Negli ultimi giorni non è passata inosservata la polemica che ha visto protagoniste le parole che Michele Mari ha condiviso, in forma privata, sul pulmino insieme ad altri candidati del Premio Strega e che ha poi riportato Teresa Ciabatti. Mari avrebbe riferito che Michela Murgia era intransigente e violenta perché era brutta e che sfogava così la sua rabbia; poi avrebbe aggiunto che «con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza», fino alla battuta da giudizio universale: «tutte le donne insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose».
Ergo: sei brutta, non trombi: sei acida.
Al di là del fatto che sia lecito o meno rendere pubblica una conversazione in uno spazio privato, questo sembra ciò che pensa un uomo di letteratura.
Questo pensiero è purtroppo comune in tutte le classi sociali, come dimostra il fatto che lo si ritrovi anche in quelle frequentate da fini intellettuali.
Berlusconi — circondato dal suo harem pagato come simbolo di potere e successo — ci ha fatto un’era politica intera. Quando si riferiva alla Merkel, cancelliera di Germania, come a una “culona inchiavabile”. Rendeva esplicito il suo pensiero: donne che devono stare al servizio, possibilmente sessuale. Questo il metro. Questo il pensiero. E per quanto ci piaccia credere che sia finito sottoterra con lui, basta aprire i social cinque minuti per capire che gode di ottima salute.
Un pensiero che ci vede tutti coinvolti. Ci sono schiere di donne che pensano sia fondamentale essere trombabili e che tutte lo dovremmo essere. E non parlo del piacere di piacere e di piacersi. Cercare di modellare il proprio corpo non è una colpa; cercare di farlo poiché tutto si riduce a questo trito pensiero è invece triste.
Preciso: non sono contraria al sesso, per carità. È un ambito che ho allegramente frequentato, ma mi piace pensare a questo gioco ludico come a un piacere da condividere, senza dover dimostrare da parte di nessuno di essere all’altezza o non esserlo.
Dai tempi del caro tupè estinto viviamo oggi in una società instagrammabile. Apparire è di fondamentale importanza e per apparire intendiamo forever young, come cantavano gli Alphaville, e in forma, come cantava Olivia Newton-John. Se vieni bene in foto, sei una persona di un certo valore, anche se ci sarà comunque sempre qualcuno, spesso qualcuna, a criticare.
La società dell’immagine non è una novità, ma con i social media ha raggiunto vette che fanno girare la testa. Prima c’erano le modelle sulle riviste — irraggiungibili per la maggior parte di noi, certo, ma almeno erano persone reali, anche se ritoccate. Adesso, con l’intelligenza artificiale, siamo passati dai filtri alla costruzione di persone totalmente irreali. I modelli che ci vengono proposti sono immagini di persone che non esistono. Corpi generati da un algoritmo, visi perfetti costruiti pixel per pixel, proporzioni che nessun essere umano ha né avrà mai. Così levigati, così perfetti, così trombabili.
E noi ci confrontiamo con questi fantasmi digitali. Ci misuriamo con qualcosa che non ha mai camminato su questa terra, che non ha mai sofferto per il ciclo, per un lutto, per un ragù venuto male.
Modifichiamo corpi sani per un ideale che non esiste perché poi potremmo davvero diventare trombabili.

Ho avuto la fortuna di conoscere donne di scienza, persone che lavorano per il bene comune, e mi sono chiesta se questo giudizio lo devono sentire anche loro.
Marie Curie. Due volte Premio Nobel — fisica e chimica. Madre della radioattività. Era trombabile? Poniamoci il problema.
Rosalind Franklin. Chimica e cristallografa, è stata lei a produrre la Fotografia 51 — l’immagine a raggi X del DNA che ha permesso di capirne la struttura a doppia elica. Watson e Crick pubblicarono il modello nel 1953 basandosi anche su quei dati, ma Franklin non fu citata né menzionata. Quando Watson e Crick vinsero il Nobel nel 1962, nessuno dei due la nominò nel discorso di accettazione. Franklin era morta quattro anni prima, a 37 anni, di cancro alle ovaie — probabilmente causato dall’esposizione ai raggi X con cui lavorava ogni giorno. Il Nobel non si assegna postumo. Ma non era questo il problema. Piuttosto: era trombabile? Questo è ciò che ci chiediamo?
Artemisia Gentileschi. Pittrice del Seicento, potente, straordinaria. Ignorata per secoli dagli storici dell’arte, prima donna ammessa all’Accademia fiorentina, amica di Galileo Galilei. Stuprata a diciassette anni dal suo maestro, portata in tribunale dove fu torturata per “verificare la verità” della sua denuncia. Il suo carnefice fu esiliato — e tornò a Roma l’anno dopo grazie alle amicizie giuste. Sul suo conto circolarono maldicenze di ogni tipo: rapporti incestuosi col padre, amanti, condotta disdicevole. Per forza: di una donna cosa volete che si dicesse anche all’epoca? Le sue opere sono agli Uffizi, al Metropolitan, alla National Gallery. Ma per secoli la storia dell’arte l’ha ignorata. Forse perché non era poi tanto trombabile? Questo era il nodo.
Davvero mi chiedo se il metro è quello: la dottoressa X, la professoressa Y. Trombabile o non trombabile? Perché se non lo è, vai a farti curare da un altro. La sua ricerca su quel gene potrebbe cambiare qualcosa per l’umanità — sì, ma lei è trombabile?
Ho scorso poco fa i social. Su Instagram una ragazza racconta che corre spesso da sola su una strada di campagna e di quanto spesso si ritrovi auto con alla guida uomini che rallentano per osservarla meglio. Questo, giustamente, le crea paura, disagio. I commenti, fra quelli meno feroci? «Fra qualche anno rimpiangerai che nessuno ti guardi più».
Mettetevi nei panni suoi, maschietti. Soli, in mezzo al nulla, una persona fisicamente più grande che si accosta lentamente. Nessun altro in giro. Come vi sentireste?
Io sono stata una ragazza procace — ho sentito sguardi e anche mani sugli autobus, per strada, gente che mi toccava senza chiedere. Oggi sono fortunatamente vecchia e non lo rimpiango affatto. Mi girano le scatole però perché ho una figlia, temo per lei, per tutte le ragazze, per le bambine.
Ma l’essere vecchia non preserva. A parte l’essere ormai non considerata trombabile, per sminuire, come sempre, il valore di una donna si usa spesso dirle: «Vai a girare il sugo». Perché argomentare è difficile, quindi: trombabile, non trombabile, sugo. Altro che Sesso e Samba. Sesso e, se non ne sei più degna: cucina e zitta!
La donna deve essere a servizio: della casa, della famiglia o del sesso altrui. Se nel sesso però osa chiedere lei, è una puttana. Se invecchia e smette di essere “disponibile”, deve rimestare il suo. Se è acida, è perché non chiava.
E questo vale anche per i sedicenti intellettuali. Anche per chi divulga cultura. Se la cultura si misura in chiavabile o inchiavabile, siamo a terra.
Ma da quanto è così?

La psicologa e primatologa statunitense Sarah Blaffer Hrdy racconta che gli ominidi adottarono uno stile di vita improntato alla condivisione e all’altruismo, in cui la cura paterna era normale — non l’eccezione. Ridimensiona una serie di luoghi comuni sull’infanticidio nei primati, sulla fluidità sessuale, sulla presunta posizione marginale del padre. La famiglia allargata non è un’invenzione moderna: risale alla storia dell’uomo. I cuori nella capanna erano sicuramente più di due, oltre a quelli dei figli. Piccoli cosmi dove ci si sosteneva a vicenda.
Poi è arrivata la rivoluzione neolitica. Il passaggio all’agricoltura fece aumentare la popolazione e le società si organizzarono in forme agricole e pastorali. Nelle prime si mantenne una relativa parità tra uomini e donne. Nelle seconde si affermò una predominanza maschile sempre più marcata, con la donna considerata — spesso letteralmente — una proprietà. La figura femminile passò così dall’essere associata alla Madre Terra e alla fertilità a ricoprire ruoli sempre più subalterni, plasmati dall’evoluzione economica e culturale delle comunità umane.
E siamo arrivati qui. Ancora a lottare per la parità di genere. Ancora a essere giudicate su una sola cosa.
E siamo arrivati qui: a giudicare Michela Murgia acida perché brutta.
I Bonobo ci guardano e scuotono la testa.
W i Bonobo!

Lascia un commento