delle colombe e del fiore

e come l’aria gira gira,  neanche te ne accorgi,  ma la respiri

Quanto miele c’era sulle sue labbra? Non saprei dirvelo ma ne ero attratta come un’ape è attratta dal polline, come un assetato  è attratto dall’acqua fresca di un ruscello di montagna. Era bello,  ma forse neanche più di tanto,  ma per lo era e poi c’erano le sue labbra. Vi ho già detto che aveva delle labbra bellissime? I suoi baci, Dio mio com’erano i suoi baci …  se ci penso ne ho ancora sete.

Non so se fosse estate, ma ricordo che era caldo e che il tramonto si era appena manifestato con tutta la sua rossa bellezza. Ero sola, me ne stavo tornando a casa da una delle mie passeggiate quando incrociai il suo sguardo e lo salutai. Lo vedevo spesso qua nei dintorni e a dire il vero non era la prima volta  che mi ritrovavo ad arrossire al suo sguardo, ormai erano anni che funzionava così: ci guardavamo, io arrossivo, poi  abbozzavo un sorriso e ci salutavamo, niente di più. Qualcuno potrebbe pensare che ci comportavamo come due adolescenti un po’ imbranati, ma quando gli anni si accumulano non si è più avvezzi a questo tipo d’incontri “reali” e poi ci sono mogli, mariti, vita di paese e rogne che si vorrebbero evitare, per cui un sorriso e un saluto non possono essere considerati compromettenti e in ogni caso sono pur sempre un segno di cordialità, giusto?  Non conoscevo il suo nome, ma sapevo che era straniero, dove abitava e che ci cercavamo da tempo. Quella sera anche lui era solo, sembrava che nel paese non ci fosse nessuno e  il sorriso che ci scambiammo fu più lungo del solito, come se il tempo si fosse dilatato e ci avesse fatto entrare in un’altra dimensione tutta nostra. So di sicuro di avergli detto qualche  bischerata per togliermi dall’imbarazzo causato dalla mia timidezza, bischerata che però aveva sortito l’effetto di farmi diventare ancora più rossa cosa che, dopo qualche secondo di panico, ci fece scoppiare in una fragorosa risata. Non mi stancavo di guardarlo nei suo grandi occhi verdi e poi c’era la sua bocca così invitante  e il mio cuore che batteva così forte che temevo che anche lui lo potesse sentire.  Come accadde non saprei dirvi esattamente, ma una sana incoscienza prese il sopravvento e mi ritrovai a chiedergli se avesse voluto fare un giro con me lungo il fiume. La sera era chiara, s’intravedevano alcune lucciole che danzavano nei campi e si percepiva l’arrivo di un’aria sempre più fresca. Arrivammo in uno spiazzo, lui mi prese per mano e ci ritrovammo a baciarci, le sue labbra … Dio com’erano dolci più del miele le sue labbra. Gli tolsi la camicia e la mia bocca si ritrovò a percorrere il suo collo, le sue spalle, il suo petto e le mie mani cominciarono a perlustrare il suo corpo per conoscerlo nei minimi particolari. La sua bocca morbida e forte sulla mia, la sua lingua e poi le sue labbra sui miei seni, le sue mani e poi di muovo la sua lingua che si faceva strada fra le mie gambe. L’eccitazione ci rendeva impermeabili al buon senso che ci avrebbe indicato che fare l’amore in un luogo aperto poteva non essere un comportamento molto saggio, ma quel buco temporale dov’eravamo rifiniti sembrava essere isolato dal mondo reale.  La sete di entrambi, il voler dare e ricevere piacere, il suo sesso a contatto con la mia bocca, il suo sguardo estasiato in cui si rifletteva la luce della luna e poi l’averlo dentro e dopo ancora il sentirlo gemere e il mio sentirmi sfinita e appagata come mai mi ero sentita.
Inutile dirvi che fu bellissimo, talmente bello che entrambi, senza neanche dircelo, decidemmo d’inglobare quella sera dentro la sfera dei ricordi per non inquinarla con la quotidianità delle nostre piccole mestizie. Dopo un po’ di tempo si trasferì e non ricordo neanche più il suo nome, né  dove fosse andato a vivere, ma le sue labbra … Dio com’erano le sue labbra, più dolci del miele. Vi ho già detto che aveva una bocca bellissima?

 

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