Autore: Sabrina Ancarola

A casa

“Un altro attentato, l’ennesimo della settimana”
“Ma del calcio mercato si sa nulla?”

“Ti sto dicendo che c’è stata un’altra bomba, molti morti e tu mi chiedi del calcio!”
“I morti m’interessano solo se ne sono coinvolto direttamente per il resto un attentato più uno meno che vuoi che sia, siamo più di 7 miliardi su questo pianeta. In  un attentato al massimo ne ammazzano qualche migliaia, sai quante possibilità abbiamo di morire uccisi dai terroristi? Poche te lo dico io, anche se a matematica sono sempre stato una schiappa.”

“Il tuo cinismo a volte mi fa davvero schifo, ma tu immagina il dolore di un genitore per aver perso così un figlio. Immaginati lo smarrimento di un bimbo rimasto solo … io se ci penso sto male.”
“E’ che sei troppo sensibile,  poi guardi tutti quei film che giocano appunto sull’emotività e questo i terroristi lo sanno bene. Piazzano bombe o si lanciano con auto e aerei verso le persone comuni per farti pensare “oh cribbio domani potrebbe accadere a me”. Poi arriva Hollywood che fa uscire dozzine di film sui cattivi e sui buoni, tu esci dal cinema che sei ancora scossa, torni a casa accendi la tv e zac un nuovo attentato. E’ così che funziona l’industria della paura, se sei anche nel periodo del ciclo ti fottono ancor di più. “
“Io mi chiedo a volte perché ti ho sposato …”
“Perché mi ami, ami il mio pragmatismo”
“Ti odio. Io me ne sto qua preoccupata a cercare notizie sulle vittime e tu hai voglia di scherzare.”
“Dai non fare così. Sai che ti amo proprio perché tu sei così dolce, perché ti preoccupi degli altri. 
Dai su dimmi che sta dicendo il tg, quanti morti, quanti feriti?”
“Eh?”
“Ti stavo chiedendo dell’attentato”
“M’importa una sega dell’attentato adesso, è cominciato Alta infedeltà su Real Time e non mi rompere i coglioni eh! Lo sai quanto mi piace.”

Ponti non muri – Lo sport, un ponte per la Palestina

Lo sport e l’arte sono mezzi che possono creare legami di amicizia perché parlano ad una parte profonda dell’umanità.  Lo sport è stato lo strumento che molti campioni hanno utilizzato per uscire dalla loro condizione iniziale di povertà ed è con questa premessa che l’Associazione Ponti non muri  ci presenta il suo progetto “Lo sport,Un Ponte per la Palestina”:
“Lo sport ha assunto sempre più importanza nel sistema delle Nazioni Unite, in virtù del contributo che esso può dare al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione mondiale: riguarda la partecipazione, l’inclusione, la cittadinanza; unisce gli individui e le comunità; dai campi per i rifugiati alle zone di guerra, alle periferie violente delle città, lo sport può migliorare la vita quotidiana delle persone vulnerabili e bisognose. Lo sport ha anche un ruolo sociale: è grande potenziale per contribuire ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Esso aiuta a contenere l’aumento della spesa sanitaria e la sicurezza sociale migliorando la salute e la produttività della popolazione, garantendo una migliore qualità della vita nella vecchiaia e abbattendo le barriere sociali. Fondamentale è il ruolo dello sport nell’istruzione e formazione. Migliorare la salute attraverso lo sport è determinante nella società moderna. Lo sport è una parte indispensabile di qualsiasi approccio alle politiche pubbliche mirate a migliorare l’attività fisica.”

L’Associazione Ponti non Muri ha come obiettivo quello far conoscere la drammatica situazione che si vive in Palestina, terra sotto occupazione da più di sessant’anni, raccontando quanto realmente succede al popolo palestinese e organizzando manifestazioni culturali, informative e di raccolta fondi per sostenere l’orfanotrofio La Crèche di Betlemme (città che in cui si vive come in un carcere a cielo aperto, circondata da un muro alto fino a 8 metri e lungo 750 chilometri) e sostenendo l’unica squadra mista di atletica leggera della Palestina a Gerico “Shabab Ariha”.

Lo sport in Palestina La Palestina ha un cuore pulsante che, nonostante tutto, resiste e combatte. La povertà nelle periferie delle città più importanti è incredibile: mette quasi i brividi solo il pensiero di dover abitare in ‘lamieropoli’, in luoghi senza acqua corrente e senza elettricità, sfruttando un bestiame rachitico per avere latte e cibo. A tutte queste difficoltà si aggiungono quelle che riguardano: – il movimento delle società sportive palestinesi verso l’esterno ma anche negli stessi Territori Occupati Palestinesi e Gaza e delle squadre estere (in particolar modo provenienti dai paesi arabi) 2 che vogliono entrare in Cisgiordania. Le squadre locali non possono muoversi liberamente all’interno dei loro confini, in Cisgiordania e a Gaza, non possono agire liberamente e sono sottoposte a restrizioni e violazioni da parte delle autorità israeliane (per quanto riguarda il calcio in netta violazione della Circolare FIFA n. 1385). Viene fortemente limitata la libertà di movimento di atleti, allenatori e arbitri (ed è quindi impossibile stilare un calendario di incontri fra squadre locali). Per esempio, nell’aprile 2016, è stato negato a 100 atleti palestinesi (fra cui addirittura un atleta palestinese olimpionico, partecipante alle Olimpiadi di Pechino del 2008) il permesso di recarsi da Gaza a Betlemme per partecipare alla “Maratona di Betlemme per i Diritti Umani”, con la scusa di problemi di “sicurezza”; –

il trasferimento e le donazioni di attrezzatura sportiva dall’estero verso la Palestina è fortemente contrastata e osteggiata dalle autorità israeliane che, con le procedure di occupazione, ritardano notevolmente le consegne (quando non le impediscono totalmente con la scusa dello smarrimento) facendo sostenere costi aggiuntivi e imprevisti e creando barriere che rendono molto difficile lo svolgimento dello sport in Palestina; – la costruzione di nuovi impianti sportivi in Palestina è fortemente ostacolata dalle autorità di occupazione israeliane: difficilmente viene data l’autorizzazione per la costruzione di un impianto sportivo. Non esiste una pista di atletica leggera omologata in tutta la Palestina. I ragazzi delle squadre di atletica si allenano per strada, sullo sterrato o in cortili in cemento o asfalto in cui vengono tracciate le corsie; – le violazioni dei diritti umani che sono all’ordine del giorno nel contesto sportivo palestinese. Vorremmo che lo sport in Palestina tornasse ad essere considerato un mezzo di trasmissione di valori universali e una scuola di vita che aiuti la socializzazione e il rispetto tra compagni e avversari.

(qua in allegato è possibile leggere e scaricare il progetto Ponti non muri per il 2017: Progetto IV stage (1) )


Proprio per queste difficoltà l’associazione Ponti non muri si è posta questi obbiettivi:

  • Sostenere la gioventù palestinese, dandogli speranza in un futuro migliore, futuro che loro stessi possono costruire nonostante le difficoltà di una vita sotto occupazione militare che dura da oltre 70 anni, con privazioni, rischi e sacrifici continui
  • Aiutare questi ragazzi ad uscire dal muro di indifferenza e rassegnazione che li circonda
  • Dare alla gioventù palestinese una speranza di crescita sana e di sostegno reciproco che solo lo sport può dare
  • Consolidare il gemellaggio creato fra la squadra di atleti palestinesi Shabab Ariha e la squadra del CUS Sassari, per scambi culturali e confronto continuo
  • Dare ai giovani sassaresi che entreranno in contatto con gli atleti palestinesi una nuova possibilità di crescita nella scoperta di una nuova cultura
  • Far conoscere ai ragazzi palestinesi i saperi locali, la cultura e le tradizioni della Sardegna
  • Abilità tecniche acquisite e da acquisire, al fine di poterle adattare, trasformare e “trasportare” nella propria terra perché possano usufruirne anche gli atleti più piccoli che si affacciano per la prima volta alla pratica sportiva
  • Allargare l’ambito territoriale delle conoscenze reciproche, che ha avuto come fulcro la città di Sassari, alle altre realtà sarde e della Penisola.

Per aiutare l’Associazione Ponti non muri a realizzare gli obbiettivi prefissati  possiamo fare una donazione di qualsiasi cifra a questo indirizzo: http://www.pontinonmuri.it/donazioni.html
oppure acquistare uno dei loro gadgets tramite questo sito: https://worthwearing.org/store/associazione-ponti-non-muri

Personalmente ho conosciuto questa associazione  tramite il mio amico Giuseppe Del Vecchio, sportivo e attivista per i diritti umani, un uomo bello dal cuore grande. Il suo entusiasmo è quello coinvolgente di chi si butta a capofitto in un’idea che sa di essere giusta. Ho chiesto a lui della sua esperienza con l’Associazione Ponti non muri

Come hai conosciuto l’Associazione Ponti non Muri?
“Ho conosciuto Ponti non Muri su Facebook. C’era un post in cui si cercavano disperatamente fondi per salvare la vita a un ragazzino di un piccolo villaggio della Thailandia affetto da una grave malattia cardiaca. Un post in cui c’era la parola goccia scritta ripetutamente. Io ero impegnatissimo in un progetto in India riguardante la costruzione di una scuola in mezzo a un mare di difficoltà, soprattutto economiche, perché il costo dei materiali aumentava di giorno in giorno. Misi ogni pensiero da parte perché fui colpito da quello “sgocciolare”, presi informazioni e vidi che l’attività principale di Ponti non Muri era in Palestina, all’orfanotrofio di Betlemme. Il caso volle che ero in partenza per la Palestina, un regalo a mia madre alla scoperta della Terra Santa. Li contattai. Fui accolto con una gioia insperata e, naturalmente, mi fu affidato un compito, come se fossi stato da sempre uno di loro.
La storia di quel bimbo malato si intrecciò con il mio progetto in India per il dramma della sua morte.
I soldi raccolti per il suo viaggio della speranza furono dirottati per la scuola senza che io lo chiedessi, anzi, lo pensassi. Era quello che mancava per chiudere il progetto. A settembre 2011 la scuola fu inaugurata in uno dei posti più desolati dell’India, il Madhya Pradesh e un aula della materna è intitolata al piccolo Tim.”
Sei venuto a contatto con gli attivisti dell’associazione e con i ragazzi palestinesi, raccontami della tua esperienza sul campo, delle tue emozioni
“Come dicevo il primo incontro è stato virtuale (messaggi, e-mail) e lo ebbi con Silvia Sanna che contattai per avere informazioni sul piccolo Tim e sull’associazione, successivamente parlai con Lavinia Rosa per organizzare la mia visita all’orfanotrofio di Betlemme. Silvia e Lavinia sono due delle colonne di Ponti non Muri.
Ma il primo incontro in carne e ossa lo ebbi coi bimbi di Betlemme.
Scrissi questo quel giorno “Mi fanno piegare dalle risate i bambini. Quando vedono arrivare un estraneo che sanno che è là per passare qualche momento con loro fanno gli gnorri. Continuano a farsi gli affari loro. Lasciandoti a competere con la loro coda dell’occhio. Poi lentamente arrivano. Dal più audace fino al più timido e ti avvolgono. Guardo i miei figli. Ci mettono un po’ a realizzare… A lasciarsi andare. Ma poi li perdo. Si sono mischiati perfettamente… Formano un unico corpo. Non ci sono più bambini italiani e bambini palestinesi che giocano assieme. Sono una cosa sola.”
Insomma un emozione difficile da raccontare quando sei chiuso dentro un muro vergognoso.
Fu quello il giorno in cui decisi di dedicare tutto alla Palestina. Era luglio del 2010. Dovevo “semplicemente” completare il lavoro in India. Dopo aver passato un anno con un’altra associazione che si occupava di Palestina e dopo essere tornato in quella terra un’altra volta decisi di dedicarmi completamente a Ponti non Muri.
Nel frattempo era stato messo su un altro progetto che mi avrebbe portato a nuovi incontri e nuove emozioni. Il progetto si chiamava e si chiama ancora “lo sport, un Ponte per la Palestina”. Da amatore podistico abbracciare la realtà della squadra giovanile mista di atletica di Gerico fu come chiudere un cerchio di passione. Quest’anno per la IV volta un gruppo di quei ragazzi sarà a Sassari. Conoscerli, vederli crescere come persone e come atleti, correre con loro la maratona di Betlemme del 2016, ospitarli a casa mia quando li ho “rubati” per qualche giorno alla Sardegna, sognare con loro le olimpiadi e una pista vera a Gerico, piangere con loro, dividere ogni cosa come si fa con il tuo migliore amico, girare tra la gente a mostrare, come dice Lavinia, che “hanno 2 occhi 1 bocca 2 orecchie come tutti” e a raccontare la loro esperienza di ragazzi che hanno bisogno di vivere in santa pace, insomma ti fa sentire pieno e vuoto al tempo stesso.”
Perché lo sport come progetto per unire le persone e abbattere i muri?
“Il progetto sport nasce, anche questo, per caso.
A Sassari ogni anno si svolge una rassegna cinematografica dal titolo Visioni Solidali durante la quale ogni associazione presente nel territorio propone un film in tema con la propria attività. 
Nel 2012 Ponti Non Muri presentò Inshallah Bejiin. Il film racconta di tutte le difficoltà che dovranno superare i tre protagonisti prima di arrivare in Cina per partecipare alle olimpiadi di Pechino. La maggiore sta nella loro Nazione, la Palestina, che ancora non esiste e che non ha i mezzi per supportarli. Ponti non Muri ha tra i propri componenti persone che hanno l’atletica nel sangue e hanno fatto atletica e fu un attimo per loro trovare i contatti con uno dei protagonisti del film Mamoon Baloo che oggi allena, appunto, i ragazzi di Gerico.”

Free

Un passo dietro l’altro, rumori di rami secchi schiacciati dai passi e affanno. Ancora una strada da conoscere, ancora un albero che non hai mai visto, una prospettiva nuova, un punto di vista diverso.  Il caldo, il freddo, la pelle che s’irrita, l’indolenzimento e poi la forza, il tuo tempo, la tua libertà. img_20170209_135819

You’d be so nice to come home to

Abbandonati alla voce di Chet
lasciati cullare dalla sua tromba

dal rumore della pioggia che senti mentre sei ancora nel tuo letto.
Esagera con i sogni

prenditi il tempo e ciò che vuoi
agisci,

ma ricorda: la cipolla è jazz!

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Contava tutte le parole, sì roba da non credere, teneva a mente ogni parola detta in ogni contesto sentimentale, non ne dimenticava neanche mezza. Era questo il suo modo per cercare di tenere ancora con sé il ricordo dei suoi amori passati, di contestualizzarli poi a suo piacimento nello spazio e nel tempo.
Marco, sì Marco il 29 Gennaio del 1997 le aveva detto due parole importanti e poi altre due prima di sparire. Erano: “Ti lascio” “Adesso vado” e quelle parole l’avevano fatta piangere, ma erano 4, in 4 parole ci stanno anche un “Ti amo, ti desidero” vero? Erano comunque 4 parole importanti.
Antonella non ricordava cosa aveva mangiato la sera prima, nessun argomento dei suoi studi del liceo e neanche quante relazioni avesse avuto, ma sapeva che c’erano state 298.0383.304.987 parole dette dai suoi partners e che erano un numero davvero considerevole dove un “Sei bellissima” a qualcuno era scappato e questo le bastava per sorridere e cercare di fermare il tempo nel suo oblio fatto di gatti da sfamare, cassetti strabordanti di collant e slip in cotone, cucina in disordine e bagno interamente coperto di panni da lavare.

Ah Roberto, Roberto che doveva essere stato bello, forse e che le aveva suggerito per cena un “cosciotto di agnello sfumato al vino rosso” ricordava esattamente che le disse anche “Fidati, non te ne pentirai” e se era di lui che doveva fidarsi o della bontà di quel cosciotto poco importava, quella parola (una) “fidati” era così bella perché le aveva permesso di abbandonarsi. Poi Giacomo, quel Giacomo che il 24 Ottobre del 2001 gli aveva detto “Ciao” quando il suo carrello della spesa era andato a sbattere sul suo. Patrizio, Mirco, Michele con “voglio fare l’amore con te” verbi, preposizioni semplici, articoli, preposizioni articolate, aggettivi … quanta bellezza nel catalogarli. Si  eccitava pensando a Cristiano che una volta le disse: “Mi piacerebbe legarti” tre parole forti, tre numero perfetto, poi non rammentava se lo avessero fatto con lei legata o no , ma neanche le interessava tanto saperlo, erano importanti solo  quelle parole ricche di desiderio.
Ogni giorno rimuginava su quel numero importante, sui “mi piacerebbe conoscerti meglio” 4 parole che potevano far presagire una storia romantica, oppure “anche a te piace il jazz?” 6 parole che potevano fondere insieme una delle loro passioni. Parole dette, parole scritte, messaggi, telefonate, fra gemiti o rabbia, fra dolore e passione, parole maledettamente evanescenti che voleva fermare mentre il tempo impietosamente passava su di lei lasciandola nella sua solitudine fatta del ricordo di 298.0383.304.987 parole.

Come diventare un Guru in 10 facile mosse

  1. Fondate una religione, per farlo non importa aver studiato. Questo concetto è valido anche per poter realizzare un nuovo movimento politico, inventare una nuova dieta con annesso stile di vita, oppure una nuova branca della medicina alternativa. Non pensate al fallimento, qualsiasi cosa vogliate realizzare in questi campi raccoglierà inevitabilmente un numero incredibile di adepti.
  2. Trovate un nome figo per la vostra nuova setta, i nomi fighi hanno sempre presa. Inventate un nome di fantasia, tipo Pupphaseismo o Sonhasegaresimo, in alternativa potreste anche ispirarvi alle religioni già esistenti e mescolare i nomi fra loro: buddista-cristiano diventa «buddistano». Se ci mettete una Y nel mezzo suono ancora meglio: «Buddystano» seguace del «Buddystanesimo». Chi non seguirebbe il Buddystanesimo? Buddy piace, le sue torte vanno via che è una meraviglia e da quando ha aperto il laboratorio a Lackawanna i suoi affari si sono moltiplicati come i pani e i pesci di Gesù alle nozze di Cana. Cana che abbaia non morde.
  3. Usate un nome d’arte. Il nome è il vostro biglietto da visita, non potete avere un nome banale. Osho ebbe un gran seguito, se avesse usato il suo vero nome “Mario Rossi” non si sarebbe mai potuto permettere le sue 93 Rolls-Royce.
  4. Inventate delle regole. Le regole specie se assurde piacciono, le persone hanno bisogno di qualcosa da seguire senza starci a pensare troppo. Pensate alla cucina ebraica e ai frigoriferi separati per carne e il latte, al venerdì senza carne dei cattolici, al Caciucco di Mare Matto di Livorno (non c’entra un cazzo ma pensando ai pani e ai pesci di prima mi è venuta fame.) Potreste non donare il sangue come i testimoni di Geova, non mangiare le vacche come gli induisti, non lavorare il sabato come gli ebrei (se siete disoccupati potreste optare anche per gli altri giorni feriali così non passerete da sfigati).
  5. Curate il look. Che si tratti di abbigliamento o di pettinatura siate eccentrici, pensate agli Hare Krishna o ai capelli di Phil Spector. Essere originali vi distinguerà dalla massa, se Lady Gaga non si conciasse in quei modi improbabili nessuno se la filerebbe.
  6. Create un mantra, inventatevi delle parabole. Anche in questo caso potreste ricorrere alla vostra fantasia, inventatevi parole senza senso, storie improbabili, buttatevi sul mistico facendo leva sulle situazioni più La Bibbia è il libro più letto al mondo seguita di poco da Harry Potter. Il mio prossimo libro sarà un mash-up di questi due best sellers così andrò in culo a tutti 😉
  7. Investite in pubblicità. Sfruttate parenti e amici, il passaparola è sempre un buon biglietto da visita. Postate il vostro verbo, anche il complemento oggetto che ci sta sempre una meraviglia, sui social network. Create un blog, compratevi dei bot per diventare una twistar e sarete seguitissimi, se poi parlate di pompini e vi atteggiate a vamp diventerete comunque popolari.
  8. Andate contro. Andare contro qualcosa o qualcuno vi metterà in luce, pensate a Di Battista quando scacciò i mercanti dal tempio.
  9. Create eventi. Non solo su faceook, organizzate giornate di preghiera, di meditazione o orgie. La gente ha bisogno di non sentirsi sola, mettete insieme un bel gruppo di sfigati e si sentiranno subito meglio.
  10. Inventatevi un luogo di culto. Potreste sfruttare una località esistente oppure creare un centro in mezzo a qualche deserto. L’importante è legare il luogo prescelto a qualche leggenda, poi al primo raduno dei vostri adepti piazzate vostro cognato a vendere la merchandising, vostra sorella alla bancarella della porchetta e i vostri figli alla raccolta di fondi.

 

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Adesso siete pronti per questo nuovo stile di vita di successo e, se riuscirete ad andare avanti per molto tempo, un domani potreste avere anche voi una bella sezione  dell’8×1000 sulla dichiarazione dei redditi.

(post apparso su un numero de L'Odio di qualche anno fa)

Ciao Don Antonio, impara agli angeli a fare una cerimonia come si deve

Questo 2016 è stato un anno proprio crudele, si è portato via artisti meravigliosi come David Bowie, Prince e adesso sono venuta a sapere che ci ha lasciato anche Antonio Polese detto “Don Antonio” il Boss delle Cerimonie.

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Che senso ha adesso la nostra esistenza senza una guida spirituale di tale livello?
Ci mancheranno la sua pacatezza, il suo savoir faire, le sue ricercatissime camicie colorate, il suo cuore e soprattutto ci mancherà la sua  sobrietà.
“Less is more” dicono gli inglesi mentre Totò soleva dire “Abbondandis in abbondandum” e da buon parte/nopeo e parte/napoletano Don Antonio Polese aveva sposato il motto che il Principe De Curtis aveva declamato in una sua celebre pellicola e ne aveva fatto la sua ragione di vita.

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A lui va il merito di aver fatto conoscere al resto d’Italia (e forse anche al resto del mondo) come si fa una cerimonia che sia di nozze, una comunione o un battesimo o tutt’ quant’ insiem’.  Come potranno adesso volare tranquilli i colombi che gli sposi liberavano in cielo dopo l’ingresso al castello? Cosa ne sarà di quella dimora che ultimamente aveva avuto qualche problemuccio giudiziario ma che era ambita da tutte le personcine di buon gusto?

Antonio Polese ci ha insegnato a sognare in grande, lui stesso era un gran sognatore, d’altra parte come sarebbe stato possibile per un macellaio, qual era stato in gioventù, arrivare  a diventare il faro illuminante di un castello da sogno? Lo piangeranno i suoi collaboratori abituati a esaudire ogni impossibile richiesta, lo piangeranno i suoi piroettanti camerieri, lo piangerà una moltitutine di cantanti neomelodici napoletani dal sopracciclio ad ali di gabbiano e i tanti che avrebbero voluto sposarsi, comuniarsi, battezzarsi o cresimarsi con la sua benedizione.
Ricordo con commozione  i suoi viaggi fuori sede, come quello a Roma quando nella scintillante via Vittorio Veneto,  con la sua famiglia, si mise  alla ricerca di un abito per il nipote fresco diciottenne. Me  lo rivedo in Calabria ad impartire lezioni di stilo al suo omologo calabrese, ma soprattutto non potrò mai dimenticare il suo viaggio negli Stati Uniti e il suo incontro con Buddy “il Boss delle torte”.

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Bartolo "Buddy" Valastro Jr. and Don Antonio Polese during the taping of the show
Bartolo “Buddy” Valastro Jr. and Don Antonio Polese during the taping of the show

Era un uomo in fondo dai gusti semplici

amava la natura

e soprattutto amava la famiglia con la quale si ritrovava spesso a tavola per consumare pasti leggeri leggeri.
Addio Boss delle cerimonie, avrei voluto fidanzarmi per poi sposarmi nel tuo castello vestita di oro, argento e mirra, arrivare al tuo cospetto a calesse di un Caterpillar e poi darmi ad un orgia di cibo e di danze cantate da tutti i neomelodici di ieri e di oggi,  perché tu sapevi sul serio come si festeggia un matrimonio.

 

Gold

Sembrano d’oro le foglie di quell’albero. Il prezzo della bellezza è la fragilità, basta un piccolo soffio di vento per tirarle giù, oppure attendere una manciata d’ore per osservarne la decadenza. Non più oro, ma un colore che si mimetizza nella terra e  che nella terra scompare. 

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Marilisa si presentava come un soffio di vento, arrivava all’improvviso e scombinava ogni cosa. Non potevi fare programmi o avere buoni propositi perché con lei regolarmente saltavano tutti i piani che potevi avere in mente.
Era dotata di quella grazia tipica della giovinezza che rendeva speciale anche la sua goffaggine. Prezioso uragano dai mille colori che ti travolgeva con le sue idee bizzarre che faceva scorrere come un fiume in piena tramite la sua voce squillante.
Una sera, in cui avevo programmato di sprofondare sul divano per addormentarmi con la tv accesa, passò a trovarmi con un pacchetto di biscotti e quella che lei  aveva descritto come la tisana più buona del mondo che però tanto buona poi non lo era. Era eccitatissima, voleva festeggiare: aveva finalmente un impiego, un qualcosa di serio su cui poteva fare affidamento per pagarsi regolarmente l’affitto, farsi qualche viaggio, comprarsi quegli stivali a cui normalmente avrebbe rinunciato e realizzare le sue innumerevoli strampalate imprese.  Ero felice per lei, io che un lavoro fisso l’avevo  da molti anni, avevo sempre pensato che su una vita precaria non fosse possibile costruire un solido futuro.
Cominciò a lavorare in un’importante agenzia in centro e nel tempo i nostri incontri iniziarono a diradarsi. Le sue apparizioni fuori programma erano state sostituite via via da brevi incontri durante l’ora di pranzo e da un minimo di uscite serali. Era sempre bella Marilisa ma i suoi vestiti firmati, il suo trucco sempre più raffinato, sembravano metterle addosso una patina che andava ad offuscare la sua brillantezza.
“E dei tuoi sogni, dei tuoi viaggi?” le chiedevo. Lei mi rispondeva che i viaggi potevano aspettare che adesso aveva il mutuo. Poi un giorno mi presentò il suo fidanzato, un collega, venne poi il matrimonio, vennero i figli. Marilisa incinta, pensai che potesse essere una mamma fantastica.
Ci sentivamo sempre meno spesso, ogni volta che la chiamavo era incasinata con lo sport dei figli o impelagata in qualche riunione al lavoro, aveva fatto carriera, era diventata una donna importante ma non luccicava più come un tempo e non se ne rendeva neanche conto.

La mia amica Michela Resi

Guarda che luna

Guarda che luna

Stasera probabilmente in molti staranno con il naso all’insù per ammirare la luna che così maestosa la rivedremo solo nel 2034. Molte canzoni sono state dedicate alla luna, penso alla “Casta Diva” nella Norma di Vincenzo Bellini, agli standard come Blue Moon o Moon River, ma anche alle immortali Harvest Moon di Neil Young e Dancing with the moonlight knight  dei Genesis, solo per citarne alcune.  Anche in Italia la luna è stata celebrata in molte canzoni, fra le più intense dedicate all’astro d’argento c’è sicuramente “Guarda che luna” dell’immenso Fred Buscaglione.
Ferdinando “Fred” Buscaglione è stato uno di quei pochi uomini a saper portare con stile i baffetti alla Clark Gable, era nato a Torino il 23 Novembre del 1921  e vissuto solo fino al 3 Febbraio 1960, la sua vita terminò quando la sua macchina si scontrò con un camion in zona Parioli a Roma.
Alcune persone credono che sia la morte prematura a far entrare gli artisti nell’olimpo dei miti, a me invece viene da pensare che a volte la morte,  per proprio egoismo,  ci strappi via dalla nostra vita talenti che avrebbero potuto ancora regalarci tante emozioni.  Mi piace immaginare che, se fosse vissuto, Fred Buscaglione avrebbe potuto viaggiare in parallelo con la storia della musica italiana mantenendo popolari le orchestre e le sonorità jazz nella nostre canzoni.
Fred Buscaglione fu un polistrumentista, un attore, un cantante e performer con uno stile del tutto personale, si sposò con una cantante jazz, Fatima Robbin’s, con cui condivise liti e riappacificazioni, interpretò giocosamente il ruolo del duro, un bullo circondato da meravigliose e inarrivabili pupe. Pensando a lui mi piace immaginare come doveva essere la sua Torino post II guerra mondiale, quando aveva conosciuto nei locali dove si esibiva Leo Chiasso  con cui poi aveva cominciato a scrivere canzoni.
L’eleganza  di un tempo, che posso  solo immaginare  guardando le  pellicole e le  foto in bianco e nero, ascoltando la musica e la sua voce,  emoziona e fa viaggiare la fantasia.  Fred, suo malgrado, è diventato l’ immortale cantante di un mondo immaginario di uomini duri con gli acerrimi nemici e tenerissimi fino a sciogliersi del tutto con le “pupe”.
Stasera alzando la testa ho pensato a Fred che nella mia testa mi cantava “Guarda che luna” e ho sorriso.