Agnese Venerdì

Agnese sembrava mentalmente lontana dalle macchine e dalle persone che le sfrecciavano attorno, sorrideva. I suoi occhi curiosi lanciavano sguardi a tutto e a tutti, la sua purezza metteva a disagio. Alcuni, sconvolti dalla sua serenità, le lanciavano improperi.
“Ma chi ti credi di essere eh?! Si vede che non ci hai proprio un cazzo da fare tu! Vergognati di sorridere.”
Ogni volta che qualcuno rispondeva ai suoi  sorrisi in malo modo lei scoppiava a ridere,  più rideva e più gli altri si arrabbiavano.
Era un venerdì sera di clacson arrabbiati e gente di corsa,  quando cominciò a piovere lei aprì il suo enorme ombrello arcobaleno e si mise a ballare fra le macchine in coda.
“Ma guardatela questa pazza! Qualcuno la fermi! Possibile che non si sia neanche un poliziotto?! Ma le pare normale mettersi a ballare in mezzo alle macchine?”
Agnese ballava e rideva, volteggiava inciampando sulle persone e sulle auto, brillava sugli umori neri.
“Signorina! Ma le sembra il caso di fare tutto questo casino? Non le basta il traffico?!”
Agnese ad un certo punto comincio anche a cantare, era stonatissima eppure ci metteva tutto il fiato che aveva in gola per intonare una strana melodia che parlava di catene e zombies.
“Ecco si è messa pure a cantare, come se tutta questa acqua non bastasse …”
Alcuni uomini infastiditi dalla sua vitalità cercarono di fermarla, ma più si avvicinavano più Agnese gridava forte la sua canzone, ad un certo punto, stretta fra i rabbiosi, alzò il suo ombrello e volò via.
Cercare di risvegliare quei morti inconsapevoli non le fu facile neanche quella volta. Sorridendo rientrò nella sua casa di cura ripromettendosi di riprovarci un altro venerdì.

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