Quella sera partimmo sulla vecchia Ritmo di Freddie, eravamo in quattro pieni di alcol, fumo e della nostra inarrestabile sfrontata vitalità. Suonavamo i nostri blues nelle strade impolverate dei quartieri malfamati delle città del nord ovest, spesso quello che mettevamo insieme non era sufficiente per sfamarci e dovevamo attingere alla nostra fantasia per tirare avanti. Tim era il più vecchio fra noi e Dio sa quanto era bello, impossibile non innamorarsi dei suoi occhi blu perfettamente accordati sul suo corpo asciutto. Io l’amavo, almeno credevo di amarlo e lui mi usava come usava tutte le donne per scroccare un po’ di cibo, un letto e una doccia. Donato suonava la chitarra che sembrava il gemello di B.B. King, eppure aveva una pelle talmente bianca da sembrare quasi trasparente e un buffo accento lucano. Freddie amava Buscaglione, quando sorrideva sembrava un film americano con tanto di luccichio fra i denti frutto di un’eredità di una vecchia zia dilapidata per quel brillante incastonato nel canino. Eravamo proprio un bel quartetto, io perennemente senza voce, gli altri con gli strumenti perennemente scordati. Decidemmo di partire un po’ per spirito di avventura e molto per noia. Ero la cocca del gruppo quando dovevamo contrattare una serata in un locale, il miglior amico dell’uomo quando Donato si lamentava dei suoi falliti amori, una mamma quando Freddie aveva attacchi di saudade e una troia quando Tim aveva voglia di scopare. Ero la girl della band, in qualche modo il centro focale di un piccolo gruppo di disgraziati che si credevano artisti e pensavano di essere eternamente giovani. Dovevamo esibirci nel locale di un vecchio porco che si trovava a due ore di distanza dal Motel malfamato dove alloggiavamo. Gli scarafaggi avevano certamente dormito meglio di noi e forse eravamo ancora troppo cotti per metterci in macchina inoltre non riuscivamo a trovare un cazzo di caffè in quel cazzo di paese di merda. Sarà che la sera prima avevamo fumato l’impossibile, sarà che ero stanca per aver soddisfatto così tante volte Tim, sarà che Freddie e Donato si erano scolati il mondo ma nessuno di noi era veramente lucido per guidare e credo che i poliziotti su quella volante se ne fossero accorti subito. Quando ci fermarono ridevano come pazzi, un po’ meno quando poi ci fecero scendere e ci presero i documenti. Ci portarono dentro, eravamo impauriti, ci aspettavamo di tutto ma per fortuna ci capitò un giudice parente di Tim che ci sparò solo una ramanzina dicendoci: “ Avete tutti superato l’ottantina da un pezzo, cribbio! Nonno dico a te, ma quando vi passerà la voglia di far cazzate ancora in giro per il paese?”
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Credo ci sia la teoria del complotto dietro la teoria del complotto. Siamo spiati, ogni nostra mossa, ogni nostro respiro sono monitorizzati. I Grigi sono in mezzo a noi e numerose forme con vaghe sembianze umane ci perseguitano Non possiamo strare tranquilli al telefono con il nostro amante o con il nostro pusher di fiducia, né flirtare liberamente in DM su Twitter o in chat su facebook, neppure scaccolarci con noncuranza in ascensore. Telecamere, cimici, scarafoni digitali e altre diavolerie riprendono e rigistrano ogni nostra parola, ogni nostro gesto compresi quelli che siamo abituati a fare abitualmente in webcam per quella che noi ritenevamo una platea riservata. I cerchi nella testa e quelli nel grano, il digitale terrestre che non funziona MAI, le scie chimiche e quelle di Lapo, il NWO e Hannah Montana, il gruppo Bilderberg e la bocca della Santanché che urla sul ponte di comando di Zack e Cody, il culo di Ruby nel mondo di Patty, Tesla, i campi magnetici e Campi Bisenzio, gli Annunaki, Briatore a bordo dei Vimana Millionaire e la gamma di espressioni (due: triste/felice) di Barbara D’Urso. Sono anni che ci penso, sono anni che imbottisco di supposte con microchip i piccioni di Santa Maria Novella per lo scambio d’informazioni utili a capire come sfuggire a questa schiavitù del controllo. Molti piccioni sono morti inutilmente, molti altri adesso voglio ancora più supposte, ma tutto questo è stato un inutile spreco di energie. Mi sono messa a sentire tutti i dischi dei Beatles all’incontrario e anche quelli di Al Bano, ma non ho ricavato niente a parte l’idea che la felicità sta nel rotolarsi in un campo di fragole infinite con un panino e non con il bicchiere di vino che altrimenti si rovescerebbe. Ho speso anni per capire chi siano in realtà coloro che tengono i fili del pianeta, finalmente stamani ho avuto l’illuminazione: ho riconosciuto il marchio nello spazzolino da denti, in una scatola in camera, nei fazzoletti di carta, nello zaino di mia figlia. Immediatamente ho collegato … nella stragrande maggioranza degli oggetti in casa ho riconosciuto quella inquietante impronta. Sono corsa fuori e mi sono sentita perseguitata da quella immagine. Milioni e milioni di persone ne sono schiavi … come ho fatto a non rendermene conto prima? Ora so che è lei che ci guarda, ci comanda e ci domina. Ormai credo sia tardi, sono più di 35 anni che è entrata subdolamente nelle teste dei più deboli e si è impossessata di tutto, credo sia impossibile liberarsene a questo punto.
Questa storia Ha dell’incredibile e spero solo che riusciate a dEcifrare questo mio uLtimo criptico e sibilLino messaggiO, proprio adesso mentre mi mangio un Kiwi. ChI avrà la capaciTà di deTerminare la soluzione saprà da chi dovrà guardarsi con attenzione d’ora in avanti.
Cordialmente vostra, SabrY

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Ruby vestiva di rosso il martedì, rosso il cappotto, rosso il rossetto, rosse le calze, rosse le sue guance. Il martedì era così, era il giorno rosso ed era felice quando il lunedì sera, preparava i suoi vestiti e li appoggiava con cura sulla sedia vicino al letto. Si svegliava all’alba per vedere il rosso ancora attaccato ai palazzi ed il sole entrare trionfante nelle strade più strette. Sorrideva al nuovo giorno poi montava in sella alla sua vecchia bici e sfrecciava per i vicoli per sentire l’odore del pane appena sfornato e delle brioches calde. Amava andare al mercato e comprava solo cose rosse, pomodori, mele, arance, rape, l’insalata no perché era verde e verde era il venerdì. Metteva tutto nel cestino e si fermava nel parco a mangiare una mela vicino alla vasca dei pesci rossi. Fu li che la trovarono senza vita, colpita da non si cosa con indosso solo il suo sangue rosso rubino.
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Fragile vola ormai persa nel vento,
ora che la sua trasformazione era all’apice,adesso che il rosso, il giallo e l’oro si sostituiscono al verde.L’aria è cambiata e la terra accoglie le sorelle cadute dall’alto,chi le ammirava ora le calpesta con noncuranza.Nuova acqua, nuova luce più pigra, meno prepotente.Le vigne sono state denudate e la stessa sorte toccherà agli uliveti.L’aria diventa fumo uscendo dalla mia bocca,il cielo muta velocemente.Piove ancora in queste giornate di foglie cadutecome le mie speranze …Cazzo uscisse un po’ di sole s’andrebbe a funghi! -
La Carmen è una simpatica opera lirica in quattro quadri scritta da quel buon uomo di George Bizet nella seconda metà del 19° secolo. La prima rappresentazione non se la filarono in molti, non per nulla Bizet morì tre mesi dopo la Prima, alla faccia di chi non crede alla Legge di Murphy. Scritta in francese è ambientata a Siviglia e vede come protagonista una gran gnocca, acclude anche una sperticata ode al fumo (uh yeah!) ed ha una overture, che resusciterebbe anche i morti e i presidenti della Repubblica. La storia ha note scabrose degne delle migliori copertine di Cronaca Vera o dei maggiori quotidiani di questi tempi. C’è un caporale Don Josè che si dice innamorato di una pissera tale Micaela sua sorella adottiva, nel frattempo però con nonchalance adocchia con un suo commilitone le belle sigaraie. Carmen, uscendo dalla fabbrica di sigarette, nota ‘sto tipo e comincia a cantargli la celebre Habanera in cui dice. alludendo sottilmente, che l’amore è un uccello ribelle che non si può domare. Detto questo getta un fiore a Don Josè gira i’ culo e va via. Lui rimane li per li basito da tanta audacia e mentre e li che ce sta a fa’ du pensieretti arriva quella pissera di Micaela e cominciano un a tiritera sul fatto che lei gli ha portato una lettera della madre è tutto un parle moi de ma mère, parle moi de ma mère! che non finisce più. Per fortuna Micaela va via ma succede un casino in fabbrica, dicono che Carmen abbia accoltellato qualcuno, Josè arresta Carmen che avendo annusato il tonno gli dice: “Gnamo Ciccio, voglio andare a Siviglia per bere camomilla e ballar la seghediglia” (vi giuro che a parte il “Gnamo Cicco” le parole son proprio queste). Insomma incanta Don Josè con du’ moine facendogli intendere una sua certa disponibilità, gli da uno strattone scappa e raggiunge l’osteria del suo amico Lillas Pastia. L’osteria vede un bordello di gente, un gran casino e io dubito che sul serio bevessero camomilla anche se a quei tempi circolavano meno sostanze sbalorditive rispetto ai giorni nostri. Ad un certo arriva trionfante quel gran pezzo d’omo di Escamillo, con un orchestra da paura canta la canzone del toreador per far colpo sull’habanera ma ormai il pisserume è dilagante tant’è che Carmen confessa alle squinzie delle sue amiche che si Escamillo è notevole ma che preferisce Don Josè e da femme fatale si trasforma in femme zerbin’.
A questo punto voglio aprire una postilla (ma si aprono le postille?), insomma voglio dire che la Carmen è per voci da mezzo soprano o contralto come la mia, Micaela è per le comuni voci pissere dei sopranini, Josè è un tenore come tanti mentre Escamillo è un fior fior di bass baritono e anche questo fa la sua differenza.
Praticamente per seguire Carmen Don Josè diventa disertore ma siccome è una palla d’omo fa sempre du’ coglioni grossi come case per via della gelosia che prova verso Escamillo. Il II e il III atto dell’opera sono una palla micidiale ma non è garbato alzarsi durante lo spettacolo a teatro e poi ognuno ha i suoi gusti. La coppia vive momenti di tensione, vagano con gli zingari fra le montagne e vengono raggiunti da Micaela che cercava Don Josè per avvertirlo che la madre è in punto di morte. Lui, siccome era imbecille forte, giura vendetta a Carmen.
Una volta tornato cerca Carmen che a ‘sto punto dice che col cavolo vuole riprendere una relazione con lui, che preferisce Escamillo allora il cretino l’ammazza e vissero tutti infelici e scontenti.
Non ci posso fare nulla il finale è proprio questo e l’unica morale che vedo è sempre quella: fai merenda con Girella. Ma non fanno più le Girelle di una volta, a me sembra che la qualità cioccolatosa si sia notevolmente ridotta come le dimensioni di questa mitica merendina, ma ne parleremo più avanti.
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« S’i’ fosse fica, ardere’ il mondo;
con la patonza, lo circolerei;
s’i’ fosse bona, i’ lo piglierei;
s’i’ fosse Miss, me farei lo biondo;s’i’ fosse gnocca, seresti allor giocondo,
ché li villani imbrigarei;
s’i’ fosse ‘na Top, sa’ che farei?
a tutti esporrei lo culo tondo.S’i’ fosse sveglia, andarei da mi padre;
s’i’ fosse tosta, ruberei da lui:
similemente faria come mi’ madre,S’i’ fosse Sabrarola, com’i’ sono e fui,
ammirerei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui. » -
Valentina indossava il suo particolare sorriso anche nei momenti meno opportuni, lei aveva il sole dentro e non poteva fare a meno di farlo brillare con la sua bocca ed i suoi occhi. Se ne andava in giro con quella enorme borsa e quelle strambe scarpe spagnole di un rosso cappuccetto rosso. Sembrava una donna senza tempo, ogni particolare del suo viso dava da pensare ad una creatura di un’imprecisata epoca lontana. Non era particolarmente bella, i suoi capelli erano un po’ stopposi e non era particolarmente aggraziata nel muoversi. Eppure la gente che incrociava non poteva fare a meno di guardarla, di rimanere incantata e rispondere a quel suo strano sorriso. Lei sembrava avvolta dall’eterno entusiasmo di un turista in gita, eppure i suoi giri erano sempre i soliti: lo stesso bar, la stessa colazione, lo stesso giornale, lo stesso monotono lavoro, gli stessi orari di sempre. Si alzava la mattina, si lavava e si vestiva come capitava, salutava e andava via. Riusciva a dare quel minimo di gioia a chiunque si relazionasse con lei, il barista le faceva sempre un cappuccino con il cuore e regalava a lei l’unico sorriso della sua giornata, poi continuava a sbuffare fino alla chiusura del bar. Il giornalaio le passava il giornale immediatamente anche se c’erano altri clienti prima di lei. Al lavoro tutti avevano un debole per Valentina, eppure non era la migliore ma non si poteva fare a meno di volerle bene. L’inverno arrivava avvolta con la sua sciarpa rossa, in estate indossava sempre camicette bianche, ogni suo passo sembrava uno strano balletto, usciva sempre alle 8 e rincasava nell’OPG alle 17. Aveva commesso un delitto, ma quello era successo un’altra vita fa.

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Se di notte voglio amore,
c’è una sola donna
che non me la dà: ManuelaMe la farei nella mia stanza
amo l’abbondanza ma
e non entrai in ManuelaLei non dice grandi parole,
cita Marra e sòle
E’ così ManuelaOcchi grandi come il mare,
tette d’ammirare:
ma non me la dà ManuelaE se vado in parlamento,
io non penso ad altro:
a chi me la dà stasera
Me lo son quasi rifinito
perché solo io capito
le punture efficaci
e l’amore immenso
che non mi dà Manuela(Manuela) (Manuela)
E’ cosi la mia avventura:
a principio, un gioco;
io con l’infermieraAlle fighe solo penso,
non son mai sprovvisto
manca lei ManuelaE se vado in parlamento,
io non penso ad altro:
a chi me la dà stasera
Me lo son quasi rifinito
perché solo io capito
le punture efficaci
e l’amore immenso
che non mi dà Manuela
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E’ notte alta e sono sveglio
sto sempre lì col chiodo fisso
Con la pompetta stavo meglio
sempre a scopar come un coniglio
Tutto il casino fatto per averle
con Tarantini il puttaniere esperto
e adesso che ho il pene io le perdo..Ancora
dottore
ancora
perché io da quella sera
non ho fatto più l’amore senza te
e non mi si rizza niente senza te
anche se incontrassi un andrologo direi:
Non mi fai scopare tanto quanto vorreiE’ notte alta e sono sveglio
con l’infermiera mi rispoglio
mi fa smaniare questa suora
ma prima o poi farò lo sbaglio
Menar il cazzo e venir sotto casa
tirarlo invano con la ragazza stesa
cercar d’entrar nella patonza chiusa chiusa …Ancora
ancora
ancora
perché io da quella sera
non ho fatto più l’amore senza te
e non mi si rizza niente senza teAncora
dottore
ancora
ancora
ancora
ancora
ancora -
Scorre il sudore gradevolmente sul mio corpo
quando percepisco questo senso mio risortoInfiammata osservo con attenzione
il soggetto della mia venerazioneAttraente lo confesso e assurdamente invogliante
è quel che rende adesso la mia natura febbricitanteL’ho fatto diventar duro con le mie eccitate mani
ma mi tratterrò e lo godrò con la bocca solo domaniperché seppur detesto quel che è sempre rimandato
devo aspettar che freddi per gustarlo il salame al cioccolato

