di Sabrina Ancarola Faccio cose perché sono inquieta, scrivo perché, dare una forma alla mia inquietudine, a volte è divertente. Sono cantante, presentatrice, scrittrice e autrice di pièce teatrali e cene con delitto. Non so cosa mi riesce peggio, ma mi ostino perché mi piace ballare pur non sapendo affatto ballare.
Molto liberamente ispirato da White sea dei Not my value
“Se la rincorri prima o poi la prendi, o ti fai prendere, è la stessa cosa. Passi veloce da un mondo a un altro, cerchi di avanzare verso un sole bianco che, illuminandola, nasconde la meta. Se la raggiungi ti fai del male, se non la raggiungi ti fai del male.”
Così Marina pensava mentre faceva e disfaceva i suoi castelli mentali, architettati in uno stile fra l’industriale e il gotico, un gran casino insomma. Una delle tante voci dei suoi gargoyle la incitava a cercare, un’altra le diceva di vivere il presente. Poi c’era chi le diceva che il presente è uno schifo, chi invece le consigliava di dormire, drogarsi, bere, staccare. Ma Marina era in gioco e non voleva mollare la presa; voleva arrivare oltre, voleva immergersi dentro quel bianco sole, placare e perché no dissolvere, tutte quelle voci.
“Passo veloce da un mondo a un altro, se sto ferma mi faccio del male e probabilmente mi farò del male se lo raggiungo, se lo raggiungo.”
Un infinito gioco dell’oca senza premi. Avrebbe potuto scegliere il Monopoli e avanzare qualche pretesa d’affitto, e invece niente. “Corri Marina, corri” si diceva mentre si affannava a pulire la casa, sistemarsi un po’ alla meglio per andare al lavoro, prendere il bus e ripetere meccanicamente quelle azioni quotidiane che questo livello terrestre le concedeva, il livello trappola come lei lo chiamava. Sapeva che, se voleva passare oltre, doveva comunque fare buon viso a cattivo gioco; è la vita, la vita che fra tutte non aveva voluto immaginare, ma che si ritrovava.
In occasione della prossima Giornata Internazionale della Donna, avrei voluto scrivere qua di cantautrici. Avevo anche iniziato una piccola ricerca per il mio compito, ma mi sono presto resa conto che il tema poteva risultare ostico. Non perché manchino cantautrici; diciamo che, specialmente nei paesi anglosassoni, figure come Nina Simone, Joni Mitchell, Kate Bush, Annie Lennox, Amy Winehouse, sono riconosciute come talenti e molto probabilmente avranno incontrato meno difficoltà per emergere, rispetto alle cantautrici italiane, sia a livello locale che a livello internazionale. A proposito, potreste citarmi almeno 5 di nomi di cantautrici italiane? Chissà perché è così difficile… Nella mia breve esplorazione del mondo delle autrici nostrane, ho riscontrato non poche difficoltà a trovare nomi che si adattassero alla nostra concezione di cantautorato. Se pensiamo a tempi ancora più remoti, anche nella musica classica ci vengono in mente pochi nomi di donne compositrici, eccezion fatta forse per Maria Anna Mozart. Eppure, nel corso dei secoli, ci sono state compositrici di talento, documentate a partire dal ‘500 fino ai giorni nostri. La storia che abbiamo appreso dai libri e dal contesto sociale in cui viviamo sembra averle volute tenere nascoste, privandoci della gioia di apprezzare i talenti femminili in ogni campo artistico e non solo. Chissà perché… Possiamo però oggi, grazie alla rete e alla condivisione, andare a ricercare e diffondere talenti, godere dei preziosi regali che queste artiste hanno lasciato.
Francesca Caccini, detta la Cecchina (Firenze, 18 settembre 1587 – Lucca o Firenze, dopo il giugno 1641), è stata una compositrice, clavicembalista e soprano italiana. Fu la prima donna a scrivere un’opera e probabilmente la più prolifica compositrice del suo tempo.
Mi sono quindi messa a pensare alla rappresentazione della donna nella canzone italiana. Sempre grazie alle mie ricerche su Google, mi sono imbattuta in due libri: “Donna Canzonata” di Meri Franco-Lao e “Maschilismo Orecchiabile” di Riccardo Burgazzi. Meri Franco-Lao è stata una sperimentatrice, scrittrice, musicista e divulgatrice, ha vinto un premio Tenco per il suo impegno nel diffondere la musica sudamericana. Ha condiviso progetti, passioni e visioni di un futuro possibile con Pablo Neruda, Violetta Parra, Julian Beck, Luigi Nono, Umberto Eco, Pina Bausch, Rafael Alberti, Astor Piazzolla, Chico Buarque, Daniel Viglietti, Ataualpa Yupanqui, Reynaldo Gonzales e Marta Argherich. Ancora una volta, se non fosse stato per le mie ricerche, non avrei saputo nulla di questa importante figura del nostro paese. Nel 1979, Mari Franco-Lao scrisse questa divertente “indagine sconsolata ed esilarante sulla donna nella canzone italiana”, un’antologia buffarda di 80 anni di cattivo gusto e di umorismo involontario. Bene, direte voi miei piccoli lettori, il libro si ferma al 1979 (solo due anni prima era stato abolito il “delitto d’onore”), sono passati 45 anni, le cose sono cambiate, no? Uhm, sì, un po’ sono cambiate, ma non moltissimo. Tant’è che il libro del filologo Riccardo Burgazzi, classe 1988, è del 2021.
Nessuno mi può giudicare La musica pop è invadente, volenti o nolenti, ce la ritroviamo in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi (cit). È musica leggera, anzi leggerissima, e come tale vola ovunque portandosi però, come fanno le spore e il polline, messaggi che sono troppo spesso avvilenti per la donna, messaggi di cui siamo inconsapevoli, ma che ci entrano dentro permeando il nostro sentire comune. Per carità, anche all’uomo che non deve chiedere mai viene dato un carico non lieve, ma è sempre la donna che ne esce decisamente in maniera peggiore. Vorrei quindi aprire con voi un piccolo spiraglio sulla rappresentazione della donna attraverso l’italica canzon.
La donna angelicata Ancor prima prima della storia del pop ci avevano pensato i passati canzonieri a descrivere la donna come non soggetto pensante, ma oggetto etereo di bellezza extraterrena. Margherita di Cocciante poteva mai essere un Margherito? Non so se avete presente il testo, cercherò di riassumerlo in stile AccorciaBro: “In pratica il lui, re dei sottoni, farebbe di tutto per questa mistica creaturina, perfino una convocazione di amanti che vanno a colorare i muri, a creare la Primavera (anche fuori stagione) perché lei ama i colooori e poii salgono sul nel cielo, rubano una stella perché Margherita è buona perché Margherita è bella, perché Margherita è tutto ed è lei “la sua” pazzia, Margherita Margherita Margherita adesso è sua. Tiè!” (tempo risparmiato 4 minuti) Quindi Margherita è sua, altro che senso del possesso che fu prealessandrino! Margherita personalmente mi sta sul culo, perché questa figura così bella e irreale ha accompagnato la mia infanzia, fa parte delle milioni di cose che arrivano e che ti fanno credere ad amori illusori, per niente sani. Margherita ti fa sentire che tu non sarai mai neanche lontanamente vicina a tal figura angelicata, ma per fortuna ci ha sempre pensato Cocciante a smontare il mito dell’uomo premuroso con il suo: “Adesso siediti su quella seggiola, stavolta ascoltami senza interrompere .. Vivere insieme a te è stato inutile, tutto senz’allegria, senza una lacrima … Adesso spogliati, come sai fare tu, ma non non illuderti io non ci casco più Tu mi rimpiangerai Bella senz’anima” Un trattato sull’amore tossico in pratica dove fra le tantissime cose discutibili si evince come la donna, con anima o senza, dev’essere Comunque bella. A proposito di donna angelicata, mi ritorna in mente un angelo caduto in volo:
L’ammaliatrice
Ecco, la donna può essere sia un angelo che un essere diaboloco, specie quando la donna seduce anche uomini sposati. OH MY GOD! Ma ovviamente come si fa a resistere ad una tipa un po’ Circe e un po’ Penelope che ti dice: “Ho sciolto tutti i capelli giù e ho il profumo che mi hai dato tu!” La colpa di un tradimento è storicamente della donna che seduce ed essendo l’uomo cacciatore la preda deve prenderla, specie quando gli viene servita fresca fresca su un banco. Se poi la moglie a casa qualche sospetto lo ha tanto ti dice “Non succederà più che torni alle 3 e mio mi addormento senza te. Eppure lo sai che ho tanto bisogno di amore”. Poeradonna. Ora, a parti invertite, ve lo immaginate un uomo che con voce languida ti dice al telefono “Ho sciolto tutti i capelli giù …” e se poi è calvo?!
Come tu mi vuoi, tanto ti aspetto: La Penelope
Nelle canzoni, ma ahinoi anche nella vita reale, spesso siamo imprigionati in canoni fisici e caratteriali (cit il mio libro mai uscito “1000 e 101 modi per sentirsi inadeguati”). Succede anche in amore, anche se è innaturale: io non sono come tu mi vuoi (ergo, oggetto che piace e dà piacere), ma proprio perché sono così come sono, dovrei piacerti o non piacerti indipendentemente da quello che faccio, da quanto tempo sto ad aspettarti. La Penelope è un tema ricorrente, da Non ho l’età di Cinquettiana memoria con: “Lascia che io viva un amore romantico Nell’attesa che venga quel giorno Ma ora no, non ho l’età” a Laura Pausini: “Non è possibile dividere la vita di noi due Ti prego aspettami amore mio, ma illuderti non so” Insomma, fin dall’adolescenza molte canzoni insegnano che la gentil pulzella è destinata ad aspettar.
La tradita che si fa saggia
Non so se conoscete questa canzone che parla di una donna giovane che prende il posto di una donna più grande nel c… cuore di un uomo. E che fa la donna più matura in questo caso? S’incazza? No, le spiega gli uomini che son tanto fragili da maneggiar con cura, fatti di briciole tenute su a suon di orgoglio e poi che possono essere dolcissimi e, incredibile ma vero, possono pure avere un’anima. Il tradimento nelle canzoni è spesso colpa della donna ammaliatrice, o della donna che invecchia, della dona meno attraente, mentre se un uomo tradisce tradisce a metà e ti dice pure: “Se mi lasci non vale!”. Quindi l’uomo non può essere lasciato, ma nel “malaugurato caso” che accada per sua fortuna arriva sempre un angelo a dirgli: “Comprami“. PS dalla canzone si evince che lui, per usare un eufemismo, tanto affascinate non è.
Lella e le altre vittime
Ci sono tante canzoni che narrano di fatti tremendi condititi da un perverso romanticismo, questa canzone parla di un femminicidio. Ero piccola quando uscì questo disco, questo brano lo sentivamo per radio e per televisione e solo molto più tardi ho capito di cosa parlava e quando l’ho capito ho provato un brivido. Molti brani, anche estremamamente orecchiabili, contengono significati malati, Ti predendo di Raf e un manuale pratico di stalking, come Every breath you take dei Police:
Ogni respiro che prendi Ogni movimento che fai Ogni legame che rompi Ogni passo che fai Io starò a guardarti.
Ogni singolo giorno Ogni parola che dici Ogni gioco che fai Ogni notte che rimani Io starò a guardarti.
Oh non riesci a vedere Che mi appartieni? Quanto soffre il mio povero cuore ad ogni passo che fai.
Una delle canzoni più scioccanti che racconta di un altro femminicidio appartiene ad un autore che amo molto, il brano è Quando c’era il mare di Sergio Endrigo, ancora una volta la violenza viene condita da un malato romanticismo. L’appartenere, l’essere sua, perché ci esprimiamo con questi termini e sentiamo giusto sentirsi cosa altrui? Appare forse meno romantico dire, sto bene con te, stiamo insieme, che io e te siamo una cosa sola? Quanto del nostro sentire in realtà nasconde insicurezze? Quanto ci sentiamo meno completi se non abbiamo un rapporto sentimentale? Ti amo da morire, ma perché essere così estremi? Ti amo fino a che dura ecchezzazzo, un po’ di sano pragmatismo che egoismo non è, ma soprattutto un po’ di amor proprio come c’insegna Loredana Bertè in sono Pazza di me.
Per fortuna ci salva l’ironia e sul bene da morire nel 1964 ci ha amabilmente scherzato il Quartetto Cetra.
Molte canzoni, anche le più popolari, rilasciano messaggi che riletti col senno di poi sono davvero inquietanti.
Cuore matto è uscita un anno prima della mia nascita, è così leggera che può far male: “Un cuore matto, che ti segue ancora E giorno e notte pensa solo a te (STALKING) E non riesco a fargli mai capire Che tu vuoi bene a un altro e non a me (NON ACCETTAZIONE DELLA FINE DI UNA STORIA) Un cuore matto, matto da legare Che crede ancora che tu pensi a me Non è convinto che sei andata via Che m’hai lasciato e non ritornerai (COME SOPRA) Dimmi la verità, la verità (dimmi la verità, la verità) (INSISTENZA) E forse capirà, capirà (e forse capirà, capirà) Perché la verità, tu non l’hai detta mai (COLPEVOLIZZARE CHI HA DECISO DI CHIURE LA STORIA) Un cuore matto, che ti vuole bene E ti perdona tutto quel che fai Ma prima o poi, tu sai che guarirà Lo perderai, così lo perderai” (CERCARE DI FARE LEVA SUI SENSI DI COLPA DELLA EX).
Conclusioni Come diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. “Le parole sono importanti” quindi mi sono ripromessa di fare più caso alle parole delle canzoni italiane di ieri e di oggi. Per fortuna riconosco che oggigiorno ci sono molte giovani autrici che lanciano messaggi di empower girl, la prima che mi viene in mente è Big Mama, se ci fosse stata un’artista come lei nella mia adolescenza mi sarei sentita sicuramente meno complessata. Per fortuna ci evolviamo, anche se pare che con l’avvento della trap pare che la figura della donna non ne esca tanto meglio.
In conclusione c’invito a fare un tuffo nella parte davvero leggera del pop e vi lascio alle sagge parole della stella più brillante di tutte che ci diceva: “Com’è bello far l’amore da trieste in giù L’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu E se ti lascia lo sai che si fa Trovi un altro più bello Che problemi non ha”.
Sullo scenario che fa da sfondo alle strade della nostra città, ci siamo ridotti al ruolo di comparse, personaggi marginali nella pellicola di questo infinito film, dove i protagonisti sono i monumenti, i ristoranti affollati a tutte le ore e i chiassosi studenti americani, eternamente in infradito. I treni ci scaricano al mattino, quasi fossimo un corpo estraneo da rigettare il più velocemente possibile. Andiamo a lavorare e, dopo una lunga giornata, torniamo a casa, una casa lontana dal centro, salendo nuovamente sui treni, dribblando tra i turisti e i loro enormi trolley, quei turisti che si dice portino tanto bene al nostro paese. Ma a noi, che percorriamo chilometri ogni giorno per andare al lavoro, questo turismo ha portato, al momento, solo un aumento delle spese e una separazione, senza ritorno, tra la nostra città e noi, i suoi vecchi abitanti. Non possiamo più permetterci di vivere nei luoghi dove siamo nati e dove lavoriamo. Eppure, appariamo perché le comparse nei film sono indispensabili, fanno massa e sono utili nei lavori di bassa manovalanza. Così ci prostiamo al servizio del turismo: ai turisti non sta bene non incontrare gente locale. Qualcuno dovrà pur portare al loro tavolo le bistecche, il caffè, e poi ripulire i loro alloggi, giusto? Noi, con il nostro piccolo ruolo, aggiungiamo anche un po’ di colore e folklore. Qualche tipico abitante del luogo deve pur fare da sfondo, insieme ai nostri simboli storici, nei loro selfie, no? Poi ci sono quelli che intrattengono i turisti con la musica, e altri squattrinati, plurilaureati in lingue, che li portano in giro. Continuano a ripeterci che il turismo porta soldi. Ma a chi li porta? Alla bottega di Aldo? Ah no, Aldo non c’è più. Al suo posto c’è l’ennesimo negozio in franchising, identico a migliaia di altri sparsi in ogni città del mondo. E Franca, l’artigiana? Anche lei ha dovuto spostarsi, non riusciva più a pagare l’affitto del suo laboratorio. Ma chi, oltre a chi lavora nel turismo, resiste ancora? I ricchi, quelli resistono sempre. Buttano fuori i vecchi inquilini e trasformano le loro case in mini celle per gli ospiti, guadagnando ancora di più affittandole a prezzi esorbitanti. Il turismo, continuano a dirci, è una risorsa. E poi ci sono gli studenti stranieri, e dovrebbe essere un vanto per le nostre città ospitarne così tanti. Così tanti, con i loro bicchieri di plastica sempre pieni di alcolici, un vanto, specialmente quando, ubriachi, tocca a Pietro, durante il suo turno di notte nello studentato, raccoglierli da terra o nei pronto soccorso per riportarli indenni nei loro alloggi. Però il turismo fa bene a tutti. A tutti, anche a noi figli di un ruolo minore, quasi impercettibile, che domani mattina reciteremo nuovamente la parte di lavoratori con uno stipendio sempre più ridotto di fronte alle spese quotidiane sempre più in aumento. Ma mica è colpa dei turisti. Anche io girerei il mondo se solo potessi permettermelo. Ripensandoci, in effetti, un tempo lontano sono stata anch’io una turista. Viaggiavo nei luoghi più poveri e mi sembrava una vera pacchia: con due lire mangiavo e potevo permettermi di alloggiare in alberghi favolosi, servita e riverita. Un sorriso mi assale, pensando che i turisti di oggi, un giorno, diventeranno le comparse nei film delle loro città. Li voglio proprio vedere se saranno bravi come me a dribblare questi stupidi trolley!
Quasi 680 000 migranti di oltre 41 cittadinanze sono stati recensiti dall’OIM in Libia nell’agosto 2022. L’89% dei migranti in Libia è costituito da adulti e l’11% da minori. La maggior parte dei migranti proviene da Niger, Egitto, Sudan, Ciad e Nigeria.
Perché queste persone si mettono in viaggio per cercare di raggiungere la Libia , che propriamente un paradiso non è, e poi l’Europa? Non sono una studiosa di geopolitica, uso semplicemente Google e dalla Treccani online leggo: “Il Niger è uno degli Stati più depressi della Terra, tanto da occupare uno degli ultimi posti nella graduatoria mondiale dei paesi classificati in ordine decrescente rispetto all’indice di sviluppo umano elaborato dalle Nazioni … L’economia si basa essenzialmente sull’agricoltura, praticabile solo sul 5% del territorio … Il patrimonio zootecnico, pur decimato dalla siccità, conta più di 11 milioni di capi fra ovini e caprini, e oltre 2 milioni di bovini. L’apparato industriale ha scarsa consistenza, ma il Niger può contare su un apprezzabile reddito delle attività estrattive … La bilancia commerciale è cronicamente passiva, dal momento che i proventi delle esportazioni di uranio e altri minerali (60% ca. del valore delle esportazioni), nonché di prodotti agricoli, non consentono di far fronte alle ingenti importazioni di prodotti alimentari, di manufatti e di derivati del petrolio. Principali partner commerciali sono la confinante Nigeria e la Francia.” Riguardo la situazione politica viene riportato che “il Niger è una repubblica semipresidenziale nel cuore della fascia saheliana. Ex colonia francese indipendente dal 1960, ha avuto una storia politica travagliata, in cui colpi di stato e ribellioni si sono succedute fino ad anni recenti” L’attualità ci ricorda che le condizione di questo paese sono diventate ancora più critiche a causa dell’ultimo colpo di stato che ha rovesciato il governo democraticamente eletto ed è di poche ore fa l’attacco jihadista nelle regioni del sud-ovest. Ma il Niger non aveva “un apprezzabile reddito” dovuto alle attività estrattive? (vi chiederete voi miei piccoli lettori) Parliamo di petrolio “Le compagnie petrolifere, in particolar modo la Shell Petroleum, hanno operato per più di 30 anni senza che un controllo serio o delle regole ambientali guidassero le loro attività”. Questo è quanto emergeva dal Niger Delta Human Development Report realizzato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) nel 2006. … nel 1956, quando vi vennero scoperti i primi giacimenti petroliferi – riportava così Viviana D’Onofrio nel 2015 per notiziegeopolitiche.net – ha avuto inizio uno sfruttamento sistematico della regione, con gravissime conseguenze di natura ambientale, socio-politica ed economica. Qui è venuto a crearsi un intreccio tra le grandi multinazionali del settore petrolifero ed i vari governi militari deboli e corrotti, che hanno letteralmente svenduto le risorse naturali del loro Paese in cambio di profitti illeciti.” La Shell, per chi non lo sapesse, è una multinazionale britannica. Invito a leggere in rete le varie controversie legate alla Shell, dall’accusa di aver sostenuto il regime di segregazione razziale in Sudafrica, alle ottanta persone uccise e alle centinaia di case bruciate, delle persone che protestavano per le condizioni dei lavoratori e per i danni ambientali causati dalle estrazioni petrolifere (la Shell si giustificò dicendo che queste azioni erano state fatte dalla polizia per proteggere la multinazionale), ai vari danni ambientali in giro per il pianeta. Il Niger è anche conosciuto anche come la “capitale africana dell’uranio” in quanto è il quarto produttore mondiale del minerale. Ma cosa comporta questo? Il Niger, è un’ex colonia francese, ma pare che il paese ex colonizzatore abbia ancora una discreta influenza (come riporta Cristiano Volpi su africa24.it ) “Tre lampadine su quattro in Francia sono illuminate dall’uranio nigerino. Molti non sanno nemmeno che le città minerarie impoverite del Niger tengono accesa la luce in Francia. Ma la situazione in Niger è esattamente l’opposto: solo il 10-20% delle persone nelle aree urbane ha accesso all’elettricità, mentre solo il 2-3% nelle aree rurali. Mezzi di sussistenza in via di estinzione. … L’aria, l’acqua e la terra sono inquinate intorno alle città minerarie -riferisce un giornalista della capitale nigeriana Niamey, a condizione di anonimato – E gli animali dei pastori si ammalano continuamente perché i loro pascoli sono contaminati da polveri radioattive”.
Comprendo, mi sto dilungando, ma sto soltanto riportando le prime cose che ho trovato in rete perché credo fermamente che sia il nostro minimo dovere chiederci cosa spinga una persona a lasciare la propria terra, i propri affetti e il luogo a cui originariamente si appartiene. Vi lascio solo un consiglio: scoprite chi vende armi al Niger e scoprirete che, insieme a diversi paesi occidentali, anche l’Italia ha fatto i suoi affari e probabilmente continua a farli.
Volevo scrivere un post ironico per perculare l’orrenda campagna del ministero del Turismo ed Enit, che vede la versione “influencer” della Venere di Botticelli, ma poi ho letto che il costo totale dell’investimento, che è di nove milioni di euro, e il tentativo di essere simpatica è venuto meno.
“Italia – Open to meraviglia” pare una mal riuscita esclamazione in broccolino di un figlio arricchito d’immigrati italiani negli States, il nome non solo è ridicolo, ma è pure in contraddizione con un’altra recente genialata di un deputato di Fdi che prevede l’obbligo di comunicare pubblicamente in italiano (pena una sanzione che va da 5.000 a 100.000 euro).
Il vilipendio della cultura, già massacrata da anni di cattivi governi, riesce ad arrivare a profondità mai immaginate prima dagli esseri senzienti. Mi stupisco che sia stato il gruppo di Armando Testa ad avere ideato il progetto, ma forse sono solo un’ingenua che pensa con nostalgia ai geni del passato che avevano rivoluzionato la comunicazione.
Per chi non avesse ancora avuto l’occasione di guardare le immagini di questa campagna e avesse il fegato di farlo rimando alla visualizzazione di questo video, per chi non se la sente (e capisco) vi racconterò in breve di cosa si tratta. Il video si apre con l’immagine vista dallo spazio con sottofondo di musica, secondo me è in Creative Commons, così manco hanno pagato i diritti d’autore. Segue poi una voce maschile suadente che dice che, pur essendo geograficamente una caccola, abbiamo il maggior numero di siti inseriti nel patrimonio dell’umanità. Fin qui sono dati oggettivi e quindi niente da dire, ma la voce suadente scivola subito nel focus della campagna, cioè “ciò che noi italiani sappiamo fare meglio, ovvero meravigliarci per poi meravigliare gli altri”, ma che davvero? Colore e stupore era lo spot della tv a colori Sinudyne negli anni 70, non so se questo slogan appartenesse al gruppo Testa di allora, ma almeno all’epoca per quel prodotto un senso ce lo aveva, in questo caso “meravigliarci per meravigliare gli altri” mi sembra solo una forzatura per accrocchiarla meglio al titolo “Open to meraviglia”, nome che avrà molto probabilmente pensato un italico cognato dei soliti noti. Seguono poi immagini di natura, borghi, luoghi, belle fihe (che ci stanno sempre bene), la bandiera italiana che diventa una finestra spalancata sulle nostre meraviglie e dopo si passa alla ricerca, fra circuiti di mille valvole, della testimonial d’eccezione: lei: venereitalia23. La straordinaria grazia di Simonetta Cattaneo Vespucci, ritratta da Sandro Botticelli per descrivere l’approdo sull’isola di Cipro della dea dell’amore e della bellezza, viene oggi usata come virtual influencer contemporanea. Viene solo da piangere. Il patrimonio dell’umanità non andrebbe mai toccato neanche per promuovere il patrimonio dell’umanità, ma come non bastasse vediamo la figura di Venere che si presenta con “un jeans e ‘na maglietta” e inizia a raccontare di sé partendo dal nick name. La virtual influencer, fra rapidissimi cambi di vestiti da coattona e con i capelli sempre al vento, c’invita a seguirla perché racconterà la bellezza dei nostri luoghi, della nostra cultura e del nostro cibo fra un selfie e un altro, una pizza in compagnia, una pizza da sola.
Ora mi chiedo chi mai seguirà venereitalia23? Che tipo di turismo può attirare, se mai ci riuscirà, questa mostruosità pagata a caro prezzo? Sono anni che ci lamentiamo dell’overtourism in molti luoghi del paese. Le città, ma anche i borghi più piccoli stanno perdendo la loro identità a favore di un turismo il cui unico interesse è dimostrare, tramite i social network, di essere stati in un posto. La superficie la fa da padrona e questa campagna mira, secondo me pure fallendo, ad un turismo di superficie. “L’Italia è il paese che amo”, il paese in cui il garante della privacy ha bloccato la chat gpt che sicuramente, anche con qualche valvola in meno, avrebbe partorito di meglio.
Questo è il periodo in cui cadi vittima del Whamageddon già ai primi del mese, ti stressi per i regali, ti stressi per il cibo, ti stressi per gli impegni, ti stressi se gli impegni non ce l’hai, insomma ti stressi e speri che l’anno nuovo per te sarà meno stressante e poi (se di va di culo) ti ritrovi un’altra volta in quel periodo dell’anno in cui ti stressi e al posto di pensare agli antipasti per il pranzo di dopodomani (che tu ti sei impegnata a fare sull’onda di un insalubre entusiasmo) ti metti a scrivere un post. Ovunque ti giri, anche quando vai dal pizzicagnolo sotto casa, sei invaso da musichette di Natale, ti sparano una Mariah con tutti i suoi girigogoli vocali ogni tre per due, Bublè sta lì dietro l’angolo pronto ad assalirti mentre permangono Frank e Ella nei posti che si danno un’aria più chic. Il tuo dj preferito, per fortuna, ti offre ogni mattina Jingle Bells nella versione dei Sex Pistols. Poi arrivano loro, gli anni 80 a cui tu, piccola donna cinquattraquattrenne, ti ostini a rimanere aggrappata. Per forza, direte voi miei piccoli lettori, erano gli anni della tua giovinezza e tutto ti sembrava migliore ma guarda era ‘na mmerda pure prima.
Gli anni 80 e il Natale sono inossidabilmente legati a l’innominabile brano dei Wham e a Do They Know It’s Christmas? di quella straordinaria formazione chiamata Band Aid.
Ora potrei raccontarvi di come naque il progetto, di quando Bob Geldolf chiamò l’amico Midge Ure e si misero a scrivre il brano e di come coinvolsero altri amici, gli amici più fighi di tutti i tempi, ma per questo c’è google e quindi arrangiatevi.
Non voglio raccontarvi di quello che per la mia generazione fu il vedere tutti insieme gli artisti che conoscevo, quelli che amavo e pure quelli che meno amavo, uniti per una buona causa. Era fantastico che quell’idea fosse venuta proprio a Pinky e che nonostante la botte prese in The wall fosse abbastanza lucido da organizzare un ensemble del genere. Mai avevo sognato prima di vedere insieme i Duran Duran e gli Spandau, Sting e George Michael e c’era pure Andrew Ridgeley (anche in quel caso non si sa a fare cosa). C’era Bono, c’erano le Bananarama, cazzo le Bananarama che erano gnocchissime nell’estate crudele, i Culture Club, Phil Collins, Paul Weller e insomma se ricordate o avete letto su wikipedia sapete chi furono i protagonisti di quella magnifica banda. Avevo 16 anni, una vita tutta da scoprire che si spingeva da dentro la mia cameretta, piena di poster delle mie pop star preferite, verso il mondo. Avevo 16 anni e pensavo che George Michael fosse etero. Anche loro erano giovani e pieni di capelli, tranne Phil Callins che già stava andando in piazza dai tempi dei Genesis. E adesso che rimane di quel sogno, che poi divenne il Live Aid, ovvero l’evento musicale più grande di tutti i tempi? Sarebbe triste pensare che resti solo il ricordo, io non voglio ricondurlo solo a questo. Resta che chi si spende per il bene, anche di persone che sono lontanissime, emana luce, resta l’ideale che non si è mai spento nonostante le vagonate di letame che arrivano perché la vita è fatta anche di cacca (ma poi nascono i fior come diceva Faber) e perché la cattiveria esiste. Il mondo cambia per non cambiare molto (questo l’ho imparato dal Prof Barbero), ci sono sempre i giusti e gli sbagliati, ma c’è sempre la speranza e alla faccia di tutto e io quella la mantego anche grazie al Natale del 1984 che fu per me il più magico grazie a Bob e Midge.
Chissà cosa avrebbe detto il caro Andy Warhol di questi tempi d’influencer di ogni risma. I famosi 15 minuti di fama si sono accorciati mentre gli affamati più che centuplicati. Prima dell’avvento del web, per quel quarto d’ora di celebrità, dovevi in qualche modo uscire dalla tua vita ordinaria ed essere coinvolto in un fatto straordinario, in genere di cronaca nera. Mi vengono in mente i vicini delle vittime (e soprattutto quelli degli assassini) con i loro “sembrava una brava persona, salutava sempre” davanti al microfono del giornalista di turno. E poi la loro fierezza quando andavano in giro e qualche loro conoscente gli diceva “Ti ho visto al tiggì!”. Fierezza che poi calava vertiginosamente quando il conoscente continuava più o meno così: “Si sa che la tivvù ingrassa, ma non potevi vestirti meglio? Non avevano nessun altro a cui chiedere? Io avrei parlato meglio di te” (si merde lo siamo sempre stati ancor prima dell’era digitale). Dunque con la rete ognuno può essere protagonista del suo piccolo universo e la casalinga di Voghera non è più costretta a ricorrere a finte lettere o telefonate per distinguersi. I blog, compreso questo, sono le nostre finestre sul cortile, luoghi in cui commentiamo, raccontiamo, inventiamo, principalmente cazzeggiamo. La blogosfera ha visto nascere figure mitologiche come Chiara Ferragni e Benedetta Rossi, persone che con la loro “visibilità” guadagnano e hanno fatto guadagnare fior di quattrini (credo più dei 10.000 euro meloniani). But video killed the web star, la rete va veloce, i video hanno più presa dei post perché la gente si stufa di leggere, ma poi anche i filmati sono diventati sempre più corti. Arrivano i social e allora proprio tutti possono dire la loro, commentare ogni fatto dalla visuale del proprio orticello come se fosse una verità inconfutabile e poi giù duri di risse verbali. Il confronto civile, la netiquette sono andati a farsi fottere e restano solo retaggi di un pugno di romantici idealisti. Ma quando pensavamo che Facebook Twitter e Instagram (quello che credevamo un innocente social con le sue graziose immaginette) fossero i luoghi delle virtuali piazze, con il loro lati chiari e quelli oscuri, arriva TikTok con i suoi short video che trasforma il parrucchiere di quartiere in un mago del capello che in 3 secondi converte la sora Concetta in una fregna dai capelli al vento. Tutti sono chef, anche quello che spalma la marmellata sulla fetta biscottata lo fa con arte, tutti danno consigli di trucco/parrucco/moda/life-style, tutti sono maestri di vita. Spuntano fuori influencer più dei peli superflui sulle gambe post lametta, tettone e culi all’aria dall’alto del loro pensiero rivendicano i loro atti come necessità, anche se sono solo inutili scoregge. Oggi i blog si sono praticamente estinti e io mi chiedo perché ancora paghi a wordpress il mio piccolo “dominio”. Come tutto questo non bastasse arriva OnlyFans, il social dove ci si fa pagare per mostrare tette, culi, piedi zozzi e altre cose, forse potrei investirci anche io in questa roba mostrando a pago al mondo quanti peli del mio cane raccatto ogni giorno con la granata. Non so cosa ci riserva il futuro, ma so che è facile sentirsi inadeguati in un mondo dove tutti corrono a dimostrare qualcosa, ma forse è meglio sentirsi inadeguati consapevolmente e prendere con leggerezza chi siamo e cosa diciamo. PS era un bel po’ che non scrivevo un post, come faccio a metterlo su TikTok? (… scherzo eh!).
Il ruzzolamerde, si riferisce ad alcune specie d’insetti “scarabei stercorari” che si nutrono di escrementi raccogliendoli per conservarli e deporci le uova creando così delle palle che fanno rotolare al suolo like a rolling stone .
Il ruzzolamerde è piccino e nero, ha le ali ma non può volare, depone le uova nella cacca che si porta appresso ed è proprio da quel misto di sterco che, come i fior di Via del Campo, nascono i suoi figli.
Io sono una ruzzolamerde, ho una palla che mi porto appresso da sempre, che puntualmente mi sfugge e che puntualmente, con sempre più gran fatica, recupero per ricominciare il mio percorso. Ho già un’età e pensavo che questa benedetta adolescenza finisse ad un certo punto, pensavo che superati gli anta non avrei mai più avuto problemi di stabilità, che mi sarei fermata serenamente con la mia palla arredandola a modino a mutuo terminato. Invece mi tocca, ogni volta ,ricominciare da capo con il mio corpo, con la mia mente e con il mio spirito cercando di essere brava, di non auto-lesionarmi con la mia ansia che vorrebbe altresì farmi mangiare e bere fino allo stordimento totale. Eppure di passi ne avrei fatti, almeno credo. Di psicologi ne ho visti, di rimedi niueig’ ne ho provati, ho meditato, ho rimesso in discussione i miei modi di fare vertordicimila volte, mi sono data ad una sana alimentazione nei mie pensieri almeno 30 volte al giorno e nei fatti solo qualcosa in meno. Ho coltivato la mia spiritualità, ho evitato conflitti con lo stesso impegno con cui alcune società evitano di pagare le tasse. Ogni mio sforzo sarà servito a qualcosa mi chiedo ogni qual volta che so di dover recuperare la stercopalla e rimettermi in carreggiata? Nonostante tutto credo proprio di sì, perché so di recuperare la palla, non perché sarebbe opportuno e perché non ho scelta, io lo so perché in quella palla c’è tutto e devo rispettarlo, merda inclusa. L’adolescenza nel tempo si mescola all’esperienza e ne viene fuori un’amara, ma utilissima, consapevolezza: siamo difettati, più o meno tutti. Il non sentirsi a proprio agio nel proprio vestito di carne umana, nello spessore della vita che pensiamo disegnata per noi, è comune a molti, il riconoscerlo, per quanto doloroso possa essere, è fondamentale per cominciare a volerci un po’ di bene. Il periodo è tremendo, riconosciamolo. Non è debolezza dire che questa pandemia ci sta provando profondamente. Mi sono detta in questo anno che ero fortunata a essere in salute, a poter continuare a lavorare, ad abitare in un luogo circondato dal verde ecc. E’ vero, sono fortunata, ho tanto, ma non posso far finta di non sentire paura e dolore. L’esistenza è stata stravolta, sono venute a mancare così tante persone, molti sono stati colpiti e hanno davvero lottato per la vita. C’è chi si porta dietro ferite che faticano a ricucirsi, c’è chi ha lottato per gli altri, chi ha donato il proprio tempo, il proprio talento e alcuni anche il proprio denaro. Da un anno non possiamo fare ciò che ci viene spontaneo come abbracciarsi, stare insieme, andare ad un concerto, al cinema, camminare senza mascherina. In molti ci sentiamo stanchi, io ammetto di esserlo e pur stando bene ho ancora la paura che si mescola al dolore per chi se n’è andato. Nichiren Daishonin diceva. “Soffri per quel che c’è da soffrire e gioisci per quello che c’è da gioire. Considera entrambe, sofferenza e gioia, come fatti della vita”. La pandemia è un fatto della vita e come ogni fenomeno, che ha un suo inizio, avrà la sua fine. Il peso della mia palla di merda lo sento, ma penso alla mistica della natura, al ruzzolamerde che va a dritto lungo una linea retta seguendo la via lattea. Si va avanti, con la nostra fatica, si va avanti.
Il ruzzolamerde, avrà pure passato una vita a portarsi dietro il peso dello sterco, ma veniva considerato dagli egizi una divinità legata al sole, non è meraviglioso tutto ciò?