Le persone troppo sicure di sé la facevano sentire ancora più insicura.
Quando queste sottolineavano i loro successi, Antonia ripensava ai propri fallimenti, che poi non è che avesse mai realizzato niente. Insomma, a parte buttare al cesso alcuni suoi talenti, qualcosa di buono l’aveva combinato, o almeno le sembrava le fosse riconosciuta qualche attitudine. Eppure, i sassi negativi del piatto della sua bilancia riuscivano sempre ad avere un fottutissimo peso specifico maggiorato.
Aveva quasi 60 anni, aveva ancora problemi a vedersi allo specchio, non riusciva a comprendere le dimensioni del suo corpo, neanche la pienezza del suo viso. A volte si vedeva accettabile, a volte riusciva addirittura a trovare qualcosa di bello nella sua figura. Gli specchi, però, non la mettevano mai a disagio quanto le foto scattate dagli altri le facevano. Coi selfie più o meno se la cavava, poiché il suo occhio mostrava per lei un po’ più di pietà. Ma quando si vedeva ritratta dall’occhio altrui si affossava ancora di più.
Aveva bisogno di rassicurazioni, di un abbraccio, di qualcuno che non solo le dicesse che non era male, ma che fosse davvero innamorato di lei. Ma forse non lo voleva. Era abituata a stare sola, eccetto brevi relazioni, di cui neanche a distanza di decenni aveva colto i momenti belli. Se l’era sempre cavata da sola, o meglio, su di lei pendeva l’aura della donna forte, inaccessibile, inavvicinabile: un’armatura che si era costruita per non sentirsi mai quella che non era abbastanza.
Too much — troppo, troppo poco.
Debolezza, paura di modificarsi per adeguarsi agli altri, per bisogno di amore, ragione e sentimento, o forse ragione che lotta con la voglia di provare ancora un sentimento.
Voglia, non voglia di rimettersi in discussione, paura, terrore degli altri, ma anche di come lei stessa avrebbe reagito. Quello che le faceva più paura era la sua vulnerabilità. E ci metteva testa, una razionalità così affilata da tranciare spesso il desiderio prima che questo riuscisse a fare capolino in quello che alcuni chiamano cuore.
Se la tua forma è abbondante fin da piccola, il peso da portarsi dietro è molto più quello del giudizio sommario che dei chili di troppo, ed è quasi paradossale che essere grassi equivalga a dire che non si è mai abbastanza per emergere in qualche campo, o addirittura per farsi amare.
Too much — troppo, troppo grande — meglio sparire, passare inosservati, mettere a tacere ogni voce romantica, meglio anche tacere sui pervertiti che l’avevano desiderata solo per il suo corpo, davvero troppo grande per essere preso in considerazione come un involucro normale di chi, dentro, a parte le ossa, i sistemi nervoso e circolatorio, frattaglie varie, ha anche un’anima che chiede di cibarsi di affetto.
In fisica, il peso specifico è quanto una sostanza è densa, quanto pesa a parità di volume — e i materiali più densi sono spesso anche i più preziosi: l’oro, il platino, i diamanti. Nessuno scarta l’oro perché pesa, pensava Antonia.
A quasi 60 anni, a quasi fine del mondo, non sapeva ancora se desiderare o arrendersi. Si era raccontata in passato un sacco di cazzate che lì per lì aveva creduto vere, eppure c’erano dei momenti, ed erano veramente sinceri, in cui amava la contemplazione del suo imperfetto corpo nel mondo. Un corpo che le aveva permesso tutto, anche se a volte era stato faticoso muoverlo. Di questo beneficio era consapevole, e quindi, sempre, quella sua onnipresente razionalità le diceva: «E allora, cosa vuoi di più?»
A volte lo sapeva, spesso non lo sapeva affatto. Passava così i giorni a cercare di capire, a cercare di allentare il rubinetto per lasciare libero il pianto.
E si diceva: ma perché le persone sicure del proprio corpo, del proprio fascino, la rendono così insicura? È così vile da provare invidia? Sono così vile da provare questo brutto sentimento?
Antonia non riusciva a chiedere aiuto. Quando arrivava, però, lo riceveva come un dono inaspettato. Aveva speso soldi per andare in terapia e piangere tutto il tempo, quando avrebbe potuto piangere con un’amica. Tutti abbiamo bisogno di affetto: riconoscerlo non è una debolezza, lasciarsi andare non lo è.
Vivi ancora, Antonia. E abbi il coraggio di spogliarti al mare, se è estate, o ovunque, in ogni stagione: togliti l’armatura. Mettersi in discussione non significa soltanto passare al microscopio le proprie brutture, ma anche darsi altre possibilità. Quindi, la debolezza è davvero debolezza? Pensaci.
Ti voglio bene, Sabrina.

Suzanne Valadon, La chambre bleue (1923)


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