La belle vie

Alina sorseggiava un pessimo mojito seduta nel bar del parco. Osservava i bambini chiassosi e ogni tanto alzava gli occhi al cielo nella speranza che né i piccioni né le rondini le scaricassero addosso quella che molti idioti chiamavano fortuna. Aveva portato un libro con sé ma non aveva nessuna intenzione di mettersi a leggere per estraniarsi da quel contesto che la rendeva spudoratamente superiore agli altri. Lei non era poi così bella, ma si manifestava fascinosamente altezzosa. Beveva a piccoli sorsi e guardava tutti negli occhi con fare di sfida, accavallava le sue gambe fasciate in un  tubino nero e si sentiva divina come Audrey Hepburn in colazione da Tiffany. Aspettava che il tempo le passasse addosso per vestirla di tramonti e arricchire il suo fascino di superba malinconia. Le piaceva soffermarsi ad osservare le ragazzine, le bastava uno sguardo per far sentire loro in disagio, la sua classe surclassava la bellezza delle giovani donne e i suoi occhi potevano far sentire chiunque colpevole di pessimo gusto. Qualche uomo ogni tanto aveva provato ad avvicinarsi, ma nessuno poi trovava il coraggio d’insistere, le bastava un niente per annientare ogni tentativo di abbordaggio, lei ne andava fiera e si vedeva.  Il suo non fare nulla era imbarazzante in questa epoca di disagio in cui, se capita di ritrovarsi soli, sentiamo l’irrefrenabile impulso di tirare fuori qualche ammennicolo tecnologico per parlare con qualche social amico su qualche social network.  Alina appariva compiaciuta della sua solitudine, del suo volto perfettamente truccato, della resistenza del suo rossetto sulle sue labbra e sul bicchiere. Fumava una sigaretta che faceva durare un secolo, riprendeva a sorseggiare il mojito con il ghiaccio ormai sciolto e lanciava saette con gli occhi verso le madri poco curate di bambini vivaci, oppure verso i padroni in infradito di cani bavosi. Talvolta il vento osava sfiorarle i capelli, ma Alina non si scomponeva, poteva rimanere seduta per ore in quello strategico punto di osservazione nel bar del parco, ore in cui il suo fascino sovrastava tutti gli essersi che si trovavano nel raggio di pochi metri e solo quando era buio, e non si vendevano più bibite, si cambiava le scarpe, indossava lunghi guanti gialli e cominciava a pulire i tavolini e a sistemare il baretto.

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