Non vedi com’è meraviglioso nuotare in questo abisso?
Lo squalo è sempre lì, vicino alle tue caviglie e tu, come un pagliaccio in un circo inseguito da un leone, nuoti affannata sprecando le ultime riserve d’aria.
Lasciati andare a questo blu profondo, abbi fede.I settimana
Un paradiso, un vero e proprio paradiso terrestre, ma forse dire terrestre non rende l’idea perché qua si ha la sensazione di stare in un altro bellissimo pianeta. Sono avvolta da profumi e colori, prati fioriti, acqua limpida che sorge dalla sorgente, luce dall’azzurro di questo bellissimo cielo, luce emanata da queste bellissime persone in abiti bianchi. Tornare alla natura, tornare alla vera essenza spirituale, abbandonare i sogni materiali per elevarsi sempre più in alto e cominciare anche io a brillare. “And be in time, stay gold,” cantava Stevie Wonder parafrasando la poesia di Robert Frost “Nothing gold can stay” e io fin da giovanissima volevo che il mio oro non svanisse. Una lotta la mia che ho rischiato di perdere in partenza; la vita con me non è stata così generosa, vengo da una famiglia disfunzionale, non ho mai avuto uno straccio di relazione affettiva che potesse avvicinarsi un minimo a una vera e propria storia d’amore, per non parlare della scuola, un disastro. Il mio grande corpo è sempre stato preso di mira e, se da una parte venivo bullizzata dai miei coetanei, dall’altra, alcuni adulti, attratti dalla mia carne, mi molestavano.
Ma non voglio pensare più al mio passato, sono venuta qua per ritrovare la brillantezza che ho sempre saputo di avere. L’inizio mi è sembrato fantastico anche se, lì per lì, ad essere onesta, privarmi del mio cellulare mi ha fatto sentire smarrita. Ma sono qua per rinascere e non posso che affidarmi a Sigfrido Attinasi, il Maestro. Lui, così buono, così saggio, lui con i suoi amorevoli discepoli che mi hanno accolta con quell’affetto che non avevo mai ricevuto. Mi sento la donna più fortunata del mondo ad avere avuto questa opportunità e chi se ne frega se quelli che ritenevo fino a ieri i miei amici e la mia famiglia non hanno visto di buon occhio la mia scelta; loro non sanno chi io sia veramente e ho compreso, grazie agli insegnamenti del Maestro, che in fondo, nessuno tranne le persone che sono qua, mi ha mai voluto veramente bene.
II settimana
Confesso che abituarmi al regime alimentare che qua devo seguire non è così facile. Mi hanno detto che con gli anni ho accumulato troppe sostanze tossiche con il cibo, l’alcol, le medicine con cui mi sono sempre ingozzata credendo assurdamente che mi facessero bene per vivere. Qua le porzioni sono scarse e non c’è molta scelta; anzi, il menu è piuttosto rigido. Ma sento che vale la pena fare lo sforzo per tirare fuori la mia luce e, anche se comincio a sentirmi stanca, so che è normale in questo primo periodo sentire un po’ di sofferenza per la mancanza di cibo e per gli sforzi nel lavoro nei campi che, per quanto faticosi, mi aiutano a essere disciplinata e ad armonizzarmi con la natura. Mi hanno detto che più lavoro duro e più la mia vera essenza si farà strada per lasciare il posto alla vera me.
I giorni qua sono scanditi da ritmi ben precisi: sveglia alle 5, meditazione per accogliere il nuovo giorno, lavoro e poi meditazione per accogliere dentro di noi i frutti della terra, di nuovo lavoro, meditazione della sera, cena insieme al Maestro in cui apprendiamo i suoi preziosi insegnamenti. Poi il ritiro nelle proprie stanze e così di nuovo il giorno dopo. Qualcuno fra i migliori discepoli viene selezionato per “la cura”, una speciale meditazione intima col Maestro che permette un avanzamento di livello ancora più importante. Spero presto di essere scelta anche io fra di loro.
III settimana
La fame e la stanchezza sono le barriere che mi trattengono, impedendomi di elevarmi; mi chiedo se sia solo una sensazione mia, e questo mi fa sentire indegna di appartenere a questo luogo. Certo, ho perso un bel po’ di peso e questo è un bene, ma fatico tantissimo a svegliarmi, a seguire le meditazioni e figuriamoci a lavorare. Ma devo farlo, lo devo alla mia luce che so che vuole emergere e che sta combattendo contro l’oscurità che da sempre, fin dalle vite passate, mi porto appresso. Vorrei tanto confidarmi con qualcuno, ma so che i miei sentimenti rischierebbero d’inquinare questa bella armonia che non voglio assolutamente infrangere. Devo tenere duro, almeno fino a stasera; se sarò fortunata potrò essere scelta per la meditazione speciale di cui ancora non so niente. Spero davvero in questa occasione per passare allo step successivo.
IV settimana
Credevo che sarei stata meglio a questo punto e, soprattutto, non credevo di provare questa sensazione di schifo che mi sento addosso. La meditazione speciale, che ritenevo una benedizione, non l’ho accolta bene; non ho accolto bene le mani e la lingua del Maestro che si sono insinuate in me quando finalmente sono passata allo step successivo. Non ho accolto bene le mani e le lingue delle discepole che percorrevano il mio corpo mentre il Maestro si masturbava. Elevarsi al divino tramite lo scambio della carne, forse non ero ancora pronta; forse non sono così evoluta per queste pratiche e non riesco a gioire sotto i colpi con cui il Maestro mi penetra davanti ai suoi eletti. Sono ancora radicata al mondo in cui sono cresciuta, devo lavorare ancora più duramente per comprendere, per elevarmi. Però stasera non vorrei essere scelta, vorrei solo dormire e non pensare.
V settimana
La fame, la stanchezza, quella sensazione di schifo… che pessima persona che sono io che ho avuto il privilegio di essere qua, accolta e amata con la mente e con il mio corpo. Non riesco a capire, non riesco a fare quel passo avanti che mi permetta finalmente di brillare. Tutte le mistiche del passato si sono elevate grazie alle privazioni; volevo essere io, misera impiegatuccia di periferia, a riuscire senza troppi sforzi ad essere veramente felice? Sono stupida, lo so; sono stupida perché i miei pensieri non si sono purificati. Mi manca la mia mamma, anche se spesso l’ho odiata; mi mancano i miei amici, anche se spesso li ho odiati; mi manca la pizza, mi manca sbronzarmi! Sono una brutta, orribile persona piena di pensieri oscuri e totalmente ingrata per l’opportunità che la vita mi ha offerto. Un’opportunità che sto pagando a caro prezzo perché mica è gratis stare qua; la condivisione del tempo e del denaro è fondamentale per lasciare andare la vecchia me, quella vecchia me che è sempre più incalzante. Dov’è la mia luce? Dov’è il mio oro?
VI settimana
Voglio andarmene, ma dove? Non ho più le forze, non ho più denaro e tutto è troppo troppo lontano. Lontano sono i miei genitori che non posso chiamare perché non posso chiedere di riavere il mio telefono. Lontano è il paese più vicino e non ho assolutamente più la forza di incamminarmi in mezzo a questa bella, terrificante, natura che imprigiona questo centro. Non ho più le forze per oppormi ai riti, per le punizioni che sarei costretta a subire se mi rifiutassi di lavorare. Non ho più neanche la forza di pensare a quella luce che volevo avere e che invece mi ha ingannata. Non ho più la forza per niente e vorrei solo la mia mamma.
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Mi sono ambientato benissimo qua, inutile dirlo: non mi è mai mancato niente, successo, denaro, donne. I miei corsi andavano via come il pane, anche se, di questi tempi in cui le proteine regnano sovrane, il pane non è più così richiesto. Però, un nome me lo sono fatto. Ho investito tanto in questo: nella mia immagine vincente, quella di un uomo che, al giusto prezzo, offre consulenze e formazione ai futuri uomini d’affari. E chi se ne frega se alcuni di loro sono solo ragazzini brufolosi che sognano di sfondare, di avere una bella macchina, di essere considerati, e soprattutto, di avere tanta, tanta, tanta fica.
Basta poco per convincerli. Almeno, fino a qualche tempo fa sembrava così. L’investimento fatto con i video, in cui mi riprendevano elegante mentre rispondevo a un’improvvisata (ma bonazza) intervistatrice, all’inizio sembrava colpire nel segno. Riempivo le mie classi di persone insicure, e infondevo loro ancora più insicurezze, perché dipendessero da me, affidandomi i loro risparmi con la speranza di moltiplicarli come i pani e i pesci. Se non mi stesse sul cazzo quel figlio di Dio, con i suoi abiti da povero fricchettone supporter degli ultimi, potrei dire che un po’ Gesù lo ero anche io. Non tanto per l’amore caritatevole, ma per il discreto giro di discepoli che mi ero creato. Del resto, qui mi ero ambientato benissimo.
Ma qui la velocità è tutto. Rinnovarsi è fondamentale. Trovare nuove strategie, arrivare un attimo prima degli altri. Poi qualche colpo l’ho perso. I miei corsi sono sempre meno affollati, e ho speso troppo in uffici lussuosi e in una vita mondana ripresa costantemente sui social per dare l’impressione di essere sempre al top. Anche le donne costano, e non potevo certo permettermi di investire in puttane di strada, soprattutto se ne avevano l’aspetto. Macchine, orologi – anche se non li ho mai posseduti – hanno raggiunto costi di noleggio elevatissimi. Ma non puoi non apparire, non puoi non investire nella tua immagine, altrimenti verrai sommerso da altri che hanno investito molto più di te.
Mi sembrava di essermi trovato bene qua in questa enorme città affacciata sul Golfo Persico, anche se adesso faccio il lavapiatti per tirare avanti, in attesa di tempi migliori. Gli investimenti in criptovalute si sono rivelati un tremendo flop. Di certo non finirò schiavo come quei poveracci che, come mosche, cadono lavorando nel settore edilizio. Io sono un occidentale, non uno di quei miserabili trattati come merce. Ho il diritto naturale a una vita dignitosa in questa città d’oro.
Lo sfarzo vive qui, il top del top è qui, e anche se i musulmani normalmente mi stanno sul cazzo – specie quelli che attraversano il mare per elemosinare da noi – con questi qua mi ci trovo bene. Loro chiudono un occhio sulle loro usanze tribali riguardo alle donne e agli alcolici, a favore di noi bianchi. Grazie a loro si può sfoggiare una vita brillante. In Italia non avrei mai potuto farlo, e ormai, se non arrivi in questa città, non ti considera più nessuno.
Mi trovavo bene qui, fino a poco tempo fa. I miei video mostravano la mia bella vita e il fatto che chiunque, investendo nei miei corsi, poteva ambire a tanto. Per un periodo tutto è andato alla grande. Adesso? Adesso i miei espedienti forse sono superati, devo trovare qualcos’altro e anche in fretta, perché rischio di non potermi permettere nemmeno un bugigattolo in questa città, che mi guarda sempre più sprezzante dalle sue vetrine e dai suoi locali di un opulente e forse nauseante lusso.
Mi trovavo bene qui, e stavo quasi per dire a Marco, quando mi ha chiamato per invitarmi al suo matrimonio, che non vedevo l’ora di tornare in Italia, che forse questa vita non fa più per me, ma non potevo farmi certo sentire come un fallito. Non è che ho finto che tutto fosse ok, ho solo omesso qualche dettaglio. Tipo che mi sono rimasti giusto giusto i soldi per il volo aereo, e che, non avendo altro, il mio regalo di nozze consisterà in preziosi consigli di investimento per il futuro suo e di sua moglie. -
Manca solo una settimana. Ho aspettato questo giorno per anni, forse da sempre. Fin da piccola, ho sempre sognato di essere io la protagonista. Immagino la mia entrata, la gente che mi dice quanto sono bella, le amiche che sorridono, ma sotto sotto sono erose dall’invidia. Marco è il mezzo per arrivare fin qui. Da mesi, dedico ogni momento libero a questo evento. Ripenso al nostro primo incontro, al fidanzamento e anche al fatto che sto per sposare questo mollaccione. Certo, non è il principe azzurro che avevo sognato, ma è sulla strada giusta per fare carriera, e alla fine è quello che conta. Lo sopporto abbastanza, perché stare da sola sarebbe sicuramente peggio; poi, essere single non è ben visto nel nostro ambiente. A 30 anni ci si deve sposare, questo è il punto, e non capirò mai chi decide di non farlo.
La scelta dell’abito, le partecipazioni, il ristorante, la chiesa: curare ogni dettaglio mi ha richiesto una dedizione immensa. Questo è il nostro momento di gloria, il nostro vero debutto sociale. Quelli che vogliono “una cosa intima con pochi amici” non li ho mai sopportati, secondo me fingono perché sono dei poveracci. La mia lista di invitati è selezionatissima. Ho dovuto tagliare fuori persone imbarazzanti, come mia cugina Angela, che ultimamente si è data a OnlyFans. Che vergogna, specie se qualcuno fra i “signori” ospiti la riconoscesse. Invece, ho tanto insistito che venisse Michel Carniani, un vecchio amico di Marco. Un gran gnocco, molto popolare sul web grazie ai suoi corsi di trading. La preparazione dell’evento ci ha richiesto sacrifici e spese enormi. Mi sono sottoposta a diete da fame per avere un corpo perfetto; fra pochi giorni dovrà essere tutto sublime. Da settimane proviamo acconciatura e trucco con il parrucchiere e l’estetista. E che dire del mio abito da sposa? Strepitoso, raffinato, e si vede da lontano un miglio che è costato una fortuna. Immagino già la meraviglia negli occhi di tutti e il travaso di bile di alcune, al mio ingresso, accompagnata dal quartetto d’archi che suonerà all’inizio e alla fine della cerimonia. La location? Divina! Camerieri in livrea, un’orchestrina jazz durante l’aperitivo a bordo piscina, la filarmonica durante il pranzo, e poi tutti a ballare con la band e il DJ set. E c’è anche la sala giochi per i bambini e quella del liscio per i più anziani, così ce li leviamo tutti dai coglioni. E poi lo champagne, i vini pregiati, il cibo. Immagino le facce degli invitati quando scopriranno che a cucinare sarà lo chef più ricercato del momento. Certo, poi dovrò sopportare di vivere tutta la vita con Marco… Sai che palle, ma ne sarà valsa la pena. Di questo matrimonio ne parleranno tutti per giorni e giorni. E il viaggio di nozze? Finalmente in crociera sulle navi della Sea and Land Convenience, sarò davvero una Wonderful Experience, ricca di privilegi e, soprattutto, di occasioni per scattarci quei selfie che tutti ammireranno. Squilla il telefono. Forse è Marco; non lo sento da ieri sera. Sapevo che era uscito con gli amici dopo la riunione di lavoro. Non l’ho chiamato per chiedergli com’è andata, ma sono sicura che non avrà avuto problemi. E se anche li avrà avuti, pazienza, se la sbrigherà in qualche modo. Io devo concentrarmi unicamente sul matrimonio e fanculo a tutto il resto.o marito, e fanculo a tutto il resto.
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“Sii la versione migliore di te stesso” è quello che mi hanno sempre ripetuto, e io ci credevo. Credevo che, smettendo di essere negativo e iniziando a inseguire i miei sogni, sarei arrivato alla felicità, senza però davvero comprendere cosa fosse.
Ho speso migliaia di euro in corsi, seminari, ritiri con vari guru della mente, della finanza, della nutrizione. Non che mi sia sempre sentito un perdente, anzi, sono stato un bambino relativamente sereno nella provincia in cui sono cresciuto. Figlio di un insegnante delle medie e di un’impiegata del comune, i miei non mi hanno mai fatto mancare niente. Ho sempre avuto buoni rapporti con tutti, ma sapevo che avrei dovuto migliorarmi: avvertivo quella spinta che mi portava a farlo.
È stato quando dal mio paese ho fatto il salto nella *città da bere1 che mi sono sentito un perdente. Questa sensazione ho iniziato a provarla all’università. Non che i miei voti fossero brutti, ma neanche strepitosi, non brillavo per aspetto ed eloquio, non ero adeguato ai modi e al vestire. Non avevo quell’indole rampante necessaria per sfondare, e continuamente mi veniva sottolineato.
Io, che da ragazzo amavo correre all’aperto nei miei campi, in città avevo un po’ tralasciato l’attività fisica, e francamente di avere un fisico prestante prima non me ne fregava un cazzo. Eppure, anche in questo ho dovuto cercare di mettercela tutta: ho iniziato a frequentare palestre, non posti qualsiasi, dovevo frequentare i centri più “in”, perché il business è un obiettivo a cui devi dedicare ogni momento del tuo tempo, anche quello teoricamente libero. Il successo lo devi rincorrere, altro non conta.
Con immensi sacrifici miei e dei miei genitori, sono riuscito a laurearmi e ad avere un aspetto più vicino a quello di un giovane uomo che dava l’impressione di essere sicuro. L’amore mi pareva di averlo trovato: una ragazza come me, che voleva un posto al sole in quella città piena di luci e nebbie.
Una volta laureato, ho iniziato a fare svariati lavori, ma la carriera che desideravo si posizionava sempre più in alto rispetto ai punti che via via guadagnavo. Stage, conferenze, programmi speciali, amici speciali che fra uno spritz e l’altro ti raccontavano dei loro successi, mentre io mi sentivo sempre più al palo. Amici che mi consigliavano di seguire questo o quell’altro leader, perché con gli insegnamenti giusti anche io avrei, come loro, brillato.
E ci ho provato, Cristo se ci ho provato a brillare, e qualche volta mi pareva di esserci anche riuscito. Ai miei, dei miei turbamenti e delle mie ansie, non raccontavo niente: tanto erano fieri di me, che stavo emergendo in quella città così importante. “Sai, Marco – diceva mio padre agli amici – si sta facendo strada, presto avrà una promozione, siamo tanto orgogliosi di lui.” Come facevo a dirgli che dentro stavo morendo. Che ci avevo provato a essere la versione migliore di me stesso, ma che spesso inciampavo, e che l’inadeguatezza, come quella fitta grigia nebbia, stava sempre di più facendosi largo dentro di me.
Avevo provato anche a parlarne alla mia ragazza, ma lei era già su un altro livello. Le avevo chiesto di sposarla e non pensava ad altro che a quel fatidico giorno, quasi come fosse un’ossessione. Perché, cavolo, avevamo quasi trent’anni, e non potevamo comportarci diversamente secondo gli standard imposti in quella vita che avevamo scelto. La migliore versione di me stesso si nutriva di psicofarmaci, perché non avevo il coraggio di mollarla, di mollare il lavoro e di tornare indietro per accontentarmi di una qualsiasi occupazione che mi avesse lasciato il tempo per tornare a correre nei miei campi e per rilassarmi anche solo guardando il cielo.
Ma dovevo essere più performante, me lo dicevano tutti, gli amici e soprattutto al lavoro. Potevo essere pronto per la prossima scelta del tagliatore di teste: avevo accumulato qualche piccolo errore che era stato notato, e se ne avessi fatto un altro mi avrebbero potuto licenziare. E a due passi dal matrimonio, come potevo permettermi di trovarmi senza lavoro?
Più ero insicuro, più spendevo in strategie motivazionali, più corsi seguivo e più mi perdevo. E a poco o a niente mi servivano tutte le strategie con cui tentavo di anestetizzare il mio dolore.
Successe tutto in maniera repentina. Dovevo presiedere a una riunione, mostrare in maniera brillante le nuove strategie di vendita ai nuovi, papabili, importanti clienti, ma la nebbia che mi sembrava di aver ricacciato nell’angolo più nascosto di me prese il sopravvento, e me ne uscii con un eloquio claudicante e confuso.
Inutile dire che fu quello il motivo che diede al mio capo l’occasione di farmi licenziare, con sprezzante soddisfazione di alcuni colleghi che da tempo cercavano di farmi le scarpe.
D’altra parte, non avevo trovato e non riuscivo a trovare la versione migliore di me stesso, e quindi dovevo lasciare il posto a chi invece c’era riuscito. Lasciare il posto non solo in quell’ufficio, ma anche in questo mondo, che ci chiede quanto io non avevo saputo dare.- *termine riferito a Milano dovuto ad uno spot che recitava: “Milano, città da bere”
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Dada prese il fucile, scelto con cura tra quelli da caccia di suo padre. Era il più grande, il più pesante e probabilmente il più difficile da gestire. Ora che avrebbe preso le sue decisioni su ogni aspetto della sua vita, non voleva più essere contraddetta, neanche da sé stessa.
Si sentiva pervasa da una stanchezza micidiale, vicina al punto di arrendersi. Ma talvolta, è proprio nei momenti di crisi più profonda che può apparire un lampo, una scintilla inaspettata che ci dà la forza di riemergere.
Dada era di buon cuore, con uno sguardo tenero, una fisicità tutto fuorché imponente e una voce flebile. La sua essenza non era mai riuscita a imporsi su nulla, fino a quel momento.
Serva tra i servitori, si era sempre sentita condannata a una vita di soprusi, senza la più piccola speranza di conquista. Aveva frequentato la scuola solo perché i suoi genitori erano obbligati a mandarla. Aveva pochi amici, perché diventare amico di un bambino o di una bambina significava affrontare feste di compleanno e regali da comprare. No, non era possibile!
Dada non aveva mai contrastato le rigide direttive del padre, e nemmeno sua madre aveva osato opporsi, nemmeno quando piangeva dopo le urla e le botte.
“La vita è una merda. Dobbiamo farcela solo con le nostre forze, senza indebitarci, senza spendere, senza divertirci, perché se arriva una disgrazia restiamo spiazzati e riprenderci dopo diventa difficile. È meglio abituarci alle restrizioni, vivere con il necessario per sopravvivere, essere pronti ad ogni possibile catastrofe”, queste erano le frasi tipiche pronunciate dalla voce di quell’uomo, duro come la pietra e avvenente come un topo di fogna, che le era capitato come padre.
Fin da piccola aveva conosciuto la fatica del lavoro, senza provare piacere per il cibo, senza sognare vestiti carini, figuriamoci una relazione amorosa. La miseria era stata sua compagna fin dal primo vagito, forse anche già quando viveva nell’utero di sua madre. Scuola, casa, lavoro, casa: suo padre le aveva trovato un impiego come donna delle pulizie negli uffici. Quando arrivava con secchi e scope, non c’era nessuno; quando se ne andava, nessuno era lì. I soldi non li aveva mai visti; era solo un costo per la famiglia. Debitrice verso chi l’aveva messa al mondo, doveva solo rimettere i propri debiti al padre.
Ma quel contatto con l’umanità, anche se indiretto, le aveva fatto percepire una qualità di vita che prima aveva solo lontanamente immaginato. I cestini non raccolgono solo rifiuti, ma sono registri di cose consumate e pensate. Sulle scrivanie c’erano foto di famiglie sorridenti, sugli attaccapanni foulard e giacche con i loro profumi. E ancora cestini che odoravano di avanzi di cibo, odori che avevano acceso la miccia dei suoi sogni. Desiderare cibi diversi dalle misere zuppe che aveva sempre mangiato era diventata un’ossessione, anche se inizialmente non voleva cedere al desiderio di un hamburger o delle noccioline. Il cibo aveva aperto una breccia che, come un effetto domino, aveva travolto ogni suo senso. Vestiti, affetti, risate, sesso: tutto ciò che non aveva ancora conosciuto era diventato motivo di fame, una fame che stava trasformando una ragazzetta invisibile in una fiamma scintillante.
Fu così che un giorno prese quel dannato fucile e si accovacciò in un angolo, aspettando il loro ritorno. Il cuore le batteva forte, ma sorrideva fieramente: finalmente aveva preso una decisione tutta sua, senza ordini imposti. Sentì la porta aprirsi, i passi attraversare le stanze, le luci accendersi. Puntò l’arma e iniziò a sparare, svuotando il caricatore del fucile in un attimo. Fu un momento intensissimo, in cui rimase in piedi a contemplare quegli occhi sorpresi congelati dalla morte. Poi le urla, la confusione, qualcuno la atterrò e la trascinò via con forza. Seguirono altre voci, minacce che la sua vita sarebbe stata una merda e che non avrebbe mai lasciato la prigione. Ma a Dada non importava più, perché aveva capito che, per quanto lo odiasse, suo padre in fondo non aveva tutti i torti. Se a lei e alla sua famiglia non era permessa una vita serena, allora nessuno in quel maledetto ufficio avrebbe più dovuto goderne
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Le canzoni del Re – III parte
Stand by Me è forse, ma non ne sono del tutto convinta, la canzone più celebre contenuta nei libri del Re, e molto probabilmente lo è a causa dell’omonimo film del 1986 di Rob Reiner. Stand by Me è ancora oggi uno dei miei film preferiti, una delle trasposizioni più belle tratte dalla magica penna del Re. Il titolo originale del racconto è ‘Il corpo’ ed è contenuto nel libro ‘Stagioni diverse’, libro che, fra gli altri racconti, contiene ‘Le ali della libertà’ (anche di questo è stata tratta una magnifica pellicola che ha visto le memorabili interpretazioni di Tim Robbins e Morgan Freeman).
Stand by Me/Il corpo è un racconto che parla di amicizia nel delicato periodo in cui l’infanzia lascia il posto all’adolescenza, quella fase della vita in cui l’oro splende in chi ha ancora spazio per il gioco e per sognare un futuro libero da compromessi. Non mi dilungherò oltre sull’avventura di questi ragazzi di Castle Rock; credo che tutti, se non hanno letto il racconto, conoscano il film di Reiner, film in cui troviamo Wil Wheaton, che ricordavamo per Star Wars e che abbiamo rivisto più avanti nell’interpretazione di se stesso in The Big Bang Theory. Corey Feldman, protagonista l’anno precedente in The Goonies, Jerry O’Connell al suo esordio cinematografico, e l’indimenticabile River Phoenix, che, come il personaggio che qui interpretava, non ha avuto esattamente una vita fortunata.
Tornando al brano scritto nel 1961 da Ben E. King, possiamo sicuramente affermare che è diventato un evergreen, una canzone che ha raggiunto la top ten dei singoli più venduti negli Stati Uniti per due volte, nel 1961 e nel 1986, in occasione dell’uscita del film. Una nuova primavera la conobbe anche, grazie all’interpretazione grintosa di John Lennon, nel 1975. Sono moltissime le cover di questo brano, compresa quella in italiano di Adriano Celentano che, tanto per cambiare, è di liberissima interpretazione. Una delle mie preferite è quella del bellissimo progetto Playing for Change.
La canzone è un semplice giro di La minore con un tempo di 12 battute, forse un po’ troppo semplice per alcuni, ma forse proprio per la sua semplicità è una canzone che molti, me compresa, sentono vicina, un po’ come un amico fraterno. Ed è proprio questo senso di fraternità, di chi resta vicino nella buona e nella cattiva sorte, sia per amore che per amicizia (c’è molta differenza fra le due cose?), che ritroviamo nelle parole di questo brano e nella vita, immaginata dal Re, dei quattro ragazzi di Castle Rock.
When the night has come
And the land is dark
And the moon is the only light we’ll see
No, I won’t be afraid
Oh, I won’t be afraid
Just as long as you stand
Stand by me -
Come già accennavo nel post “Il corpo giusto“, negli ultimi anni, per fortuna, molte persone stanno promuovendo il concetto di Body positivity. Lo ribadisco per i finti ossessionati dalla salute de’ noantri: non si tratta di pubblicizzare corpi non conformi agli standard, né di incoraggiare nessuno ad ingrassare. Anzi, c’è ancora molta strada da fare per far sì che le persone imparino ad accettare serenamente il proprio corpo, in tutte le sue forme. Uno dei passi fondamentali è quello di vedere le cose per come sono realmente, per rimetterle nella giusta prospettiva e liberarci dal peso più dannoso di tutti: lo stigma.
Sta arrivando l’estate … pauraaaa!!!
Uno dei momenti più temuti dell’anno, soprattutto per le donne, è la famigerata prova costume. Mi sono spesso interrogata sulla sua origine, su chi sia stato l’ideatore di questa crudeltà, su quanti soldi generi all’industria della bellezza e, soprattutto, su quanto male abbia causato e continui a causare a molte persone.È facile dire: “Non importa, andiamo al mare così come siamo e godiamoci l’estate”; sarebbe davvero facile, ma non è così. I giudizi e le offese sono come schiaffi che ci rendono fragili, ci fanno sentire soli e smarriti. Sapete quante volte mi è capitato che perfetti sconosciuti si rivolgessero a me con commenti offensivi sul mio fisico? Ricordo in particolare un episodio in spiaggia: un uomo, passando vicino al mio ombrellone, mi disse: “Ma come fai a essere così grassa?”. A uomini con la stessa corporatura è mai capitato qualcosa di simile? Come pensate che abbia affrontato i giorni successivi in spiaggia? Ma, soprattutto, quanto è terribilmente ingiusto subire tutto questo? Inutile dirvi che non ho mai avuto la forza di reagire agli insulti, neanche al più piccolo dei giudizi, anche se confesso di aver avuto brutti pensieri.

Non sono sola, sono una delle centinaia di milioni di persone a temere il clima di body shaming generato dalla prova costume, che alimenta ansie legate al proprio corpo e può sfociare in disturbi mentali anche molto gravi, per la stupida idea di dover superare una prova per essere degni di godersi l’estate.
Ma da dove comincia tutto questo? Ho la sensazione che tutto questo sia iniziato con la patologizzazione della cellulite che (alert spoler!) una malattia non è.
La parola “cellulite” viene usata per la prima volta in Francia nel 1873. Nei primi decenni del Novecento, con la complicità delle riviste femminile, fa il salto dai libri di medicina al linguaggio comune: ecco come una caratteristica celebrata nei dipinti del Seicento è diventata il più odiato degli inestetismi.
Ma questa terribile malattia, di cui molte persone come me non sono ancora morte, veniva celata fino agli anni ’20 del secolo scorso da caste vesti che si usavano come costumi da bagno. Fu proprio nel periodo degli anni ruggenti che si iniziarono a scoprire le braccia e le gambe. La diffusione dei costumi da bagno più sgambati e l’emergere di un ideale di corpo femminile snello e atletico, promosso da riviste e pubblicità, iniziarono a far sorgere l’idea che il corpo debba essere “pronto” per essere esposto sulla spiaggia.
Ergo: induciamo nelle donne, che sono già più fragili, insicurezze sul proprio corpo proponendo modelli di corpo di un certo tipo, spesso irraggiungibili, così da spingerle a spendere più soldi possibili per la loro “bellezza”.

Il cinema e i media successivamente hanno proposto modelli di bellezza di donne, seppur oggi considerate curvy, che comunque non presentavano imperfezioni come cellulite e smagliature. Il miglioramento delle condizioni economiche del dopoguerra ha reso accessibili le vacanze a un maggior numero di persone, aumentando notevolmente la tiratura delle riviste femminili dove venivano rappresentate donne bellissime e dove si proponevano consigli per essere sempre più in forma. Ma è stato nel periodo dell’edonismo reaganiano, gli anni ’80, che avvenne l’esplosione del fitness e dell’aerobica, con figure come Jane Fonda, che spinse ulteriormente l’idea che un corpo tonico e atletico fosse desiderabile. Le campagne pubblicitarie iniziarono a collegare il concetto di salute e fitness alla preparazione per la stagione estiva.
Arriviamo poi ai tempi nostri dove, grazie ai social media, non solo cinema, TV e giornali propongono fisici tonici bellissimi e consigli per ottenerli, ma anche persone comuni, alcuni diventati influencer, propongono ideali estetici e consigli su diete veloci, esercizi last minute e trucchi di bellezza per prepararsi all’estate. Le nuove tecnologie, oggi alla portata di tutti, giocano sull’immagine proponendo, anche grazie ai filtri, figure irreali e volti così trasformati da non presentare neanche la più piccola ruga d’espressione. Fisici con una pelle così liscia da non presentare neanche il più piccolo poro naturale, figuriamoci i peli! E grazie all’intelligenza artificiale, i filtri vengono superati da modelli totalmente irreali.
Seppur superficiale possa sembrare l’argomento della prova costume, questa ha un significativo impatto sociale sull’autostima, che può portare a danni alla salute fisica e mentale.
L’intelligenza artificiale crea l’uomo e la donna più belli del mondo (secondo lei)
Come recentemente ascoltato sulla puntata su questo tema de Il podcast “Il corpo giusto“, la prova costume, se ci pensiamo, dovrebbe essere superata dal costume, non dalla persona. È il costume che deve tornare bene addosso ad ogni corpo, non è il corpo che si deve adattare ad un’unica foggia di costume da bagno. Vogliamo ancora essere oggetti in questa società o soggetti unici quali davvero siamo? Comprendo benissimo quanto sia difficile per noi accettare il nostro corpo, ma davvero vogliamo farci schiacciare dalle industrie dell’immagine e soffrire a causa di questo privandoci della gioia di liberarci dai vestiti e godere dei giorni di sole?
So bene che la teoria è una cosa e la pratica è un’altra, ma i passi da fare li dobbiamo fare noi, pensando a ciò che ci piace davvero e non a ciò che la società impone sulla base del niente. Ribellarsi a queste imposizioni assurde è prendersi la libertà di vivere come noi davvero vogliamo. Chi ironizza sui corpi altrui, chi li offende, chi giudica, anche con la solita frase fatta che va da “le spese dello stato per la salute per colpa dei ciccioni”, a “lo dico per il loro bene”, il loro bene non lo vuole affatto, ma è vittima del marketing della bellezza, è ossessionato dall’immagine, è soltanto superficiale.

Promuoviamo una maggiore consapevolezza sui rischi del body shaming. È importante accettare e valorizzare tutti i tipi di corpo. Finalmente, grazie anche alla maggiore disponibilità di vendite online, possiamo trovare abbigliamento da spiaggia di tutte le misure. Possiamo goderci acqua e sole senza preoccuparci di nulla e, soprattutto, di nessuno.
Alla prossima.
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Lo ammetto, l’aspetto fisico è sempre stato un mio cruccio, sarà perché da bambina e donna grassa sono stata vittima di bullismo e questo, insieme a dei commenti poco simpatici sulla mia personalità e relazioni non proprio edificanti, mi ha sempre afflitto. Crescendo, ho sempre sperato che il tempo mi avrebbe risparmiato questi commenti, e invece mi ha regalato anche i commenti sulla vecchiaia.
Ebbene sì, miei piccoli lettori, è capitato a me e a moltissime altre di ricevere osservazioni sulla nostra età, osservazioni che perlopiù non vengono riservate agli uomini. Contro queste negatività lotto da sempre, comprese quelle che io stessa mi infliggevo, poiché una tremenda voce dentro di me mi ha sempre sussurrato, a volte anche gridato, di essere una persona inadatta.
Proprio perché del giudizio ne ho sempre sofferto molto, sono stata fra i primi blogger in Italia a parlare di discriminazione ponderale e della dittatura dei corpi. Ho scritto tante riflessioni e ci ho ironizzato molto spesso tramite i miei mini racconti cinici. Con l’avvento dei social, specie di Instagram e Tik Tok, fortunatamente , adesso osservo schiere di nuove leve di content creator che affrontano questi argomenti con creatività e sana ostinazione. Nonostante i commenti, troppo spesso offensivi, tengono testa e da madre di una ventenne, non posso che essere orgogliosa di queste ragazze.
Una di loro, nei giorni scorsi, aveva fatto un reels in cui chiedeva: “Perché dovrei rifarmi il naso per fare un piacere alla gente?”. La ragazza, che ammetteva di avere un naso che non rientrava nei classici canoni di bellezza (e anche su questo aprirei un capitolo), non intendeva rifarselo perché a lei non interessava rientrare in questi famosi canoni. Io ho pensato subito “guarda ganza questa figliola!”, poi ahimè ho letto i commenti al reels e ho visto molti che, tra un bla bla bla e l’altro, le dicevano “Sì, comunque il naso te lo devi rifare”.
Questo, insieme a diversi input che ho ricevuto in questi giorni, mi ha fatto riflettere e sono andata a zonzo fra i podcast che vi consiglio sul tema, trovando una bellissima lezione di Rossella Ghigi, sul canale Lucy, intitolata “Perché ricorriamo alla chirurgia estetica?“.
Altro podcast che vi consiglio è “Il corpo giusto” di Anna Venere e Martina Pellegrini, in cui, con grazia e profondità, Anna e Martina affrontano varie tematiche come il peso, l’invecchiamento e i giudizi, spesso sparati “a fin di bene” sul corpo, strano a dirsi ma è sempre così, delle donne.
Altro consiglio che ho ricevuto, poiché l’Universo a regola qualcosa da dirmi ce l’ha, è quello di vedere l’inchiesta di Corrado Formigli e Alberto Nerazzini su La 7 “Perfette mai“. Vedetelo perché, oltre alla schiavitù della dittatura della bellezza, c’è un focus sulla sanità italiana di cui non si parla molto, come gli incentivi statali della destra da dedicare alle cliniche estetiche in un’Italia dove un malato di tumore non riesce a fare i follow-up, dove abbiamo ospedali anche attrezzati, ma manca il personale medico, dove in Calabria sono stati chiamati i medici da Cuba in aiuto.
Inoltre, nell’inchiesta si parla di DCA (disturbi alimentari) e di come le cure siano poco accessibili perfino ai casi più gravi. Le strutture dove si curano i DCA sono perlopiù private.
Lo sapevate?Fra le tante cose che ronzano nella mia testa c’è: per chi o per cosa vogliamo essere belle? Quanto siamo disposte a pagare in termini di spesa e di tempo? Perché si è patologizzata la bruttezza? Perché si è patolocizzata la cellulite? Perché anche invecchiare, che di grazia è una gran botta di culo, è visto come un fattore negativo?
Oddio, pure io non vorrei sentire questa fottuta attrazione al nucleo centrale terrestre che tira giù il mio mento, il mio culo, le mie braccia e tutto il resto, pure io vorrei avere ancora i miei capelli scuri, le tette sode e la pelle senza rughe, ma ho quasi 56 anni, giovane lo sono stata e adesso sono una donna matura, anche se mi fa un po’ ridere a pensarci.
Pur avendo sofferto molto e pur avendo ancora molte insicurezze sul mio aspetto, la vita mi ha posto spesso al centro dell’attenzione e in qualche modo me la sono dovuta sfangare, nonostante la pancia. Nel tempo ho capito che la bellezza della libertà è cosa ben più grande rispetto ad avere un fisico attraente e che le persone libere sono le più fighe di tutte. Ho deciso di non fare mai più diete, attenzione al cibo sì, ma non ossessione, ho deciso di mandare sempre più spesso a fanculo le voci, interne ed esterne, giudicanti, e ho deciso di seguire la mia piccola vocazione alla libertà.
Sono consapevole che per me è molto più facile rispetto alle ultime generazioni poiché i social amplificano le offese dei commentatori, comprese quelle che “ah mica voglio offendere, ma secondo me dovresti dimagrire” o “è grazie a voi ciccioni che la sanità va a rotoli”, “lo dico per la tua salute”, “Smettetela di ostentare la grassezza, è un messaggio negativo” (come se andare in giro così come siamo equivalga ad uno spot pubblicitario il cui messaggio è “Vi vogliamo tutti chiattoni!”).
Ma a parte il giudicare, c’è una spinta all’apparire in certi standard assurda, le ragazze asiatiche si sottopongono a interventi per avere un aspetto più occidentale, le ragazze occidentali spendono un botto di soldi per avere la pelle come le ragazze coreane. E questo è solo un piccolo esempio. Sia chiaro, io non condanno la chirurgia estetica, i filler, il botox e altri “rimedi”, ma farei una riflessione su quanto queste strategie siano davvero utili alla salute fisica e mentale.
Altra riflessione la farei su quello che noi riteniamo un corpo giusto e su quali siano invece i corpi sbagliati. Io questa riflessione l’ho fatta proprio recentemente e sono arrivata a capire che l’unico corpo sbagliato sia quello che non funziona più: il corpo morto.
Magari nei prossimi giorni scriverò altre cose su questo tema, ma voglio chiudere lasciandomi una delle immagini più belle di me:

Questa foto l’ho fatta ieri, struccata, sudata, vestita non proprio alla moda, ma fiera di aver salito una collina, di essermi immersa nel verde, di essermi sentita libera.
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Stand by your man è un brano del 1968 di Tammy Wynette, che conosco essenzialmente nella versione dei Blues Brothers grazie all’omonimo film.
I fratelli Blues e la band lo eseguono nel Bob’s Country bar, locale dove si eseguivano entrambi i generi: il country e il western. “Stand by Your Man” è una delle canzoni più popolari di sempre e un classico della musica statunitense. Inserita nella classifica delle 500 migliori canzoni della storia stilata dalla rivista Rolling Stone, occupa anche il primo posto nella classifica delle migliori canzoni country di sempre.
Il brano, scritto in terza persona, tratta dell’amore tra un uomo e una donna e trasmette il messaggio che, nonostante le difficoltà, è importante rimanere accanto al proprio uomo (in inglese, appunto, Stand by your man).
Al nostro Re il brano pare piacere molto, o perlomeno, forse per la sua diffusione popolare, ha pensato bene di inserirlo in ben due libri: “La zona morta” del 1979 e il racconto “Mr. Harrigan’s Phone” inserito nel libro “If It Bleeds” del 2020. Entrambe le opere le ho conosciute prima attraverso i film da cui sono tratte, ed entrambi i film hanno come protagonisti due attori che amo molto: Christopher Walken e Donald Sutherland.
“La zona morta” è un film del 1983 ed è uno dei primi film, insieme a “Shining”, che ho visto tratto dalla penna di King. “Mr. Harrigan’s Phone” è del 2022, uno degli ultimi film di Sutherland, e l’ho visto pochi giorni fa su Netflix. Di questo non ho ancora letto il libro e spero quanto prima di recuperare questa mia mancanza. Il film, comunque, merita una visione con birra, patatine e lacrimuccia.
Tornando al brano “Stand by Your Man”, per via del suo testo, non è esattamente in cima alla mia personale classifica di canzoni preferite come donna femminista.
Alle volte è difficile essere una donna
Dare tutto l’amore ad un solo uomo
Avrai momenti brutti, avrai momenti belli
Nel fare cose che non capisciMa se tu lo ami lo perdonerai
Anche se lui è difficile da capire
E se tu lo ami sii orgogliosa di lui
Perché dopo tutto non è che un uomoDiciamocelo, è un brano da sottoni. È una delle tantissime canzoni che giustifica le eventuali mascalzonate del partner, poiché lui, dopo tutto, non è che un uomo (e noi chi siamo, dei termosifoni?).
Stai vicino al tuo uomo, dagli due braccia a cui aggrapparsi
E qualche volta infondi calore quando le notti sono fredde e la solitudine grava
Stai vicino al tuo uomo e fai vedere al mondo che tu lo ami
Continua a dargli tutto l’amore che puoi
Stai vicino al tuo uomoCertamente, è qualcosa che nel difficile compito di essere donna va assolutamente fatta.
A regola, questa smielata canzoncina piaceva e forse piace ancora molto. Invece, a me piace pensare che Stephen King l’abbia voluta inserire nei suoi racconti un po’ per prenderla in giro, e mi piace che la stessa cosa l’abbiano voluta fare i Blues Brothers.
Alla prossima.
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Le canzoni del Re – I parte
Non sempre canzoni bellissime ispirano altrettanto bei racconti; io, per esempio che mi lascio spesso ispirare da brani fantastici potrei aver scritto strabilianti cagate, ma non è questo il caso.
Don’t Fear the Reaper è un gran bel pezzone dei Blue Öyster Cult del 1976 ed è stato la fonte di ispirazione per Stephen King per il suo romanzo “The Stand” (in italiano: “L’ombra dello scorpione”), con parte del testo riportata all’inizio del libro. La canzone dei Blue Öyster Cult è anche la sigla di apertura della miniserie televisiva del 1994 basata sul romanzo. Successivamente, è stata utilizzata come musica dei titoli di coda per il quinto episodio dell’adattamento in miniserie del 2020-21 della CBS.Don’t fear the reaper è il terzo brano del disco Agents Of Fortune della band newyorkese, disco che è anche il loro maggior successo e che, quasi inevitabilmete, segna il declino del gruppo.
Ma veniamo al testo, già il titolo sembra di per sé il titolo di un racconto di Stephen King, perché noi piccoli fan conosciamo bene la fissazione di King per il grano, il granturco e i mietitori, e sì, di questi ne abbiamo fottutamente paura.“Tutti i nostri momenti sono arrivati
Qui, ma ora sono passati
Le stagioni non temono il mietitore
Né il vento, il sole o la pioggia… possiamo essere come loro
Vieni, bambina, non temere il mietitore
Bambina, prendi la mia mano, non temere il mietitore
Saremo in grado di volare, non temere il mietitore
Bambina, sono il tuo uomo”Scritta dal chitarrista Donald “Buck Dharma” Roeser quando aveva ancora meno di 30 anni, la canzone non sembra essere esattamente un inno alla vita, anzi. I riferimenti al mietitore, a Romeo e Giulietta, e a Orfeo e Euridice, come notato da alcuni all’epoca, potrebbero essere interpretati come un’istigazione al suicidio, ma lo stesso Roeser negò queste intenzioni, affermando semplicemente che con la morte tutti prima o poi dobbiamo fare i conti. Come dargli torto?
È innegabile che nel mondo dell’arte, opere che suscitano paura e senso di morte abbiano il loro fascino; anche io, che ho paura perfino di cadere dagli scalini del bus, preferisco immergermi in note e temi oscuri piuttosto che in “Caramello” di Rocco Hunt, Elettra Lamborghini e Lola Indigo.

Tornando a “L’ombra dello scorpione”, ricordo di averlo letto negli anni ’90 a gran velocità perché, proprio quando avevo iniziato a leggere quel mastodontico volume di 1148 pagine, Italia 1 aveva cominciato a trasmettere la serie televisiva. Riuscii a finire il libro in tempo record, ma Italia 1 interruppe la serie quando mancavano ancora 2 puntate. Ancora li odio per questo.

