di Sabrina Ancarola Faccio cose perché sono inquieta, scrivo perché, dare una forma alla mia inquietudine, a volte è divertente. Sono cantante, presentatrice, scrittrice e autrice di pièce teatrali e cene con delitto. Non so cosa mi riesce peggio, ma mi ostino perché mi piace ballare pur non sapendo affatto ballare.
“Sii la versione migliore di te stesso” è quello che mi hanno sempre ripetuto, e io ci credevo. Credevo che, smettendo di essere negativo e iniziando a inseguire i miei sogni, sarei arrivato alla felicità, senza però davvero comprendere cosa fosse. Ho speso migliaia di euro in corsi, seminari, ritiri con vari guru della mente, della finanza, della nutrizione. Non che mi sia sempre sentito un perdente, anzi, sono stato un bambino relativamente sereno nella provincia in cui sono cresciuto. Figlio di un insegnante delle medie e di un’impiegata del comune, i miei non mi hanno mai fatto mancare niente. Ho sempre avuto buoni rapporti con tutti, ma sapevo che avrei dovuto migliorarmi: avvertivo quella spinta che mi portava a farlo. È stato quando dal mio paese ho fatto il salto nella *città da bere1 che mi sono sentito un perdente. Questa sensazione ho iniziato a provarla all’università. Non che i miei voti fossero brutti, ma neanche strepitosi, non brillavo per aspetto ed eloquio, non ero adeguato ai modi e al vestire. Non avevo quell’indole rampante necessaria per sfondare, e continuamente mi veniva sottolineato. Io, che da ragazzo amavo correre all’aperto nei miei campi, in città avevo un po’ tralasciato l’attività fisica, e francamente di avere un fisico prestante prima non me ne fregava un cazzo. Eppure, anche in questo ho dovuto cercare di mettercela tutta: ho iniziato a frequentare palestre, non posti qualsiasi, dovevo frequentare i centri più “in”, perché il business è un obiettivo a cui devi dedicare ogni momento del tuo tempo, anche quello teoricamente libero. Il successo lo devi rincorrere, altro non conta. Con immensi sacrifici miei e dei miei genitori, sono riuscito a laurearmi e ad avere un aspetto più vicino a quello di un giovane uomo che dava l’impressione di essere sicuro. L’amore mi pareva di averlo trovato: una ragazza come me, che voleva un posto al sole in quella città piena di luci e nebbie. Una volta laureato, ho iniziato a fare svariati lavori, ma la carriera che desideravo si posizionava sempre più in alto rispetto ai punti che via via guadagnavo. Stage, conferenze, programmi speciali, amici speciali che fra uno spritz e l’altro ti raccontavano dei loro successi, mentre io mi sentivo sempre più al palo. Amici che mi consigliavano di seguire questo o quell’altro leader, perché con gli insegnamenti giusti anche io avrei, come loro, brillato. E ci ho provato, Cristo se ci ho provato a brillare, e qualche volta mi pareva di esserci anche riuscito. Ai miei, dei miei turbamenti e delle mie ansie, non raccontavo niente: tanto erano fieri di me, che stavo emergendo in quella città così importante. “Sai, Marco – diceva mio padre agli amici – si sta facendo strada, presto avrà una promozione, siamo tanto orgogliosi di lui.” Come facevo a dirgli che dentro stavo morendo. Che ci avevo provato a essere la versione migliore di me stesso, ma che spesso inciampavo, e che l’inadeguatezza, come quella fitta grigia nebbia, stava sempre di più facendosi largo dentro di me. Avevo provato anche a parlarne alla mia ragazza, ma lei era già su un altro livello. Le avevo chiesto di sposarla e non pensava ad altro che a quel fatidico giorno, quasi come fosse un’ossessione. Perché, cavolo, avevamo quasi trent’anni, e non potevamo comportarci diversamente secondo gli standard imposti in quella vita che avevamo scelto. La migliore versione di me stesso si nutriva di psicofarmaci, perché non avevo il coraggio di mollarla, di mollare il lavoro e di tornare indietro per accontentarmi di una qualsiasi occupazione che mi avesse lasciato il tempo per tornare a correre nei miei campi e per rilassarmi anche solo guardando il cielo. Ma dovevo essere più performante, me lo dicevano tutti, gli amici e soprattutto al lavoro. Potevo essere pronto per la prossima scelta del tagliatore di teste: avevo accumulato qualche piccolo errore che era stato notato, e se ne avessi fatto un altro mi avrebbero potuto licenziare. E a due passi dal matrimonio, come potevo permettermi di trovarmi senza lavoro? Più ero insicuro, più spendevo in strategie motivazionali, più corsi seguivo e più mi perdevo. E a poco o a niente mi servivano tutte le strategie con cui tentavo di anestetizzare il mio dolore. Successe tutto in maniera repentina. Dovevo presiedere a una riunione, mostrare in maniera brillante le nuove strategie di vendita ai nuovi, papabili, importanti clienti, ma la nebbia che mi sembrava di aver ricacciato nell’angolo più nascosto di me prese il sopravvento, e me ne uscii con un eloquio claudicante e confuso. Inutile dire che fu quello il motivo che diede al mio capo l’occasione di farmi licenziare, con sprezzante soddisfazione di alcuni colleghi che da tempo cercavano di farmi le scarpe. D’altra parte, non avevo trovato e non riuscivo a trovare la versione migliore di me stesso, e quindi dovevo lasciare il posto a chi invece c’era riuscito. Lasciare il posto non solo in quell’ufficio, ma anche in questo mondo, che ci chiede quanto io non avevo saputo dare.
*termine riferito a Milano dovuto ad uno spot che recitava: “Milano, città da bere”
Dada prese il fucile, scelto con cura tra quelli da caccia di suo padre. Era il più grande, il più pesante e probabilmente il più difficile da gestire. Ora che avrebbe preso le sue decisioni su ogni aspetto della sua vita, non voleva più essere contraddetta, neanche da sé stessa.
Si sentiva pervasa da una stanchezza micidiale, vicina al punto di arrendersi. Ma talvolta, è proprio nei momenti di crisi più profonda che può apparire un lampo, una scintilla inaspettata che ci dà la forza di riemergere.
Dada era di buon cuore, con uno sguardo tenero, una fisicità tutto fuorché imponente e una voce flebile. La sua essenza non era mai riuscita a imporsi su nulla, fino a quel momento.
Serva tra i servitori, si era sempre sentita condannata a una vita di soprusi, senza la più piccola speranza di conquista. Aveva frequentato la scuola solo perché i suoi genitori erano obbligati a mandarla. Aveva pochi amici, perché diventare amico di un bambino o di una bambina significava affrontare feste di compleanno e regali da comprare. No, non era possibile!
Dada non aveva mai contrastato le rigide direttive del padre, e nemmeno sua madre aveva osato opporsi, nemmeno quando piangeva dopo le urla e le botte.
“La vita è una merda. Dobbiamo farcela solo con le nostre forze, senza indebitarci, senza spendere, senza divertirci, perché se arriva una disgrazia restiamo spiazzati e riprenderci dopo diventa difficile. È meglio abituarci alle restrizioni, vivere con il necessario per sopravvivere, essere pronti ad ogni possibile catastrofe”, queste erano le frasi tipiche pronunciate dalla voce di quell’uomo, duro come la pietra e avvenente come un topo di fogna, che le era capitato come padre.
Fin da piccola aveva conosciuto la fatica del lavoro, senza provare piacere per il cibo, senza sognare vestiti carini, figuriamoci una relazione amorosa. La miseria era stata sua compagna fin dal primo vagito, forse anche già quando viveva nell’utero di sua madre. Scuola, casa, lavoro, casa: suo padre le aveva trovato un impiego come donna delle pulizie negli uffici. Quando arrivava con secchi e scope, non c’era nessuno; quando se ne andava, nessuno era lì. I soldi non li aveva mai visti; era solo un costo per la famiglia. Debitrice verso chi l’aveva messa al mondo, doveva solo rimettere i propri debiti al padre.
Ma quel contatto con l’umanità, anche se indiretto, le aveva fatto percepire una qualità di vita che prima aveva solo lontanamente immaginato. I cestini non raccolgono solo rifiuti, ma sono registri di cose consumate e pensate. Sulle scrivanie c’erano foto di famiglie sorridenti, sugli attaccapanni foulard e giacche con i loro profumi. E ancora cestini che odoravano di avanzi di cibo, odori che avevano acceso la miccia dei suoi sogni. Desiderare cibi diversi dalle misere zuppe che aveva sempre mangiato era diventata un’ossessione, anche se inizialmente non voleva cedere al desiderio di un hamburger o delle noccioline. Il cibo aveva aperto una breccia che, come un effetto domino, aveva travolto ogni suo senso. Vestiti, affetti, risate, sesso: tutto ciò che non aveva ancora conosciuto era diventato motivo di fame, una fame che stava trasformando una ragazzetta invisibile in una fiamma scintillante.
Fu così che un giorno prese quel dannato fucile e si accovacciò in un angolo, aspettando il loro ritorno. Il cuore le batteva forte, ma sorrideva fieramente: finalmente aveva preso una decisione tutta sua, senza ordini imposti. Sentì la porta aprirsi, i passi attraversare le stanze, le luci accendersi. Puntò l’arma e iniziò a sparare, svuotando il caricatore del fucile in un attimo. Fu un momento intensissimo, in cui rimase in piedi a contemplare quegli occhi sorpresi congelati dalla morte. Poi le urla, la confusione, qualcuno la atterrò e la trascinò via con forza. Seguirono altre voci, minacce che la sua vita sarebbe stata una merda e che non avrebbe mai lasciato la prigione. Ma a Dada non importava più, perché aveva capito che, per quanto lo odiasse, suo padre in fondo non aveva tutti i torti. Se a lei e alla sua famiglia non era permessa una vita serena, allora nessuno in quel maledetto ufficio avrebbe più dovuto goderne
Stand by Me è forse, ma non ne sono del tutto convinta, la canzone più celebre contenuta nei libri del Re, e molto probabilmente lo è a causa dell’omonimo film del 1986 di Rob Reiner. Stand by Me è ancora oggi uno dei miei film preferiti, una delle trasposizioni più belle tratte dalla magica penna del Re. Il titolo originale del racconto è ‘Il corpo’ ed è contenuto nel libro ‘Stagioni diverse’, libro che, fra gli altri racconti, contiene ‘Le ali della libertà’ (anche di questo è stata tratta una magnifica pellicola che ha visto le memorabili interpretazioni di Tim Robbins e Morgan Freeman).
Stand by Me/Il corpo è un racconto che parla di amicizia nel delicato periodo in cui l’infanzia lascia il posto all’adolescenza, quella fase della vita in cui l’oro splende in chi ha ancora spazio per il gioco e per sognare un futuro libero da compromessi. Non mi dilungherò oltre sull’avventura di questi ragazzi di Castle Rock; credo che tutti, se non hanno letto il racconto, conoscano il film di Reiner, film in cui troviamo Wil Wheaton, che ricordavamo per Star Wars e che abbiamo rivisto più avanti nell’interpretazione di se stesso in The Big Bang Theory. Corey Feldman, protagonista l’anno precedente in The Goonies, Jerry O’Connell al suo esordio cinematografico, e l’indimenticabile River Phoenix, che, come il personaggio che qui interpretava, non ha avuto esattamente una vita fortunata.
Tornando al brano scritto nel 1961 da Ben E. King, possiamo sicuramente affermare che è diventato un evergreen, una canzone che ha raggiunto la top ten dei singoli più venduti negli Stati Uniti per due volte, nel 1961 e nel 1986, in occasione dell’uscita del film. Una nuova primavera la conobbe anche, grazie all’interpretazione grintosa di John Lennon, nel 1975. Sono moltissime le cover di questo brano, compresa quella in italiano di Adriano Celentano che, tanto per cambiare, è di liberissima interpretazione. Una delle mie preferite è quella del bellissimo progetto Playing for Change.
La canzone è un semplice giro di La minore con un tempo di 12 battute, forse un po’ troppo semplice per alcuni, ma forse proprio per la sua semplicità è una canzone che molti, me compresa, sentono vicina, un po’ come un amico fraterno. Ed è proprio questo senso di fraternità, di chi resta vicino nella buona e nella cattiva sorte, sia per amore che per amicizia (c’è molta differenza fra le due cose?), che ritroviamo nelle parole di questo brano e nella vita, immaginata dal Re, dei quattro ragazzi di Castle Rock.
When the night has come And the land is dark And the moon is the only light we’ll see No, I won’t be afraid Oh, I won’t be afraid Just as long as you stand Stand by me
Come già accennavo nel post “Il corpo giusto“, negli ultimi anni, per fortuna, molte persone stanno promuovendo il concetto di Body positivity. Lo ribadisco per i finti ossessionati dalla salute de’ noantri: non si tratta di pubblicizzare corpi non conformi agli standard, né di incoraggiare nessuno ad ingrassare. Anzi, c’è ancora molta strada da fare per far sì che le persone imparino ad accettare serenamente il proprio corpo, in tutte le sue forme. Uno dei passi fondamentali è quello di vedere le cose per come sono realmente, per rimetterle nella giusta prospettiva e liberarci dal peso più dannoso di tutti: lo stigma.
Uno dei momenti più temuti dell’anno, soprattutto per le donne, è la famigerata prova costume. Mi sono spesso interrogata sulla sua origine, su chi sia stato l’ideatore di questa crudeltà, su quanti soldi generi all’industria della bellezza e, soprattutto, su quanto male abbia causato e continui a causare a molte persone.
È facile dire: “Non importa, andiamo al mare così come siamo e godiamoci l’estate”; sarebbe davvero facile, ma non è così. I giudizi e le offese sono come schiaffi che ci rendono fragili, ci fanno sentire soli e smarriti. Sapete quante volte mi è capitato che perfetti sconosciuti si rivolgessero a me con commenti offensivi sul mio fisico? Ricordo in particolare un episodio in spiaggia: un uomo, passando vicino al mio ombrellone, mi disse: “Ma come fai a essere così grassa?”. A uomini con la stessa corporatura è mai capitato qualcosa di simile? Come pensate che abbia affrontato i giorni successivi in spiaggia? Ma, soprattutto, quanto è terribilmente ingiusto subire tutto questo? Inutile dirvi che non ho mai avuto la forza di reagire agli insulti, neanche al più piccolo dei giudizi, anche se confesso di aver avuto brutti pensieri.
Non sono sola, sono una delle centinaia di milioni di persone a temere il clima di body shaming generato dalla prova costume, che alimenta ansie legate al proprio corpo e può sfociare in disturbi mentali anche molto gravi, per la stupida idea di dover superare una prova per essere degni di godersi l’estate.
Ma da dove comincia tutto questo? Ho la sensazione che tutto questo sia iniziato con la patologizzazione della cellulite che (alert spoler!) una malattia non è. La parola “cellulite” viene usata per la prima volta in Francia nel 1873. Nei primi decenni del Novecento, con la complicità delle riviste femminile, fa il salto dai libri di medicina al linguaggio comune: ecco come una caratteristica celebrata nei dipinti del Seicento è diventata il più odiato degli inestetismi.
Ma questa terribile malattia, di cui molte persone come me non sono ancora morte, veniva celata fino agli anni ’20 del secolo scorso da caste vesti che si usavano come costumi da bagno. Fu proprio nel periodo degli anni ruggenti che si iniziarono a scoprire le braccia e le gambe. La diffusione dei costumi da bagno più sgambati e l’emergere di un ideale di corpo femminile snello e atletico, promosso da riviste e pubblicità, iniziarono a far sorgere l’idea che il corpo debba essere “pronto” per essere esposto sulla spiaggia.
Ergo: induciamo nelle donne, che sono già più fragili, insicurezze sul proprio corpo proponendo modelli di corpo di un certo tipo, spesso irraggiungibili, così da spingerle a spendere più soldi possibili per la loro “bellezza”.
Il cinema e i media successivamente hanno proposto modelli di bellezza di donne, seppur oggi considerate curvy, che comunque non presentavano imperfezioni come cellulite e smagliature. Il miglioramento delle condizioni economiche del dopoguerra ha reso accessibili le vacanze a un maggior numero di persone, aumentando notevolmente la tiratura delle riviste femminili dove venivano rappresentate donne bellissime e dove si proponevano consigli per essere sempre più in forma. Ma è stato nel periodo dell’edonismo reaganiano, gli anni ’80, che avvenne l’esplosione del fitness e dell’aerobica, con figure come Jane Fonda, che spinse ulteriormente l’idea che un corpo tonico e atletico fosse desiderabile. Le campagne pubblicitarie iniziarono a collegare il concetto di salute e fitness alla preparazione per la stagione estiva.
Arriviamo poi ai tempi nostri dove, grazie ai social media, non solo cinema, TV e giornali propongono fisici tonici bellissimi e consigli per ottenerli, ma anche persone comuni, alcuni diventati influencer, propongono ideali estetici e consigli su diete veloci, esercizi last minute e trucchi di bellezza per prepararsi all’estate. Le nuove tecnologie, oggi alla portata di tutti, giocano sull’immagine proponendo, anche grazie ai filtri, figure irreali e volti così trasformati da non presentare neanche la più piccola ruga d’espressione. Fisici con una pelle così liscia da non presentare neanche il più piccolo poro naturale, figuriamoci i peli! E grazie all’intelligenza artificiale, i filtri vengono superati da modelli totalmente irreali.
Seppur superficiale possa sembrare l’argomento della prova costume, questa ha un significativo impatto sociale sull’autostima, che può portare a danni alla salute fisica e mentale.
Come recentemente ascoltato sulla puntata su questo tema de Il podcast “Il corpo giusto“, la prova costume, se ci pensiamo, dovrebbe essere superata dal costume, non dalla persona. È il costume che deve tornare bene addosso ad ogni corpo, non è il corpo che si deve adattare ad un’unica foggia di costume da bagno. Vogliamo ancora essere oggetti in questa società o soggetti unici quali davvero siamo? Comprendo benissimo quanto sia difficile per noi accettare il nostro corpo, ma davvero vogliamo farci schiacciare dalle industrie dell’immagine e soffrire a causa di questo privandoci della gioia di liberarci dai vestiti e godere dei giorni di sole?
So bene che la teoria è una cosa e la pratica è un’altra, ma i passi da fare li dobbiamo fare noi, pensando a ciò che ci piace davvero e non a ciò che la società impone sulla base del niente. Ribellarsi a queste imposizioni assurde è prendersi la libertà di vivere come noi davvero vogliamo. Chi ironizza sui corpi altrui, chi li offende, chi giudica, anche con la solita frase fatta che va da “le spese dello stato per la salute per colpa dei ciccioni”, a “lo dico per il loro bene”, il loro bene non lo vuole affatto, ma è vittima del marketing della bellezza, è ossessionato dall’immagine, è soltanto superficiale.
Promuoviamo una maggiore consapevolezza sui rischi del body shaming. È importante accettare e valorizzare tutti i tipi di corpo. Finalmente, grazie anche alla maggiore disponibilità di vendite online, possiamo trovare abbigliamento da spiaggia di tutte le misure. Possiamo goderci acqua e sole senza preoccuparci di nulla e, soprattutto, di nessuno.
Lo ammetto, l’aspetto fisico è sempre stato un mio cruccio, sarà perché da bambina e donna grassa sono stata vittima di bullismo e questo, insieme a dei commenti poco simpatici sulla mia personalità e relazioni non proprio edificanti, mi ha sempre afflitto. Crescendo, ho sempre sperato che il tempo mi avrebbe risparmiato questi commenti, e invece mi ha regalato anche i commenti sulla vecchiaia.
Ebbene sì, miei piccoli lettori, è capitato a me e a moltissime altre di ricevere osservazioni sulla nostra età, osservazioni che perlopiù non vengono riservate agli uomini. Contro queste negatività lotto da sempre, comprese quelle che io stessa mi infliggevo, poiché una tremenda voce dentro di me mi ha sempre sussurrato, a volte anche gridato, di essere una persona inadatta.
Proprio perché del giudizio ne ho sempre sofferto molto, sono stata fra i primi blogger in Italia a parlare di discriminazione ponderale e della dittatura dei corpi. Ho scritto tante riflessioni e ci ho ironizzato molto spesso tramite i miei mini racconti cinici. Con l’avvento dei social, specie di Instagram e Tik Tok, fortunatamente , adesso osservo schiere di nuove leve di content creator che affrontano questi argomenti con creatività e sana ostinazione. Nonostante i commenti, troppo spesso offensivi, tengono testa e da madre di una ventenne, non posso che essere orgogliosa di queste ragazze.
Una di loro, nei giorni scorsi, aveva fatto un reels in cui chiedeva: “Perché dovrei rifarmi il naso per fare un piacere alla gente?”. La ragazza, che ammetteva di avere un naso che non rientrava nei classici canoni di bellezza (e anche su questo aprirei un capitolo), non intendeva rifarselo perché a lei non interessava rientrare in questi famosi canoni. Io ho pensato subito “guarda ganza questa figliola!”, poi ahimè ho letto i commenti al reels e ho visto molti che, tra un bla bla bla e l’altro, le dicevano “Sì, comunque il naso te lo devi rifare”.
Questo, insieme a diversi input che ho ricevuto in questi giorni, mi ha fatto riflettere e sono andata a zonzo fra i podcast che vi consiglio sul tema, trovando una bellissima lezione di Rossella Ghigi, sul canale Lucy, intitolata “Perché ricorriamo alla chirurgia estetica?“.
Altro podcast che vi consiglio è “Il corpo giusto” di Anna Venere e Martina Pellegrini, in cui, con grazia e profondità, Anna e Martina affrontano varie tematiche come il peso, l’invecchiamento e i giudizi, spesso sparati “a fin di bene” sul corpo, strano a dirsi ma è sempre così, delle donne.
Altro consiglio che ho ricevuto, poiché l’Universo a regola qualcosa da dirmi ce l’ha, è quello di vedere l’inchiesta di Corrado Formigli e Alberto Nerazzini su La 7 “Perfette mai“. Vedetelo perché, oltre alla schiavitù della dittatura della bellezza, c’è un focus sulla sanità italiana di cui non si parla molto, come gli incentivi statali della destra da dedicare alle cliniche estetiche in un’Italia dove un malato di tumore non riesce a fare i follow-up, dove abbiamo ospedali anche attrezzati, ma manca il personale medico, dove in Calabria sono stati chiamati i medici da Cuba in aiuto. Inoltre, nell’inchiesta si parla di DCA (disturbi alimentari) e di come le cure siano poco accessibili perfino ai casi più gravi. Le strutture dove si curano i DCA sono perlopiù private. Lo sapevate?
Fra le tante cose che ronzano nella mia testa c’è: per chi o per cosa vogliamo essere belle? Quanto siamo disposte a pagare in termini di spesa e di tempo? Perché si è patologizzata la bruttezza? Perché si è patolocizzata la cellulite? Perché anche invecchiare, che di grazia è una gran botta di culo, è visto come un fattore negativo?
Oddio, pure io non vorrei sentire questa fottuta attrazione al nucleo centrale terrestre che tira giù il mio mento, il mio culo, le mie braccia e tutto il resto, pure io vorrei avere ancora i miei capelli scuri, le tette sode e la pelle senza rughe, ma ho quasi 56 anni, giovane lo sono stata e adesso sono una donna matura, anche se mi fa un po’ ridere a pensarci.
Pur avendo sofferto molto e pur avendo ancora molte insicurezze sul mio aspetto, la vita mi ha posto spesso al centro dell’attenzione e in qualche modo me la sono dovuta sfangare, nonostante la pancia. Nel tempo ho capito che la bellezza della libertà è cosa ben più grande rispetto ad avere un fisico attraente e che le persone libere sono le più fighe di tutte. Ho deciso di non fare mai più diete, attenzione al cibo sì, ma non ossessione, ho deciso di mandare sempre più spesso a fanculo le voci, interne ed esterne, giudicanti, e ho deciso di seguire la mia piccola vocazione alla libertà.
Sono consapevole che per me è molto più facile rispetto alle ultime generazioni poiché i social amplificano le offese dei commentatori, comprese quelle che “ah mica voglio offendere, ma secondo me dovresti dimagrire” o “è grazie a voi ciccioni che la sanità va a rotoli”, “lo dico per la tua salute”, “Smettetela di ostentare la grassezza, è un messaggio negativo” (come se andare in giro così come siamo equivalga ad uno spot pubblicitario il cui messaggio è “Vi vogliamo tutti chiattoni!”).
Ma a parte il giudicare, c’è una spinta all’apparire in certi standard assurda, le ragazze asiatiche si sottopongono a interventi per avere un aspetto più occidentale, le ragazze occidentali spendono un botto di soldi per avere la pelle come le ragazze coreane. E questo è solo un piccolo esempio. Sia chiaro, io non condanno la chirurgia estetica, i filler, il botox e altri “rimedi”, ma farei una riflessione su quanto queste strategie siano davvero utili alla salute fisica e mentale.
Altra riflessione la farei su quello che noi riteniamo un corpo giusto e su quali siano invece i corpi sbagliati. Io questa riflessione l’ho fatta proprio recentemente e sono arrivata a capire che l’unico corpo sbagliato sia quello che non funziona più: il corpo morto.
Magari nei prossimi giorni scriverò altre cose su questo tema, ma voglio chiudere lasciandomi una delle immagini più belle di me:
Questa foto l’ho fatta ieri, struccata, sudata, vestita non proprio alla moda, ma fiera di aver salito una collina, di essermi immersa nel verde, di essermi sentita libera.
Stand by your man è un brano del 1968 di Tammy Wynette, che conosco essenzialmente nella versione dei Blues Brothers grazie all’omonimo film.
I fratelli Blues e la band lo eseguono nel Bob’s Country bar, locale dove si eseguivano entrambi i generi: il country e il western.
“Stand by Your Man” è una delle canzoni più popolari di sempre e un classico della musica statunitense. Inserita nella classifica delle 500 migliori canzoni della storia stilata dalla rivista Rolling Stone, occupa anche il primo posto nella classifica delle migliori canzoni country di sempre.
Il brano, scritto in terza persona, tratta dell’amore tra un uomo e una donna e trasmette il messaggio che, nonostante le difficoltà, è importante rimanere accanto al proprio uomo (in inglese, appunto, Stand by your man).
Al nostro Re il brano pare piacere molto, o perlomeno, forse per la sua diffusione popolare, ha pensato bene di inserirlo in ben due libri: “La zona morta” del 1979 e il racconto “Mr. Harrigan’s Phone” inserito nel libro “If It Bleeds” del 2020. Entrambe le opere le ho conosciute prima attraverso i film da cui sono tratte, ed entrambi i film hanno come protagonisti due attori che amo molto: Christopher Walken e Donald Sutherland.
“La zona morta” è un film del 1983 ed è uno dei primi film, insieme a “Shining”, che ho visto tratto dalla penna di King. “Mr. Harrigan’s Phone” è del 2022, uno degli ultimi film di Sutherland, e l’ho visto pochi giorni fa su Netflix. Di questo non ho ancora letto il libro e spero quanto prima di recuperare questa mia mancanza. Il film, comunque, merita una visione con birra, patatine e lacrimuccia.
Tornando al brano “Stand by Your Man”, per via del suo testo, non è esattamente in cima alla mia personale classifica di canzoni preferite come donna femminista.
Alle volte è difficile essere una donna Dare tutto l’amore ad un solo uomo Avrai momenti brutti, avrai momenti belli Nel fare cose che non capisci
Ma se tu lo ami lo perdonerai Anche se lui è difficile da capire E se tu lo ami sii orgogliosa di lui Perché dopo tutto non è che un uomo
Stai vicino al tuo uomo, dagli due braccia a cui aggrapparsi E qualche volta infondi calore quando le notti sono fredde e la solitudine grava Stai vicino al tuo uomo e fai vedere al mondo che tu lo ami Continua a dargli tutto l’amore che puoi Stai vicino al tuo uomo
Certamente, è qualcosa che nel difficile compito di essere donna va assolutamente fatta.
A regola, questa smielata canzoncina piaceva e forse piace ancora molto. Invece, a me piace pensare che Stephen King l’abbia voluta inserire nei suoi racconti un po’ per prenderla in giro, e mi piace che la stessa cosa l’abbiano voluta fare i Blues Brothers.
Non sempre canzoni bellissime ispirano altrettanto bei racconti; io, per esempio che mi lascio spesso ispirare da brani fantastici potrei aver scritto strabilianti cagate, ma non è questo il caso. Don’t Fear the Reaper è un gran bel pezzone dei Blue Öyster Cult del 1976 ed è stato la fonte di ispirazione per Stephen King per il suo romanzo “The Stand” (in italiano: “L’ombra dello scorpione”), con parte del testo riportata all’inizio del libro. La canzone dei Blue Öyster Cult è anche la sigla di apertura della miniserie televisiva del 1994 basata sul romanzo. Successivamente, è stata utilizzata come musica dei titoli di coda per il quinto episodio dell’adattamento in miniserie del 2020-21 della CBS.
Don’t fear the reaper è il terzo brano del disco Agents Of Fortune della band newyorkese, disco che è anche il loro maggior successo e che, quasi inevitabilmete, segna il declino del gruppo. Ma veniamo al testo, già il titolo sembra di per sé il titolo di un racconto di Stephen King, perché noi piccoli fan conosciamo bene la fissazione di King per il grano, il granturco e i mietitori, e sì, di questi ne abbiamo fottutamente paura.
“Tutti i nostri momenti sono arrivati Qui, ma ora sono passati Le stagioni non temono il mietitore Né il vento, il sole o la pioggia… possiamo essere come loro Vieni, bambina, non temere il mietitore Bambina, prendi la mia mano, non temere il mietitore Saremo in grado di volare, non temere il mietitore Bambina, sono il tuo uomo”
Scritta dal chitarrista Donald “Buck Dharma” Roeser quando aveva ancora meno di 30 anni, la canzone non sembra essere esattamente un inno alla vita, anzi. I riferimenti al mietitore, a Romeo e Giulietta, e a Orfeo e Euridice, come notato da alcuni all’epoca, potrebbero essere interpretati come un’istigazione al suicidio, ma lo stesso Roeser negò queste intenzioni, affermando semplicemente che con la morte tutti prima o poi dobbiamo fare i conti. Come dargli torto?
È innegabile che nel mondo dell’arte, opere che suscitano paura e senso di morte abbiano il loro fascino; anche io, che ho paura perfino di cadere dagli scalini del bus, preferisco immergermi in note e temi oscuri piuttosto che in “Caramello” di Rocco Hunt, Elettra Lamborghini e Lola Indigo.
Tornando a “L’ombra dello scorpione”, ricordo di averlo letto negli anni ’90 a gran velocità perché, proprio quando avevo iniziato a leggere quel mastodontico volume di 1148 pagine, Italia 1 aveva cominciato a trasmettere la serie televisiva. Riuscii a finire il libro in tempo record, ma Italia 1 interruppe la serie quando mancavano ancora 2 puntate. Ancora li odio per questo.
Molto liberamente ispirato da White sea dei Not my value
“Se la rincorri prima o poi la prendi, o ti fai prendere, è la stessa cosa. Passi veloce da un mondo a un altro, cerchi di avanzare verso un sole bianco che, illuminandola, nasconde la meta. Se la raggiungi ti fai del male, se non la raggiungi ti fai del male.”
Così Marina pensava mentre faceva e disfaceva i suoi castelli mentali, architettati in uno stile fra l’industriale e il gotico, un gran casino insomma. Una delle tante voci dei suoi gargoyle la incitava a cercare, un’altra le diceva di vivere il presente. Poi c’era chi le diceva che il presente è uno schifo, chi invece le consigliava di dormire, drogarsi, bere, staccare. Ma Marina era in gioco e non voleva mollare la presa; voleva arrivare oltre, voleva immergersi dentro quel bianco sole, placare e perché no dissolvere, tutte quelle voci.
“Passo veloce da un mondo a un altro, se sto ferma mi faccio del male e probabilmente mi farò del male se lo raggiungo, se lo raggiungo.”
Un infinito gioco dell’oca senza premi. Avrebbe potuto scegliere il Monopoli e avanzare qualche pretesa d’affitto, e invece niente. “Corri Marina, corri” si diceva mentre si affannava a pulire la casa, sistemarsi un po’ alla meglio per andare al lavoro, prendere il bus e ripetere meccanicamente quelle azioni quotidiane che questo livello terrestre le concedeva, il livello trappola come lei lo chiamava. Sapeva che, se voleva passare oltre, doveva comunque fare buon viso a cattivo gioco; è la vita, la vita che fra tutte non aveva voluto immaginare, ma che si ritrovava.
In occasione della prossima Giornata Internazionale della Donna, avrei voluto scrivere qua di cantautrici. Avevo anche iniziato una piccola ricerca per il mio compito, ma mi sono presto resa conto che il tema poteva risultare ostico. Non perché manchino cantautrici; diciamo che, specialmente nei paesi anglosassoni, figure come Nina Simone, Joni Mitchell, Kate Bush, Annie Lennox, Amy Winehouse, sono riconosciute come talenti e molto probabilmente avranno incontrato meno difficoltà per emergere, rispetto alle cantautrici italiane, sia a livello locale che a livello internazionale. A proposito, potreste citarmi almeno 5 di nomi di cantautrici italiane? Chissà perché è così difficile… Nella mia breve esplorazione del mondo delle autrici nostrane, ho riscontrato non poche difficoltà a trovare nomi che si adattassero alla nostra concezione di cantautorato. Se pensiamo a tempi ancora più remoti, anche nella musica classica ci vengono in mente pochi nomi di donne compositrici, eccezion fatta forse per Maria Anna Mozart. Eppure, nel corso dei secoli, ci sono state compositrici di talento, documentate a partire dal ‘500 fino ai giorni nostri. La storia che abbiamo appreso dai libri e dal contesto sociale in cui viviamo sembra averle volute tenere nascoste, privandoci della gioia di apprezzare i talenti femminili in ogni campo artistico e non solo. Chissà perché… Possiamo però oggi, grazie alla rete e alla condivisione, andare a ricercare e diffondere talenti, godere dei preziosi regali che queste artiste hanno lasciato.
Francesca Caccini, detta la Cecchina (Firenze, 18 settembre 1587 – Lucca o Firenze, dopo il giugno 1641), è stata una compositrice, clavicembalista e soprano italiana. Fu la prima donna a scrivere un’opera e probabilmente la più prolifica compositrice del suo tempo.
Mi sono quindi messa a pensare alla rappresentazione della donna nella canzone italiana. Sempre grazie alle mie ricerche su Google, mi sono imbattuta in due libri: “Donna Canzonata” di Meri Franco-Lao e “Maschilismo Orecchiabile” di Riccardo Burgazzi. Meri Franco-Lao è stata una sperimentatrice, scrittrice, musicista e divulgatrice, ha vinto un premio Tenco per il suo impegno nel diffondere la musica sudamericana. Ha condiviso progetti, passioni e visioni di un futuro possibile con Pablo Neruda, Violetta Parra, Julian Beck, Luigi Nono, Umberto Eco, Pina Bausch, Rafael Alberti, Astor Piazzolla, Chico Buarque, Daniel Viglietti, Ataualpa Yupanqui, Reynaldo Gonzales e Marta Argherich. Ancora una volta, se non fosse stato per le mie ricerche, non avrei saputo nulla di questa importante figura del nostro paese. Nel 1979, Mari Franco-Lao scrisse questa divertente “indagine sconsolata ed esilarante sulla donna nella canzone italiana”, un’antologia buffarda di 80 anni di cattivo gusto e di umorismo involontario. Bene, direte voi miei piccoli lettori, il libro si ferma al 1979 (solo due anni prima era stato abolito il “delitto d’onore”), sono passati 45 anni, le cose sono cambiate, no? Uhm, sì, un po’ sono cambiate, ma non moltissimo. Tant’è che il libro del filologo Riccardo Burgazzi, classe 1988, è del 2021.
Nessuno mi può giudicare La musica pop è invadente, volenti o nolenti, ce la ritroviamo in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi (cit). È musica leggera, anzi leggerissima, e come tale vola ovunque portandosi però, come fanno le spore e il polline, messaggi che sono troppo spesso avvilenti per la donna, messaggi di cui siamo inconsapevoli, ma che ci entrano dentro permeando il nostro sentire comune. Per carità, anche all’uomo che non deve chiedere mai viene dato un carico non lieve, ma è sempre la donna che ne esce decisamente in maniera peggiore. Vorrei quindi aprire con voi un piccolo spiraglio sulla rappresentazione della donna attraverso l’italica canzon.
La donna angelicata Ancor prima prima della storia del pop ci avevano pensato i passati canzonieri a descrivere la donna come non soggetto pensante, ma oggetto etereo di bellezza extraterrena. Margherita di Cocciante poteva mai essere un Margherito? Non so se avete presente il testo, cercherò di riassumerlo in stile AccorciaBro: “In pratica il lui, re dei sottoni, farebbe di tutto per questa mistica creaturina, perfino una convocazione di amanti che vanno a colorare i muri, a creare la Primavera (anche fuori stagione) perché lei ama i colooori e poii salgono sul nel cielo, rubano una stella perché Margherita è buona perché Margherita è bella, perché Margherita è tutto ed è lei “la sua” pazzia, Margherita Margherita Margherita adesso è sua. Tiè!” (tempo risparmiato 4 minuti) Quindi Margherita è sua, altro che senso del possesso che fu prealessandrino! Margherita personalmente mi sta sul culo, perché questa figura così bella e irreale ha accompagnato la mia infanzia, fa parte delle milioni di cose che arrivano e che ti fanno credere ad amori illusori, per niente sani. Margherita ti fa sentire che tu non sarai mai neanche lontanamente vicina a tal figura angelicata, ma per fortuna ci ha sempre pensato Cocciante a smontare il mito dell’uomo premuroso con il suo: “Adesso siediti su quella seggiola, stavolta ascoltami senza interrompere .. Vivere insieme a te è stato inutile, tutto senz’allegria, senza una lacrima … Adesso spogliati, come sai fare tu, ma non non illuderti io non ci casco più Tu mi rimpiangerai Bella senz’anima” Un trattato sull’amore tossico in pratica dove fra le tantissime cose discutibili si evince come la donna, con anima o senza, dev’essere Comunque bella. A proposito di donna angelicata, mi ritorna in mente un angelo caduto in volo:
L’ammaliatrice
Ecco, la donna può essere sia un angelo che un essere diaboloco, specie quando la donna seduce anche uomini sposati. OH MY GOD! Ma ovviamente come si fa a resistere ad una tipa un po’ Circe e un po’ Penelope che ti dice: “Ho sciolto tutti i capelli giù e ho il profumo che mi hai dato tu!” La colpa di un tradimento è storicamente della donna che seduce ed essendo l’uomo cacciatore la preda deve prenderla, specie quando gli viene servita fresca fresca su un banco. Se poi la moglie a casa qualche sospetto lo ha tanto ti dice “Non succederà più che torni alle 3 e mio mi addormento senza te. Eppure lo sai che ho tanto bisogno di amore”. Poeradonna. Ora, a parti invertite, ve lo immaginate un uomo che con voce languida ti dice al telefono “Ho sciolto tutti i capelli giù …” e se poi è calvo?!
Come tu mi vuoi, tanto ti aspetto: La Penelope
Nelle canzoni, ma ahinoi anche nella vita reale, spesso siamo imprigionati in canoni fisici e caratteriali (cit il mio libro mai uscito “1000 e 101 modi per sentirsi inadeguati”). Succede anche in amore, anche se è innaturale: io non sono come tu mi vuoi (ergo, oggetto che piace e dà piacere), ma proprio perché sono così come sono, dovrei piacerti o non piacerti indipendentemente da quello che faccio, da quanto tempo sto ad aspettarti. La Penelope è un tema ricorrente, da Non ho l’età di Cinquettiana memoria con: “Lascia che io viva un amore romantico Nell’attesa che venga quel giorno Ma ora no, non ho l’età” a Laura Pausini: “Non è possibile dividere la vita di noi due Ti prego aspettami amore mio, ma illuderti non so” Insomma, fin dall’adolescenza molte canzoni insegnano che la gentil pulzella è destinata ad aspettar.
La tradita che si fa saggia
Non so se conoscete questa canzone che parla di una donna giovane che prende il posto di una donna più grande nel c… cuore di un uomo. E che fa la donna più matura in questo caso? S’incazza? No, le spiega gli uomini che son tanto fragili da maneggiar con cura, fatti di briciole tenute su a suon di orgoglio e poi che possono essere dolcissimi e, incredibile ma vero, possono pure avere un’anima. Il tradimento nelle canzoni è spesso colpa della donna ammaliatrice, o della donna che invecchia, della dona meno attraente, mentre se un uomo tradisce tradisce a metà e ti dice pure: “Se mi lasci non vale!”. Quindi l’uomo non può essere lasciato, ma nel “malaugurato caso” che accada per sua fortuna arriva sempre un angelo a dirgli: “Comprami“. PS dalla canzone si evince che lui, per usare un eufemismo, tanto affascinate non è.
Lella e le altre vittime
Ci sono tante canzoni che narrano di fatti tremendi condititi da un perverso romanticismo, questa canzone parla di un femminicidio. Ero piccola quando uscì questo disco, questo brano lo sentivamo per radio e per televisione e solo molto più tardi ho capito di cosa parlava e quando l’ho capito ho provato un brivido. Molti brani, anche estremamamente orecchiabili, contengono significati malati, Ti predendo di Raf e un manuale pratico di stalking, come Every breath you take dei Police:
Ogni respiro che prendi Ogni movimento che fai Ogni legame che rompi Ogni passo che fai Io starò a guardarti.
Ogni singolo giorno Ogni parola che dici Ogni gioco che fai Ogni notte che rimani Io starò a guardarti.
Oh non riesci a vedere Che mi appartieni? Quanto soffre il mio povero cuore ad ogni passo che fai.
Una delle canzoni più scioccanti che racconta di un altro femminicidio appartiene ad un autore che amo molto, il brano è Quando c’era il mare di Sergio Endrigo, ancora una volta la violenza viene condita da un malato romanticismo. L’appartenere, l’essere sua, perché ci esprimiamo con questi termini e sentiamo giusto sentirsi cosa altrui? Appare forse meno romantico dire, sto bene con te, stiamo insieme, che io e te siamo una cosa sola? Quanto del nostro sentire in realtà nasconde insicurezze? Quanto ci sentiamo meno completi se non abbiamo un rapporto sentimentale? Ti amo da morire, ma perché essere così estremi? Ti amo fino a che dura ecchezzazzo, un po’ di sano pragmatismo che egoismo non è, ma soprattutto un po’ di amor proprio come c’insegna Loredana Bertè in sono Pazza di me.
Per fortuna ci salva l’ironia e sul bene da morire nel 1964 ci ha amabilmente scherzato il Quartetto Cetra.
Molte canzoni, anche le più popolari, rilasciano messaggi che riletti col senno di poi sono davvero inquietanti.
Cuore matto è uscita un anno prima della mia nascita, è così leggera che può far male: “Un cuore matto, che ti segue ancora E giorno e notte pensa solo a te (STALKING) E non riesco a fargli mai capire Che tu vuoi bene a un altro e non a me (NON ACCETTAZIONE DELLA FINE DI UNA STORIA) Un cuore matto, matto da legare Che crede ancora che tu pensi a me Non è convinto che sei andata via Che m’hai lasciato e non ritornerai (COME SOPRA) Dimmi la verità, la verità (dimmi la verità, la verità) (INSISTENZA) E forse capirà, capirà (e forse capirà, capirà) Perché la verità, tu non l’hai detta mai (COLPEVOLIZZARE CHI HA DECISO DI CHIURE LA STORIA) Un cuore matto, che ti vuole bene E ti perdona tutto quel che fai Ma prima o poi, tu sai che guarirà Lo perderai, così lo perderai” (CERCARE DI FARE LEVA SUI SENSI DI COLPA DELLA EX).
Conclusioni Come diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. “Le parole sono importanti” quindi mi sono ripromessa di fare più caso alle parole delle canzoni italiane di ieri e di oggi. Per fortuna riconosco che oggigiorno ci sono molte giovani autrici che lanciano messaggi di empower girl, la prima che mi viene in mente è Big Mama, se ci fosse stata un’artista come lei nella mia adolescenza mi sarei sentita sicuramente meno complessata. Per fortuna ci evolviamo, anche se pare che con l’avvento della trap pare che la figura della donna non ne esca tanto meglio.
In conclusione c’invito a fare un tuffo nella parte davvero leggera del pop e vi lascio alle sagge parole della stella più brillante di tutte che ci diceva: “Com’è bello far l’amore da trieste in giù L’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu E se ti lascia lo sai che si fa Trovi un altro più bello Che problemi non ha”.
Sullo scenario che fa da sfondo alle strade della nostra città, ci siamo ridotti al ruolo di comparse, personaggi marginali nella pellicola di questo infinito film, dove i protagonisti sono i monumenti, i ristoranti affollati a tutte le ore e i chiassosi studenti americani, eternamente in infradito. I treni ci scaricano al mattino, quasi fossimo un corpo estraneo da rigettare il più velocemente possibile. Andiamo a lavorare e, dopo una lunga giornata, torniamo a casa, una casa lontana dal centro, salendo nuovamente sui treni, dribblando tra i turisti e i loro enormi trolley, quei turisti che si dice portino tanto bene al nostro paese. Ma a noi, che percorriamo chilometri ogni giorno per andare al lavoro, questo turismo ha portato, al momento, solo un aumento delle spese e una separazione, senza ritorno, tra la nostra città e noi, i suoi vecchi abitanti. Non possiamo più permetterci di vivere nei luoghi dove siamo nati e dove lavoriamo. Eppure, appariamo perché le comparse nei film sono indispensabili, fanno massa e sono utili nei lavori di bassa manovalanza. Così ci prostiamo al servizio del turismo: ai turisti non sta bene non incontrare gente locale. Qualcuno dovrà pur portare al loro tavolo le bistecche, il caffè, e poi ripulire i loro alloggi, giusto? Noi, con il nostro piccolo ruolo, aggiungiamo anche un po’ di colore e folklore. Qualche tipico abitante del luogo deve pur fare da sfondo, insieme ai nostri simboli storici, nei loro selfie, no? Poi ci sono quelli che intrattengono i turisti con la musica, e altri squattrinati, plurilaureati in lingue, che li portano in giro. Continuano a ripeterci che il turismo porta soldi. Ma a chi li porta? Alla bottega di Aldo? Ah no, Aldo non c’è più. Al suo posto c’è l’ennesimo negozio in franchising, identico a migliaia di altri sparsi in ogni città del mondo. E Franca, l’artigiana? Anche lei ha dovuto spostarsi, non riusciva più a pagare l’affitto del suo laboratorio. Ma chi, oltre a chi lavora nel turismo, resiste ancora? I ricchi, quelli resistono sempre. Buttano fuori i vecchi inquilini e trasformano le loro case in mini celle per gli ospiti, guadagnando ancora di più affittandole a prezzi esorbitanti. Il turismo, continuano a dirci, è una risorsa. E poi ci sono gli studenti stranieri, e dovrebbe essere un vanto per le nostre città ospitarne così tanti. Così tanti, con i loro bicchieri di plastica sempre pieni di alcolici, un vanto, specialmente quando, ubriachi, tocca a Pietro, durante il suo turno di notte nello studentato, raccoglierli da terra o nei pronto soccorso per riportarli indenni nei loro alloggi. Però il turismo fa bene a tutti. A tutti, anche a noi figli di un ruolo minore, quasi impercettibile, che domani mattina reciteremo nuovamente la parte di lavoratori con uno stipendio sempre più ridotto di fronte alle spese quotidiane sempre più in aumento. Ma mica è colpa dei turisti. Anche io girerei il mondo se solo potessi permettermelo. Ripensandoci, in effetti, un tempo lontano sono stata anch’io una turista. Viaggiavo nei luoghi più poveri e mi sembrava una vera pacchia: con due lire mangiavo e potevo permettermi di alloggiare in alberghi favolosi, servita e riverita. Un sorriso mi assale, pensando che i turisti di oggi, un giorno, diventeranno le comparse nei film delle loro città. Li voglio proprio vedere se saranno bravi come me a dribblare questi stupidi trolley!