Intrusa

Intrusa

Mi trovo in questo campeggio. Le cicale non smettono di gracchiare. Non ricordo bene perché emettano questo suono, ma so che non è un canto, è disperazione.
La disperazione è comune, tanto in questo caldo, in questa estate terribilmente calda, l’estate meno calda che ci aspetta da qui al futuro, se non cambiamo un po’ le nostre abitudini — ma non proprio le nostre, che facciamo la differenziata, quelle dei burattinai che stanno in alto a muovere i fili.
Mi trovo per caso in questo campeggio. I campeggi si somigliano un po’ tutti, e tutti somigliano ai villaggi turistici: qua ci si deve divertire per forza.
Sono di fronte a un campo di calcetto, c’è una piscina, è tutto attrezzato, potresti sopravvivere qui per sempre. Ci sono migliaia di persone, ma mi hanno subito riconosciuta come un’intrusa.
Allora, per non sembrare una che sbafa a ufo, mi sono recata al bar, dove ho consumato la mia bevuta tra insetti, voci chiassose e musica di merda. Meglio le cicale… Avevo ordinato un succo di frutta senza zucchero. Avevo cercato cose sane da mangiare, ma nemmeno l’ombra: tutti i prodotti molto confezionati, che sembravano lì da tempo. Tra l’altro molto cari, quindi poco appetibili per le mie papille gustative e il mio portafoglio. Mi sono spostata su una panchina a vedere, a pensare.


Qua si divertono. Forse perché i bambini si sentono liberi di scorrazzare. Qua sono capitata perché c’è un parco avventura, e a mia nipote avevamo promesso di portarla. Altrimenti non sarei venuta in questa parte della Maremma, che non è la mia preferita: la mia è la maremma più selvaggia. Amo le zone più wild, dove i cinghiali ti passano davanti e sei tu l’intrusa. Il cinghiale, da quelle parti, regna sovrano.


Le cicale continuano a fare questo suono intermittente e, data l’ora — che ormai il pomeriggio sta virando verso la sera —, gli insetti stanno bacchettando sul mio corpo, già irritato dal sole del mattino.
Essere un’intrusa, che sensazione: è quasi come se rubassi spazio agli altri. Eppure il parco avventura l’ha pagato mia sorella.
Vedo bambini giocare, gente passeggiare, di tutte le nazioni, e mi viene da pensare a quello che è successo a Ceuta. Questa ondata migratoria di cinquanta-sessantamila persone respinte, con tutto il risvolto politico che ne è seguito — soprattutto dal nostro paese, che ha deciso velocemente di chiudere i confini con la Spagna. Come se queste persone, dall’exclave spagnola in Marocco, si riversassero su di noi per rubarci spazio. Sono loro gli intrusi che vengono a invadere le nostre tranquille vite in località balneari? Sono loro gli intrusi che ci porteranno via questi bungalow? Sono loro gli intrusi i cui bambini potrebbero giocare in questi campetti artificiali, forse anche insieme a questi bambini paganti? E quanto stanno pagando loro?
Le cicale continuano a fare questo suono irritante, ma povere cicale, almeno loro sono libere.

Sessanta persone sono morte in questa azione preordinata, in questa azione sconsiderata — non so nemmeno come definirla. In questa azione in cui persone hanno pensato di muoversi, hanno pensato che forse una vita migliore fosse possibile.


Io, qua, non ci voglio stare.

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