.
    Previsione per il 2025: 32 miliardi.

    Ergo: la pace non fa girare l’economia.
    Non la nostra economia. La loro.


    Il capitalismo ha vinto, per ora.
    E avanza sempre più ferocemente, distruggendo case per accaparrarsi terre che diventeranno splendidi resort per ricchi.
    I potenti sognano un mondo esclusivo, dove chi ha avuto il culo di sopravvivere potrà godersi la straordinaria opportunità di fare lo schiavo.

    E poi gli stronzi come me attaccano chi parla di capitalismo quando proviamo a parlare di disuguaglianze, in un mondo in cui il cafone di turno spende alcuni dei milioni del suo capitale, circa 237 miliardi, mentre altrove la gente muore di guerre, di fame, di sete, per cause ambientali.

    Non molto tempo fa sono morti 11 bambini, tra i quattro e i nove anni, travolti dal fango di una fossa mentre erano intenti a fare mattoni per “pagarsi gli studi”.

    Per sconfiggere la fame nel mondo, le stime variano, ma si parla di miliardi di dollari. Alcune fonti suggeriscono che un investimento aggiuntivo di circa 11 miliardi di dollari all’anno potrebbe fare la differenza. Altri, come Oxfam, indicano che una piccola percentuale della spesa militare globale, circa il 2,9% delle spese militari dei paesi del G7, potrebbe fornire risorse sufficienti per azzerare la fame e risolvere la crisi del debito estero, pari a circa 35,7 miliardi di dollari secondo Slow Food. La Banca Mondiale, invece, ha indicato la necessità di un investimento aggiuntivo di 70 miliardi di dollari in 10 anni per raggiungere gli obiettivi di nutrizione stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
    È importante notare che queste sono stime e i costi effettivi potrebbero variare a seconda di diversi fattori, tra cui la natura e la durata dei conflitti, i cambiamenti climatici e le politiche economiche.
    Per affrontare la fame nel mondo, non si tratta solo di fornire cibo, ma anche di investire in istruzione, sviluppo rurale, e sistemi di protezione sociale che permettano alle persone di sfuggire alla povertà e alla malnutrizione.

    Ergo: se Jeff Bezos investisse un po’ di vaini per la fame nel mondo resterebbe comunque un multimiliardario.

    Che ci volete fare: noi, le zecche buoniste, sogniamo un mondo più equo.
    Un minimo di giustizia sociale su questo minuscolo pianetino E che cazzo!.


    Questi vecchi capitalisti ci stanno fottendo.
    Stanno fottendo il nostro futuro, quello dei nostri figli, nipoti e pronipoti.
    E lo fanno anche attraverso i social, inducendoci a desiderare il lusso.
    Un lusso costruito sui cadaveri di chi è morto sotto le bombe, o per la fame, o per la sete.

    Spero almeno in una vendetta da parte dei morti in pieno stile Kinghiano.

    E lo fanno in nome di Dio.
    Perché ‘sti colonialisti di merda non se ne sono mai andati davvero.
    Si sono costruiti una mission da rivendere agli stronzi come me che la devono pure propagare.

    Mi esimio dal bestemmiare, ma ne avrei tanta voglia.
    Come avrei voglia di credere in Dio, nel karma, in qualche forma di equilibrio tra causa ed effetto.

    Io li odio, ‘sti vecchi di merda.

    Odio i bacchettoni.
    Odio chi disprezza la vita umana.
    Odio chi fa differenze tra la propria vita privilegiata e quella di chi ha avuto meno fortuna, come se ci fosse davvero un diritto naturale alla sopravvivenza.

    È proprio la visione di questi vecchi di merda, con i loro “io, io, io!”, che ci sta condannando tutti.
    Questi vecchi che puntano il dito contro i migranti, contro gli ambientalisti, contro chiunque, tranne che contro chi li ha davvero fottuti.

    Vorrei concludere con un messaggio di speranza.
    Ma, a parte la prospettiva di rotolare come un ruzzolamerde, non mi viene in mente altro.

    Maledetti vecchi di merda!

  • Vorrei rivedere le stesse finestre, gli stessi fiumi, le stesse campagne. Vorrei ancora stupirmi quando il mare appare all’improvviso, dopo le colline, dopo le fabbriche.

    Per questo Maria preferiva viaggiare in treno: per le sorprese del paesaggio che scorrevano davanti ai suoi occhi, quadri sempre uguali e sempre diversi, incorniciati dal finestrino. Avrebbe potuto scegliere linee veloci; poteva permetterselo, viaggiare in prima classe, comodamente seduta, con snack e bevande offerti all’occorrenza, ma a quella velocità eccessiva preferiva la lentezza tranquilla dei treni regionali. C’era qualcosa di rassicurante in quel procedere cadenzato, un tempo sospeso tra la partenza e l’arrivo, che le permetteva di osservare senza fretta. Guardava, stazione dopo stazione, quanto tutto fosse rimasto uguale. E quanto fosse cambiato. Una donna anziana saliva con la borsa della spesa, un ragazzo con le cuffie si sedeva senza togliersi lo zaino. Un bambino premeva il naso contro il vetro, tracciando linee invisibili nel riflesso del cielo. Maria osservava senza una meta precisa. Viaggiare non era solo arrivare, ma lasciarsi attraversare dal tempo e dai luoghi, alleggerendosi di ciò che era superfluo. Forse, pensò, il segreto della leggerezza stava proprio in quel lento scorrere. E di quella leggerezza Maria sentiva un assurdo bisogno. Pur amando il tempo che scorreva fuori dal finestrino, odiava vederlo scritto sul proprio viso, nei solchi ineluttabili dell’età. Restava attaccata al vetro come una ventosa, aggrappandosi ai ricordi, per poi lasciarsi andare all’osservazione analitica dei passeggeri che si susseguivano, tappa dopo tappa.
    Su quei treni aveva viaggiato fin da bambina, quando i suoi genitori, originari del sud, la portavano al paese. Viaggi infiniti che allora non amava, ma che ora avrebbe voluto rivivere. Se avesse potuto esprimere un solo desiderio, sarebbe tornata indietro, su quelle carrozze piene di famiglie chiassose, dove si tiravano fuori pane, formaggio e salsicce per rifocillarsi. Dove l’odore del caffè nei thermos, offerto generosamente ai vicini di sedile, si mescolava al sentore di nafta. Le stazioni, le coincidenze da aspettare per salire su treni sempre più vecchi, con sedili di legno scomodi, che da piccola la facevano fantasticare sui viaggi degli antenati e sui personaggi dei film in bianco e nero. Allora non era sola. Qualcuno si prendeva cura di lei. E, alla fine di quelle lunghe ore di viaggio, c’era sempre una famiglia da ritrovare. Ora, immersa nei ricordi, cercava di far riaffiorare nella mente i profumi di un tempo passato. Il profumo di verbena di sua madre.

    Il dopobarba misto a sudore di suo padre. La fragranza del bucato appena lavato, il sapone di Marsiglia che impregnava i vestiti nelle valigie. Fra i protagonisti dei suoi viaggi, sceglieva spesso le famiglie, si rivedeva in loro anche quando avevano origini molto diverse dalle sue. Ricercava quell’amore ricordando, grazie a loro, le volte in cui veniva sgridata, le volte in cui veniva abbracciata dai suoi genitori.
    Fuori, il paesaggio mutava. Nuove case erano sorte, cancellando la piccola collina su cui sorgeva la chiesa buffa che da bambina chiamava il “pandoro divino”. Forse, pensò sorridendo, persino Dio sarebbe stato più dolce lì dentro. Chissà se quel pandoro potesse mancare ai bambini di oggi, oppure se si fossero inventati forme fantastiche dove gli dèi erano più umani e simpatici.
    Nel frattempo, la gente continuava a salire e scendere. I volti erano diversi, le mode cambiate. Le signore in pelliccia ormai non si vedevano più. I ragazzi erano più silenziosi, chiusi nel loro mondo di musiche misteriose ascoltate attraverso quel magico rettangolo che assorbe ogni pensiero. Rubava la vita dalle vite degli altri, osservando una giovane ragazza che riusciva a essere elegante anche mentre mangiava un pezzo di focaccia, lasciando cadere briciole sui suoi abiti.
    Anche l’odore della mortadella, grazie a lei, le sembrava buono in una carrozza piena di volti grigi e odori, talvolta non troppo apprezzabili. Fantasticava sulla sua provenienza, immaginandola come una viaggiatrice instancabile, con un mondo davanti agli occhi ancora tutto da scoprire.
    Da tempo Maria non aveva più nessuno da andare a trovare, ma, come recitava una delle sue canzoni preferite, amava viaggiare per il semplice piacere di farlo. Il potere magico di una locomotiva che riusciva a trasportarla avanti e indietro nel tempo, quella dolce forza che la cullava, quella spasmodica ricerca di ritrovare nei viaggiatori gli affetti di un tempo. La sua solitudine la coltivava così, fra volti, odori, rumori e paesaggi: una maledizione che diventava benedizione, la vita che ancora pulsava in lei come un treno. In ogni suo viaggio, ogni piccola storia che si intrecciava con la sua le dava una sensazione di connessione. Anche se non si fermavano mai a parlare, Maria capiva che ognuno di loro portava con sé un bagaglio di sogni, sofferenze e speranze. Forse, pensò, era questo il vero significato del viaggio: non la destinazione, ma l’incontro con gli altri lungo il cammino.
    Maria pensava di avere un superpotere: quello dell’invisibilità. Effettivamente, fra i passeggeri del treno, non spiccava; era una figura anonima fra tanti anonimi, ma, data l’età, sembrava che facesse ormai parte dell’arredo dei treni regionali, come qualcosa che c’era sempre stato e a cui non ci si fa più caso.

    S’innamorava degli occhi innamorati di chi guardava l’amato, e ovviamente erano le coppie più giovani a donarle energia vitale. Lei guardava gli altri, ma nessuno sembrava far caso a lei, e questo non la intristiva; anzi, le dava un senso di libertà da eventuali giudizi non richiesti.
    Sentiva le loro voci, si emozionava delle loro emozioni, positive o negative che fossero. Il vampiro dei pendolari e dei viaggiatori distratti. Rideva fra sé e sé quando pensava a questo. Si sentiva viva con le vite altrui, si sentiva viva grazie agli altri che le ricordavano la sua vita passata, anche se ormai il metro che la misurava le diceva chiaramente che i centimetri che aveva usato erano molti più di quelli che le restavano.
    Osservava tutti, compresi i viaggiatori più anziani di lei, e pensava al suo futuro, quando, con poca memoria e gambe stanche, forse si sarebbe persa in qualche stazione e si sarebbe salvata grazie all’aiuto di qualche giovane gentile nei paraggi. Ormai vedeva la sua fine così. Non che fosse troppo triste all’idea di scomparire del tutto in uno dei suoi viaggi: aveva lasciato che il tempo le scivolasse addosso, come la pioggia sui finestrini dei treni, senza opporre resistenza. Era stata contenta della sua vita: aveva avuto buoni affetti, relazioni sincere, un tetto sopra la testa e nessun problema economico significativo. Non si era mai sposata, anche se aveva vissuto una lunga convivenza, finita ormai da tempo per il naturale esaurirsi di un sentimento che non riusciva più a tenerla accesa. Il lungo ciclo del lavoro era da tempo alle sue spalle, e non ricordava più nemmeno chi fosse stata in quella dimensione fatta di orari e mansioni da rispettare.
    Amava la libertà, e aveva amato anche la sua solitudine, fatta di decisioni dell’ultimo minuto, pomeriggi al cinema e, ovviamente, tanti viaggi in treno. Un tempo seguace del buddismo, conosceva il significato profondo della ciclicità dell’esistenza, della futilità del possesso e dell’impermanenza delle cose. Attendeva, semplicemente, di arrivare alla fine del suo ciclo con serenità, senza scossoni.
    Stava osservando come l’insegna di una piccola stazione fosse ormai deturpata dal tempo, quando, quasi senza accorgersene, pensò a quanto si somigliassero e sorrise a quel pensiero.
    “Mi fa piacere che abbia pensieri felici,” disse una voce. Maria alzò lo sguardo e vide un uomo seduto di fronte a lei, di cui non aveva notato la presenza.
    Arrossì, spiazzata dal fatto di essere stata sorpresa nei suoi pensieri solitari. Non poté fare altro che rispondere con un sorriso a quell’uomo.
    “Sa, succede spesso a noi persone âgées,” disse, cercando di alleggerire l’imbarazzo, “ci perdiamo nei ricordi e sorridiamo indulgenti al nostro passato.”


    “Capisco perfettamente, succede anche a me,” rispose l’uomo, sorridendo. “Piacere, mi chiamo Alberto. Dove è diretta?”
    “Piacere, sono Maria.” Restò in silenzio per un attimo, indecisa se inventare una piccola innocente bugia per superare l’imbarazzo o dirgli la verità. “Conosce Khorakhanè?”
    “È di origine rom, Maria?”
    “No,” rispose lei ridendo, “mi riferivo alla canzone di Fabrizio De André. È un brano struggente che racconta lo stile di vita e l’assoluta libertà del popolo rom. Nel testo, i rom sono rappresentati come un popolo senza una vera casa, quindi totalmente liberi e privi di condizionamenti socio-economici. Da qui la metafora: la vita è come il viaggio di un rom, che parte senza sapere la meta e senza preoccuparsene, perché il fine diventa solo un dettaglio interessante, non lo scopo dell’esistenza umana. ‘Per la stessa ragione del viaggio: viaggiare…’”
    “Conosco quel popolo di ‘amanti del Corano’, le cui persecuzioni sono purtroppo ben note. Non conoscevo questa canzone, ma mi piacerebbe ascoltarla. Si occupa di musica, Maria?”
    Maria si sentì sempre più spiazzata. Non solo aveva perso all’improvviso il suo superpotere di invisibilità, ma qualcuno continuava a chiamarla per nome. Una cosa che non le capitava da tempo. Ma davvero quell’uomo era così interessato a ciò che aveva da dire? Mentre rifletteva, si accorse che una parte di sé, che credeva ormai perduta, stava riaffiorando. Provare di nuovo quella sensazione di attenzione non era nei suoi piani, e cercò di respingerla, combattendo tra pensieri razionali e quel sentimento che le dava pugni nella sua realtà. Doveva mantenere il controllo. Non poteva permettersi di lasciarsi andare. “Questo uomo è troppo bello,” pensò. “Figurati se mi considera davvero, almeno non in quel senso. Maria, non sei mai stata una donna bella. Hai avuto qualche corteggiatore, certo, ma erano anni che niente ti faceva battere il cuore. Non serve più, ormai, quel tipo di attenzione.” Eppure… il pensiero le martellava ancora nella mente: “Magari mi piace. Forse mi chiederà il numero, forse… No, Maria, non andare oltre. Sii razionale, goditi questa chiacchierata senza lasciarti trasportare.”
    “No, mi occupavo di contabilità un tempo,” rispose, “la musica mi piace, ma non sono molto esperta.” Poi si corresse mentalmente: Non sminuirti!
    “Ho alcune melodie che mi accompagnano da anni e alcune parole di poeti che mi sono rimaste dentro, diventando una guida per me.”
    Poi, con un sorriso nervoso, aggiunse: “Dio, sto parlando troppo? La sto annoiando? Non vorrei disturbarla… scusi.”


    “Ma no,” rispose lui, “non mi sta annoiando affatto, la prego, continui.”
    “‘Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare’. Forse le sembrerà strano che, per viaggiare, non intenda andare in luoghi lontani alla scoperta di usi, lingue e tradizioni diverse dalle nostre, o per vedere altri colori, forme e geometrie, naturali e non. Non che questo non abbia avuto importanza per me, ma ormai non me la sento più di partire per mete lontane. Con il tempo, ho imparato ad apprezzare i ritmi lenti e la comodità. Ma non rinuncio a osservare l’umanità. Si può viaggiare anche con un operaio che sale sul treno per andare a lavorare. I pendolari sono persone affascinanti, sa?”
    “No,” pensava Maria, stavolta lo sto proprio annoiando. “Lui è troppo gentile per dirlo, per sviare il discorso, per andare a sedersi in un altro vagone.”
    “Ah,” disse lui, “non ne ho alcun dubbio. D’altronde, anche io, per un periodo, ho fatto parte di quella fetta di umanità su rotaie. Ma la prego, Maria, continui, mi sto appassionando a ciò che descrive.”
    Madonna santa, pensava Maria, cercando di restare calma. Questo Alberto ha delle mani bellissime e un sorriso… Quanti anni avrà? Non sembra più giovane di me, ma neanche vecchio. Mi guarda con un’aria seduttiva, probabilmente rivolge questo tipo di sguardo a tutte le persone con cui parla, ma a me fa battere il cuore. E questo cuore, manco ricordavo dove fosse finito…
    “Poi ci sono i giovani e le famiglie, i miei soggetti preferiti,” continuò Maria, prendendo fiato. “Nei ragazzi si leggono i segni dell’amore, della delusione. I loro odori, ancora impregnati di ormoni in fermento, anche se non sempre sono piacevoli,” sorrise. “Poi ci sono gli studenti, le combriccole, i solitari persi nei loro mondi. Mi fanno una tenerezza incredibile. Sono gli stessi ragazzi che ho visto bambini, viaggiare con i genitori, tenuti in braccio o per mano nei corridoi dei treni prima di trovare finalmente un posto a sedere. Padri e madri amorevoli, figli che si lamentano o sono troppo entusiasti, bambini e ragazzi che mi ricordano chi ero.”
    “Sa, non ci avevo mai pensato a uno studio osservazionale sul treno,” disse Alberto ridendo. “È molto interessante. Quindi lei si occupa di antropologia sociale?”
    “No, si figuri,” rispose Maria, tentando di sdrammatizzare. “Sono solo una contabile, ormai in pensione, che cerca di passare il tempo osservando persone e paesaggi. Ho sempre pensato che un giorno avrei scritto un racconto o una raccolta di poesie, ma ancora non ho messo giù neanche una riga. Un po’ come nel viaggio, dove l’importante non è la meta, ma il viaggio stesso.


    Anche il mio ‘studio’ mi porta a esplorare l’intimo umano, arricchito dalla mia fantasia. Ma mi dica, lei di cosa si occupa, Alberto?”
    “Maria, dammi pure del tu, ti prego.” Fu impossibile per lei non arrossire e sorridere.
    “Mi occupavo di arredamento nautico,” rispose lui. “Ho iniziato da giovane, prima come skipper, poi sistemando alcune barche di amici. Mi sono lasciato prendere la mano e così ho avviato una piccola attività artigianale, che con il tempo è diventata un’impresa e ha occupato gran parte della mia vita, portandomi in giro per terra e per mare. Ora sono felicemente in pensione, sto tornando da un piccolo raduno di famiglia e vivo in una casa su una collina, vicino alla prossima stazione.”
    Maria si sentì quasi sopraffatta dalla sua voce calma e dalle parole che sembravano danzare nell’aria. Lui non era solo interessante, ma c’era qualcosa di misterioso in Alberto, qualcosa che lo rendeva ancora più affascinante.
    “Non vorrei sembrare invadente,” disse lui dopo una pausa, “ma visto che scenderai a breve, ti dispiacerebbe se ci scambiassimo i numeri di telefono? Mi piacerebbe riprendere questa conversazione, magari davanti a un caffè. Che ne dici?”
    “Certo, Alberto,” rispose Maria, cercando di contenere il tremolio improvviso della sua voce, ancora incredula per quell’inaspettato incontro.
    Si salutarono, e Maria proseguì il suo viaggio, per poi tornare indietro dalla stazione successiva. In quel momento, i suoi studi sull’umanità viaggiante sui treni si persero nei giochi della sua mente, che correvano su binari ben diversi. Il tempo, a volte, lasciava un sapore amaro, e per quanto si lotti, anche il più dolce non si può fermare. Ma in ogni movimento, anche nei più lenti, finché c’è vita, c’è ancora bellezza: non solo da ricordare, non solo da vedere riflessa negli altri, ma tutta da scoprire.
    Sognante, Maria rimase sospesa in quei pensieri, persa nel filo dei ricordi e delle emozioni che l’avevano attraversata, fino a che non si accorse, solo dopo un po’, di una voce che la chiamava con insistenza: “Signora? Signora? Mi scusi, signora, dovrei controllarle il biglietto.”
    Il richiamo la riportò brutalmente alla realtà, interrompendo quel mondo di pensieri, quel viaggio cullato dal treno, che l’aveva catapultata in un viaggio interiore che sembrava quasi un sogno. Con un leggero sospiro, Maria si risvegliò e, con il biglietto in mano, tornò a confrontarsi con il presente, consapevole che poteva ancora fantasticare non solo sulle vite degli altri, ma anche sulla sua, riscoprendosi ancora assetata di sorprese.

  • Me ne sto in silenzio, al buio.
    Non lascio penetrare l’aria calda. Il ventilatore è mio amico, l’unico, al momento, che mi sta davvero vicino.
    Scorro i flash delle notizie: una bipolarità mondiale che gioca sulle nostre teste.

    Si continua a sparare su chi ha fame.
    Dovrei pulire casa, darmi una sistemata, ma fa caldo. Il caldo mi uccide. Anche le zanzare non scherzano.
    Vorrei farmi risucchiare dal letto, annullarmi, come se davvero potessi annullare la mia ansia.
    Di cose da fare ne avrei. Ma manca, al fresco del corpo, anche quello della mente.

    Potrei giocare con la mia alter ego. Quella che, nelle sue fantasie, amava il formaggio, il sesso, l’essere superiore (di sicuro, a me). Quella che viveva in una bolla tutta sua, fatta di avventure e promiscuità.

    Sabrella, dove sei?
    Sei ancora una parte di me?

    Poco da fare, limonata e zanzare: io non mi annoierò.

    quindi … ↓

  • Ho conosciuto uno svizzero che non era puntuale e non faceva neanche il banchiere.
    Un francese che sapeva usare il bidet.
    Un israeliano che protestava contro Netanyahu e aveva un amico palestinese che non era un terrorista.

    Ho amici palermitani che lottano contro la mafia.
    Una sorella sarda e una abruzzese: entrambe vegane.
    Ho un fratello musulmano, non fa parte dell’Isis
    Ne ho un altro, buddista, è sempre incazzato nero

    Un colombiano ieri mi ha servito un cocktail, fra una bevuta e l’atra mi ha detto di non essere affiliato al cartello di Medellin.

    Io sono solo un gay che non vuole togliere diritti agli eterosessuali.

    Sono anche una lesbica, sono serena e mi depilo costantemente.

    Sono stata con un asiatico: ce l’aveva nella media

    Ho una figlia cubana che non sa ballare.
    Una zia afrodiscendente che non sa cantare.
    Un padre inglese che si fa la doccia. Ogni giorno. Anche due volte.
    Una madre fiorentina che pronuncia tutte le c e non fa la spiritosa.
    Una nonna rom che non ha mai rubato nemmeno una caramella.
    Un nonno marocchino che non ha mai smerciato droga. Neanche peperoncino, pur essendo calabrese.

    Ho un cugino russo che non beve.
    E un pastore tedesco… pacifista.