Non è mai abbastanza forte questa musica. Vorrei esserne stordita, assorbita completamente e poi risputata fuori con violenza.

Brucia ancora che prima o poi ritornerò …


Com’ero ieri? Come sono oggi?
Sono meno bella. Il mio corpo è sempre più attratto dal nucleo centrale di questa palla chiamata Terra.
Venticinque anni fa avevo la bellezza inconsapevole della gioventù. Avevo talento, ma non ci credevo fino in fondo. Ero un’entusiasta che viaggiava spesso sul confine tra la gioia e la depressione. E credevo che un mondo migliore fosse ancora possibile.
Oggi?
Di me mi piacciono i capelli grigi. Sono lucidi, morbidi. Un bel segno del tempo che m’illudo di portare con una certa eleganza. Sono ancora un’entusiasta. La depressione si presenta sempre più di rado. Faccio sport — cosa che da giovane non facevo. Ah, giusto: ho una figlia di ventidue anni. Che sbadata.
Lotto con meno ingenuità. Ma non voglio smettere di pensare che, cazzo, un mondo migliore, più giusto, debba essere preteso oggi più che mai da chi conserva un minimo di umanità.
Il 2001 fu un anno orribile. Più volte mi sentii spezzata.
Con la morte di mio padre persi la bussola. E non l’ho mai più ritrovata.
Con Genova persi definitivamente la fiducia nelle istituzioni. Non che prima ne avessi molta, ma quegli atti infami — la macelleria messicana della Diaz, la morte di Carlo Giuliani, la sospensione deliberata dello Stato di diritto — ideati da fascisti in abiti nuovi dello Stato ed eseguiti da appartenenti alle forze dell’ordine, hanno segnato una ferita che ha attraversato un’intera generazione, dentro e fuori dai cortei.
Poi arrivò l’11 settembre. Le guerre c’erano sempre state, certo. Ma ormai vivevamo in un mondo in cui anche l’informazione era diventata globale. E ci siamo lasciati raccontare la favola delle armi di distruzione di massa, con Bush, Blair e Colin Powell che agitava una provetta davanti al mondo.


E allora, in questi venticinque anni, come sono cambiata?
Sono soltanto più vecchia.
E molto più incazzata.

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